L’Onu esorta il mondo a triplicare le rinnovabili al 2030

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La risoluzione sulla responsabilità climatica degli Stati: occorre abbandonare i combustibili fossili. Tra i contrari Usa, Iran, Israele, Russia e Arabia Saudita.

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Il parere approvato a luglio 2025 dalla Corte internazionale di Giustizia sulla responsabilità legale degli Stati verso il cambiamento climatico non è rimasto lettera morta.

Il 20 maggio 2026, infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha accolto una specifica risoluzione su quanto sancito lo scorso anno, dando nuovo impulso alla tutela dell’ambiente in ogni sua forma.

Va detto che il testo è stato oggetto di ampio dibattito tra posizioni differenti, tant’è che il via libera definitivo è arrivato con 141 voti favorevoli e 8 contrari da parte di Bielorussia, Iran, Israele, Liberia, Federazione Russa, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen, oltre a 28 astensioni.

Nella risoluzione il riferimento all’energia è al punto 4, dove si esortano gli Stati, “nel contesto dell’Accordo di Parigi e delle loro diverse circostanze, percorsi e approcci nazionali, ad attuare misure per raggiungere l’obiettivo collettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali, in conformità con le migliori conoscenze scientifiche disponibili, anche triplicando la capacità di energia rinnovabile e raddoppiando il tasso medio annuo globale di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, abbandonando i combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo e in modo da raggiungere zero emissioni nette entro il 2050 in conformità con le conoscenze scientifiche, ed eliminando gradualmente e il prima possibile i sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non affrontano la povertà energetica o le transizioni giuste”.

L’obiettivo di questo atto è affermare quanto più possibile i principi sanciti a luglio 2025 nel parere consultivo della Corte internazionale, secondo il quale i governi di tutti i Paesi del mondo devono occuparsi del cambiamento climatico e, qualora non lo facessero, possono essere ritenuti legalmente responsabili per la propria inazione.

Non solo. Secondo i giudici il diritto internazionale vigente obbliga tutte le nazioni, indipendentemente dal fatto che aderiscano all’accordo di Parigi sul clima del 2015 o che, come gli Stati Uniti, ne siano fuoriusciti, a combattere il riscaldamento globale.

Il presidente della Corte internazionale di Giustizia, Yuji Iwasawa, aveva commentato già un anno fa che il mancato rispetto da parte di uno Stato di misure appropriate per proteggere il sistema climatico dalle emissioni di gas serra, anche attraverso la produzione, il consumo, la concessione di licenze di esplorazione o la fornitura di sussidi per i combustibili fossili, può costituire un atto illecito a livello internazionale attribuibile a quello Stato, da cui potrebbero quindi derivare cause climatiche.

Il via libera alla risoluzione è stato accolto con favore dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per il quale “la scienza è stata chiara: i combustibili fossili sono la causa principale della crisi climatica. Il percorso verso la giustizia climatica passa attraverso una transizione rapida, giusta ed equa alle energie rinnovabili. Queste fonti si sono dimostrate la forma di approvvigionamento energetico più economica e sicura”.

Si tratta di una nuova tappa in un percorso “iniziato su impulso dei giovani del Pacifico e degli Stati più esposti alla crisi climatica”, commenta il think tank Ecco.

“Tra i co-sponsor figura l’Italia, in continuità con il sostegno espresso nel 2023 alla richiesta del parere e in coerenza con il quadro costituzionale nazionale, che include la tutela dell’ambiente tra i principi fondamentali”.

La risoluzione, inoltre “segnala che il diritto internazionale come fondamento dell’azione climatica collettiva mantiene una base politica solida, anche in un momento di pressione crescente sul sistema multilaterale”.

Europa e Stati Uniti sono su due pianeti diversi

L’atto dell’Onu ha dato il via a una girandola di pareri e commenti, anche ai massimi livelli. In questo quadro è interessante notare la posizione diametralmente opposta di Unione europea e Stati Uniti.

La delegazione Ue presso le Nazioni Unite, infatti, ha sottolineato da subito la condivisione dell’obiettivo di triplicare l’installato da rinnovabili al 2030 e raddoppiare i miglioramenti annui di efficienza energetica.

A tal proposito è stato ricordato lo sforzo dell’Unione nel raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, fissando un obiettivo di riduzione delle emissioni nette nazionali di almeno il 55% entro il 2030 e del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990.

La delegazione statunitense, invece, condanna fermamente i contenuti della risoluzione. Ad esempio, il testo “invita i Paesi a conformarsi ai cosiddetti obblighi che si basano sull’interpretazione estensiva e infondata della Corte, secondo la quale gli Stati avrebbero il dovere giuridico di prevenire danni transfrontalieri significativi al clima globale nel suo complesso. Non solo si tratta di una conclusione giuridicamente errata, ma una norma così estensiva interferirebbe in modo inammissibile con i diritti sovrani di ciascuno di regolamentare e gestire la propria politica energetica”.

A tal riguardo gli States reputano “inappropriate” le richieste fatte sul tema delle fonti fossili (si veda anche La strategia energetica Usa mette nel mirino l’Italia).

Ma una risposta a Washington era in qualche modo arrivata già il 29 aprile da Santa Marta (Colombia), con la prima conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, in cui 57 Paesi hanno discusso su come realizzare concretamente questo obiettivo dopo decenni di tentativi falliti nell’ambito dei negoziati climatici globali.

Tutto ciò senza dimenticare che l’Italia si sta recentemente accodando alla strategia europea con cui si punta a eliminare l’ombrello che si è di fatto aperto sugli investimenti nelle fossili con la Carta dell’Energia (si veda L’Italia avvia la sterilizzazione della Carta dell’Energia).

Non un percorso semplice, quello della battaglia giuridica per il clima nel mondo come nel nostro Paese, se si prende ad esempio in considerazione lo studio “Il clima in Costituzione” pubblicato a febbraio da Ecco e Asvis.

Secondo il documento la riforma della Costituzione italiana, approvata l’11 febbraio 2022, ha introdotto un cambiamento significativo, riconoscendo l’importanza di bilanciare progresso economico e sociale con la salvaguardia dell’ambiente nell’interesse delle future generazioni.

Nel corso degli anni, però, sono emersi alcuni elementi che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi insiti nei presupposti di tutela legislativa:

  • complessità oggettiva nella traduzione a livello nazionale di un processo globale, spinta dall’indebolimento dei processi multilaterali;
  • mancanza di una volontà politica, senza la quale si rischia che l’introduzione del concetto di giustizia intergenerazionale nel diritto costituzionale si traduca in uno sterile adempimento formale;
  • assenza di efficaci regole di garanzia per assicurare l’indipendenza del legislatore rispetto a interessi particolari legati alla convenienza di ritardare la transizione e l’uscita dai combustibili fossili.

Per questo motivo, secondo lo studio, la migliore evidenza della presa in carico, da parte del legislatore, dell’attuazione dei nuovi principi sarebbe l’approvazione di una legge sul clima, quale strumento normativo che permetterebbe la definizione del processo di decarbonizzazione.

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