USA, un altro mandato Trump spegnerebbe le speranze di decarbonizzazione

L'esito delle elezioni presidenziali americane del 2020 detterà il ritmo della decarbonizzazione per decenni a venire, secondo un nuovo studio di Wood Mackenzie.

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La scelta degli elettori americani su quale inquilino mandare alla Casa Bianca nei prossimi quattro anni avrà un effetto determinante per le sorti della decarbonizzazione e del settore petrolifero statunitense, e quindi anche per la rapidità della transizione energetica mondiale.

Lo ha indicato un nuovo rapporto della società di ricerche Wood Mackenzie.

Il candidato democratico alle presidenziali Joe Biden, con il suo piano climatico da 2.000 miliardi di dollari, mira a eliminare le emissioni di carbonio dal settore elettrico statunitense entro il 2035.

“Se l’offerta di Biden fallisce, gli Stati Uniti perderanno altri quattro anni nella lotta contro il cambiamento climatico. Questo ridurrebbe drasticamente la possibilità di eliminare le emissioni di carbonio dalla rete elettrica americana prima del 2050. D’altro canto, se il piano di Biden per il clima si realizzerà, avrà vaste conseguenze per il settore energetico statunitense”, ha detto Dan Shreve, Direttore Ricerche di Wood Mackenzie in una nota.

Secondo Wood Mackenzie, con i 2.000 miliardi di dollari di investimenti entro il 2035 di Biden, la domanda USA di energia fotovoltaica (FV) su scala industriale salirà a oltre 100 GW l’anno, mentre la capacità di accumulo elettrochimico supererà i 400 GWh – quasi il 40% della capacità totale di generazione di energia installata degli Stati Uniti nel 2020.

La generazione a carbone è destinata a uscire completamente dal mercato, indica la ricerca. Messi insieme, infatti, il fotovoltaico e l’eolico dominano attualmente il mercato delle nuove centrali elettriche negli Stati Uniti.

E l’anno scorso gli USA hanno ottenuto più energia da fonti rinnovabili che dal carbone per la prima volta dalla fine del XIX secolo. La generazione elettrica a carbone è precipitata del 30% nella prima metà del 2020, soppiantata da quella a gas naturale e dalle energie rinnovabili, secondo la U.S. Energy Information Administration.

Sebbene molti settori dell’energia pulita abbiano prosperato sotto l’attuale amministrazione americana – tanto che secondo Wood Mackenzie il 2020 sarà un annata record per gli impianti fotovoltaici, eolici e di accumulo negli Stati Uniti, nonostante la pandemia COVID-19 – il Presidente USA Donald Trump è un convinto sostenitore della produzione e del consumo di combustibili fossili, tra cui il carbone, la fonte più inquinante di generazione elettrica.

Proprio questa settimana, l’amministrazione Trump, con Andrew Wheeler, il nuovo capo dell’Environmental Protection Agency, un ex lobbista dell’industria del carbone, ha finalizzato una nuova norma che indebolisce un regolamento dell’era Obama, pensato per evitare che le centrali a carbone contaminino i corsi d’acqua vicini, favorendo potenziali risparmi per il settore.

Nel 2017, Trump ha confermato la sua intenzione di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi del 2015, anche se non può formalmente farlo fino al 4 novembre 2020, un giorno dopo le elezioni. Biden, da parte sua, si è impegnato a far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi in caso di una sua vittoria.

Nel caso di una vittoria di Biden, e ammettendo che i suoi vari impegni trovino appoggio al Congresso, le conseguenze per la politica climatica ed energetica degli Stati Uniti sarebbero dunque enormi, soprattutto nel settore della generazione elettrica, per il quale Biden ha un obiettivo di crescita molto più rapido della media storica, come si può vedere nell’illustrazione di Wood Mackenzie.

Così facendo, Biden propone un target di decarbonizzazione in anticipo di 15 anni rispetto allo scenario base di Wood Mackenzie, secondo cui l’energia pulita rappresenterebbe l’87% del totale distribuito dalla rete elettrica statunitense entro il 2050.

Si tratta quindi di un obiettivo ambizioso.

“L’impiego di 1,5 TW di generazione rinnovabile in meno di 15 anni è un compito arduo. Farlo a quella scala e a quella velocità scuoterebbe la gerarchia dell’industria energetica e rigirerebbe il mercato dell’energia come un calzino,” ha detto Shreve.

“La maggior parte della produzione negli Stati Uniti è concentrata sull’assemblaggio, con componenti e attrezzature importate da paesi dove i costi di produzione sono bassi. Ma per soddisfare le potenziali esigenze ‘Made in USA’ di Biden, l’eolico, il fotovoltaico e l’accumulo nazionali dovrebbero espandersi rapidamente“, ha aggiunto Shreve.

A titolo di esempio, secondo l’analisi di Wood Mackenzie, l’attuale capacità produttiva di moduli FV con sede negli Stati Uniti si aggira intorno ai 4,7 GW. Secondo il piano di Biden, la domanda di moduli USA è destinata a schizzare di oltre 20 volte a più di 100 GW all’anno. Allo stesso modo, la domanda potenziale di batterie salirebbe di oltre 13 volte a 600 GWh all’anno, superando di gran lunga quella attuale, che è di circa 46 GWh.

“Il piano di Biden oscilla tra realtà e aspirazione, ma l’appoggio dei giganti del settore energetico potrebbe far pendere la bilancia a favore delle rinnovabili, collocando ancora una volta gli Stati Uniti in una posizione di leadership nella lotta contro il cambiamento climatico”, ha detto Shreve.

Se il piano di Biden si realizzerà, il settore energetico statunitense potrà contare su un quadro regolatorio e politico più certo, ma i rischi rimarranno, ha avvertito la società di ricerche.

“Il settore del petrolio e del gas deve tutelarsi attentamente dalla possibilità che il mercato della cattura, dell’utilizzo e dello stoccaggio del carbonio non riesca a raggiungere economie di scala e uno stadio di commercializzazione diffusa. Se non riuscirà a risolvere la questione della cattura della CO2, potrebbe dover cedere la propria posizione dominante a un nuovo club di major energetiche a zero emissioni di carbonio,” ha detto il Direttore Ricerche di Wood Mackenzie.

“Il gas naturale alimenterà il 40% circa della produzione elettrica statunitense quest’anno, consumando il 33% della produzione interna di gas. Mantenere una presenza nel settore energetico statunitense è quindi importante sia per i produttori di gas che per le utility”, se non vogliono scomparire dalla scena, ha concluso Shreve.

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