Biden vuole far incontrare ambiente e lavoro. Sulle ricette si vedrà

Il piano del candidato democratico alle elezioni presidenziali americane ha conquistato sia gli ambientalisti che i “laburisti” USA. Se eletto, la sua complicata sfida sarà conciliare gli interessi di due fronti che in passato spesso sono stati contrapposti.

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Il piano climatico di Joe Biden promette di far arrivare gli Stati Uniti alla meta del 100% di energia pulita e allo zero netto di emissioni di CO2 “non più tardi del 2050“.

Il candidato democratico alle presidenziali USA dice anche che l’ecologizzazione dell’economia americana creerà contemporaneamente milioni di posti di lavoro ben pagati, molti dei quali sindacalizzati.

Grazie a questi due pilastri della propria piattaforma elettorale, Biden ha realizzato un’impresa non indifferente: conquistare sia gli ambientalisti che il lavoro organizzato.

La questione è se il candidato democratico riuscirà a mantenere l’appoggio parallelo di due gruppi spesso contrapposti sotto il grande ombrello del Partito Democratico, nel caso in cui l’ex vice presidente riuscisse a farsi eleggere a novembre.

Il rischio è che, ad un certo punto, Biden potrebbe dover favorire uno dei due fronti, scontentando inevitabilmente l’altro.

“Come economista ambientale, sarei molto scettico nel cercare di combinare una politica ambientale con una politica del lavoro”, ha detto Robert Stavins della Harvard Kennedy School a BNEF. “Suona bene, ma c’è sempre il rischio che, cercando di prendere due piccioni con una fava, non se ne prenda neanche uno”.

Il verde del dollaro e quello dell’ambiente a volte non vanno molto d’accordo, ha detto Stavins, esprimendo così tutti i suoi dubbi sulla compatibilità politica fra ambientalisti e laburisti americani.

Ma le coalizioni rosso-verdi, che siano fra partiti diversi o fra anime dello stesso partito, non sono proprio una unione impossibile da realizzare. Sono anzi un connubio abbastanza comune, anche se soprattutto in Europa, dove si sono formati con successo in paesi come Germania, Francia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Danimarca, Svezia, Portogallo, e anche in Italia.

Gli Stati Uniti hanno tradizioni politiche piuttosto diverse da quelle europee, ma non è detto che di fronte a svolte epocali come quelle della crisi del clima e delle risposte alla pandemia non cambi qualcosa.

La chiave

Le misure per combattere il cambiamento climatico tendono a distruggere alcuni posti di lavoro, mentre ne creano altri, ha detto a BNEF David Popp, un economista presso la Maxwell School della Syracuse University. “La letteratura che esamina gli effetti sull’occupazione dice che si tratta principalmente di riallocare i posti di lavoro da un settore all’altro”.

Meno minatori di carbone o addetti petroliferi, insomma, e più installatori di impianti fotovoltaici e manutentori eolici.

È comprensibile che Biden metta l’accento sui posti di lavoro verdi nella sua piattaforma. È infatti fondamentale per il candidato democratico contrastare il presidente Donald Trump, che in passato ha spesso definito l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa) sotto il presidente Obama “uno dei più grandi killer di posti di lavoro”, e che in agosto ha revocato i limiti sulle emissioni di metano – un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica – da parte delle compagnie petrolifere e del gas.

Finora Biden è riuscito a mantenere i sindacati dalla sua parte.

Robert Bair, responsabile della sezione di Harrisburg, in Pennsylvania, della Confraternita Internazionale dei Lavoratori Elettrici (IBEW), per esempio, crede fermamente che Biden abbia a cuore sia il cambiamento climatico che i lavoratori. “Se penso che possa fare da ponte [fra i due fronti]? Sì, lo credo”, ha detto Bair.

La chiave sarà quella di attuare il cambiamento in maniera graduale ma sostenuta e sistematica, comunicandolo prima e durante in maniera convincente e coinvolgente. Come un bravo disk jockey, Biden dovrà mixare strumenti diversi, creando nuovi posti di lavoro verdi allo stesso ritmo con cui via via scompariranno i vecchi posti di lavoro fossili.

Fracking

Il contesto in cui Biden, se eletto, dovrà mostrare tutta la sua abilità di mediatore e centrista è quello del fracking, con cui vengono tratti il gas e il petrolio di scisto, che negli ultimi 10 anni hanno consentito agli Stati Uniti di diventare il maggiore produttore mondiale di greggio.

Molti gruppi ambientalisti che si sono schierati con Biden si oppongono al fracking e all’estrazione del carbone.

Durante una sosta della campagna a Pittsburgh, il 31 agosto, Biden ha detto categoricamente: “Non proibisco il fracking“. Alcuni credono poi che la sua promessa di raddoppiare gli sforzi di sviluppo di tecnologie per la cattura della CO2 dall’aria sostenga implicitamente la continuazione della generazione a carbone.

