Il day-after delle elezioni presidenziali americane è finalmente arrivato – ma come si prevedeva alla vigilia, gli Stati Uniti sono ancora lontani, almeno qualche giorno, se non qualche settimana, dal sapere chi li guiderà per i prossimi quattro anni.

Quel che è certo, in attesa dello spoglio delle schede elettorali inviate per posta e dell’esito di probabili ricorsi in tribunale, è che il contrasto tra i candidati presidenziali non potrebbe essere maggiore – e non c’è questione che lo renda più evidente del cambiamento climatico.

Il candidato democratico alle presidenziali Joe Biden lo ha definito una “minaccia esistenziale“, mentre il presidente Donald Trump ha insinuato che sia “una bufala” – e proprio oggi è il giorno in cui gli Stati Uniti usciranno ufficialmente dagli accordi sul clima di Parigi, qualunque sia l’esito delle elezioni.

Molti ambientalisti inquadrano la sfida presidenziale come una questione, più o meno, di vita o di morte.

“La salute dell’economia e il destino del pianeta sono assolutamente in bilico“, ha detto a Bloomberg News Bracken Hendricks, un ex consigliere climatico del governatore di Washington, Jay Inslee, che ha contribuito a formulare l’impegno di Biden di decarbonizzare la rete elettrica degli Stati Uniti entro il 2035.

Una delle differenze principali fra i due sfidanti sta infatti nel futuro dell’energia.

L’amministrazione Trump non ha fatto mistero del suo entusiasmo per le fonti fossili. Il presidente ha difeso il più sporco di tutti i combustibili, il carbone – fra l’altro senza successo – e ha usato fondi pubblici per aiutare le industrie del gas e del petrolio ogni volta che è stato possibile. Tanto per fare un esempio, durante la pandemia, l’amministrazione Trump ha tagliato ulteriormente i canoni già bassi per le trivellazioni su terreni federali.

Al contrario, a luglio, Biden ha annunciato un piano da 2,2 trilioni di dollari per decarbonizzare la rete elettrica USA entro il 2035 e l’intera economia del paese entro il 2050 – obiettivi profondamente ambiziosi da qualsiasi punto di vista. Biden, come raccontato in questo articolo, è anche riuscito a unire un’ampia fascia di democratici centristi, capi sindacali, attivisti ambientali e manager dell’energia pulita, che in passato erano stati spesso in contrasto.

Se, da una parte, Trump ha ridimensionato il ruolo di scienziati e agenzie scientifiche, tagliando loro i fondi, dall’altra, l’ex vicepresidente democratico vuole spendere 400 miliardi di dollari solo per la ricerca e l’innovazione energetica.

In buona sostanza, come discusso in un altro precedente articolo, l’esito delle elezioni presidenziali americane detterà il ritmo della decarbonizzazione per decenni a venire.

“Se l’offerta di Biden fallisce, gli Stati Uniti perderanno altri quattro anni nella lotta contro il cambiamento climatico. Questo ridurrebbe drasticamente la possibilità di eliminare le emissioni di carbonio dalla rete elettrica americana prima del 2050. D’altro canto, se il piano di Biden per il clima si realizzerà, avrà vaste conseguenze per il settore energetico statunitense”, ha detto Dan Shreve, direttore Ricerche di Wood Mackenzie in una nota.

“I prossimi 10 anni determineranno davvero il futuro”, ha detto Alden Meyer, direttore americano dell’International Climate Politics Hub, a Bloomberg News.

Se c’è una cosa, comunque, su cui gli attivisti ambientali possono essere fiduciosi, è che gli americani sembrano essere ben consapevoli di cosa ci sia in ballo: mai prima d’ora gli elettori hanno indicato così chiaramente che vogliono che i candidati agiscano sul cambiamento climatico.

“Il mio indicatore personale preferito che il cambiamento climatico è al centro del voto in tutta l’America, anche in posti improbabili, è che il candidato democratico per il Senato degli Stati Uniti nel Wyoming è uno scienziato del clima, Merav Ben-David, e che sta facendo una gara altamente competitiva (ma non è stato elettro, ndr)”, ha detto Edward Maibach, direttore del George Mason University Center for Climate Change Communication.

L’ex vicepresidente Joe Biden ha detto che, in caso di vittoria, farà rientrare immediatamente gli USA negli accordi di Parigi. Quando il presidente Barack Obama firmò l’accordo, cinque anni fa, gli Stati Uniti si impegnarono a ridurre le emissioni di gas serra dal 26 al 28% entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005.

Se da un lato, gli Stati Uniti sono ora in ritardo su questa tabella di marcia, dall’altro non sono neanche troppo lontani. Le emissioni sono infatti scese nel frattempo di circa il 15%, dopo che i governi locali e l’industria privata hanno volontariamente abbassato le proprie emissioni, secondo Meyer.

Una presidenza Biden potrebbe rimettere gli USA in carreggiata. In qualità di secondo maggiore emettitore di gas a effetto serra al mondo, dopo la Cina, gli Stati Uniti potrebbero svolgere un ruolo di rilievo nella riduzione delle emissioni globali. Se si unissero agli altri paesi del G7 nel fissare un obiettivo di zero emissioni nette, come ha promesso Biden, gli impegni formali a favore della decarbonizzazione salirebbero dal 51% attuale al 63% delle emissioni mondiali, secondo Climate Action Tracker.

L’eventuale rientro degli USA negli accordi per la lotta contro i mutamenti climatici sarebbe quindi importante per dare ulteriore impulso alla decarbonizzazione globale. Durante i mesi successivi all’annuncio dell’uscita degli USA dagli accordi di Parigi, infatti, i leader mondiali hanno intensificato gli sforzi per combattere il cambiamento climatico.

Il mese scorso, i ministri dell’Unione Europea hanno sostenuto l’obiettivo vincolante della neutralità climatica per il 2050. E nelle ultime sei settimane, Cina, Giappone e Corea del Sud si sono tutti impegnati a raggiungere economie neutrali dal punto di vista delle emissioni di carbonio. La Cina, soprattutto, come riferito in questo articolo, ha annunciato di voler raggiungere l’azzeramento netto delle emissioni entro il 2060.

Il ritiro dell’America dagli accordi aveva inizialmente sollevato la preoccupazione che altre nazioni avrebbero seguito il suo esempio.

Invece, “non abbiamo visto il ritiro di massa dall’accordo di Parigi che alcuni avevano paventato”, ha detto Jesse Bragg, portavoce di Corporate Accountability, un gruppo di campagna ambientale.

Insomma, l’amministrazione Trump, per quanto negazionista circa i mutamenti climatici e sostenitrice delle energie fossili, non ha arrecato ancora danni irreparabili alla tutela del clima e al fronte favorevole alle energie rinnovabili. Gli USA possono ancora provare a recuperare il tempo perduto, e un loro cambio di passo sarebbe ben accolto un po’ da tutto il mondo, sommandosi ai maggiori sforzi già promessi dal resto della comunità internazionale.

Ma altri quattro anni di Trump rischierebbero di mettere una pietra tombale sulle speranze di contenere sotto i 2° C il surriscaldamento dell’atmosfera, con un’ulteriore accelerazione degli eventi climatici estremi e l’esacerbarsi degli stravolgimenti sociali, economici e naturali da essi provocati.