“Non ha mai dichiarato che chiuderemo tutte le centrali a carbone”, ha detto a BNEF Lonnie Stephenson, presidente dell’IBEW, forte di 775.000 iscritti, e membro del Climate Engagement Advisory Council di Biden. Per il leader sindacale, è una presa di posizione positiva del candidato democratico.

Il problema, dal punto di vista ambientale, è che qualsiasi politica troppo vicina allo status quo non farà avvicinare sufficientemente gli USA al raggiungimento dell’obiettivo di Biden, cioè quello di arrivare a zero emissioni entro il 2050.

La via maestra che Biden dovrà percorrere e facilitare per arrivare ad una drastica riduzione delle emissioni senza cadere in frequenti recessione è fare leva sulle tecnologie legate alle rinnovabili e all’efficienza energetica.

Celle fotovoltaiche più efficienti, turbine eoliche più performanti, sistemi di accumulo elettrochimico più capaci ed economici, nuove tecnologie per ricavare idrogeno verde dall’acqua usandolo in celle a combustibile per applicazioni energivore e tante altre tecnologie verdi. La piattaforma di Biden prevede un “investimento storico nella ricerca e nell’innovazione in materia di energia e clima”, dell’ordine di circa 2.000 miliardi di dollari in 10 anni.

Carbon tax

Il modo preferito dagli economisti per stabilire le priorità in modo imparziale è quello di mettere una tassa sul contenuto di carbonio dei carburanti o, in modo equivalente, un tetto alla quantità di carbonio che può essere emessa, in combinazione con l’introduzione di permessi di emissione negoziabili.

La tassa, o il limite massimo, dovrebbe essere fissato a un livello che compensi pienamente i danni causati all’ambiente e al clima dai gas serra. Una volta fatto ciò, si può dare libero sfogo al mercato per soddisfare il requisito nel modo meno costoso, senza che il governo sia chiamato a scegliere quali tecnologie o aziende promuovere.

Purtroppo, la trasparenza e l’efficienza di una carbon tax, che tende a livellare il campo di gioco per le tecnologie più disparate, al netto di contrappesi incentivanti mirati, potrebbe rendere più difficile per un governo compiacere la propria parte politica. E in un paese come gli USA, l’imposizione di una nuova tassa è ancora più complicata che in altri paesi: se da una parte, infatti, una carbon tax è un anatema per Trump, dall’altra neanche Biden l’ha inclusa nella sua piattaforma.

È comprensibile quindi, per lo meno da un punto di vista squisitamente politico ed elettorale, che Biden si giochi il tutto per tutto sui posti di lavoro verdi.

Un sondaggio dell’anno scorso della Washington Post-Kaiser Family Foundation ha rilevato per esempio che, a fronte del 76% degli adulti americani che considerava il cambiamento climatico una crisi o un problema importante, solo il 47% era disposto a pagare una tassa di 2 dollari al mese sulla bolletta elettrica in nome del progresso climatico. E solo il 35% era favorevole ad aumentare la tassa federale sulla benzina di 10 centesimi al gallone.

Pragmatismo

Ma Biden non è il solo che ha deciso di sposare il pragmatismo in vista delle elezioni.

Nathaniel Keohane, membro del Consiglio economico nazionale dell’ex Presidente Barak Obama e vicepresidente senior per il clima di EDF Action, il braccio politico del Fondo per la difesa ambientale, ha detto che anche se la sua organizzazione è favorevole ad una tassa sul carbonio, la decisione di non includerla nella sua piattaforma elettorale non sta mettendo in difficoltà Biden.

“La cosa importante della campagna è dare un segnale chiaro” che la lotta al cambiamento climatico sarà una priorità, ha detto Keohane a BNEF. “Molto meno importante, durante la campagna, è il modo in cui si pianifica di raggiungere tutti questi obiettivi”.

Per Keohane e Stavins, Biden è una scelta ovvia rispetto a Trump, la cui amministrazione ha sventrato il Clean Power Plan dell’amministrazione Obama, ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici, ha approvato l’oleodotto Keystone XL, ha permesso più disboscamento sulle terre federali, ha allentato le regole sulle centrali a carbone, ha approvato i pozzi petroliferi offshore nell’Artico, ha indebolito gli standard di risparmio di carburante delle auto e ha annullato una regola per proteggere balene e tartarughe marine dalle reti da pesca.

“Per ora, la cosa più importante che Biden può fare per il cambiamento climatico è farsi eleggere“, ha concluso Stavins.

Come dire, per tutti i dettagli ci sarà tempo dopo, purché nel frattempo Biden affini le sue capacità di disk jockey, per far muovere mondo ambientale e del lavoro allo stesso ritmo e nella stessa direzione, come nelle migliori feste di matrimonio.

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