Rinnovabili, la direttiva Red 3 è ancora bloccata

L'adozione finale della direttiva europea continua a essere frenata dalle richieste francesi su nucleare e idrogeno low-carbon. Ma il ritardo rischia di costare caro al settore delle energie green. Il punto della situazione.

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Che fine ha fatto la direttiva Red 3 sulle fonti rinnovabili?

Questo pilastro fondamentale del Green Deal europeo continua a essere ostaggio della Francia, che spinge per dare più spazio possibile al nucleare.

In una lettera (pdf) inviata alla presidenza svedese di turno dell’Ue, 21 associazioni di vari settori coinvolti dalle norme della Red 3 – rinnovabili, mobilità elettrica, idrogeno, materie prime – dichiarano di essere molto preoccupate per i ritardi e le incertezze che riguardano l’approvazione finale della direttiva.

Il punto è che c’è “un disaccordo all’interno del Consiglio sulle esenzioni riguardanti un sotto-obiettivo per l’uso di carburanti rinnovabili di origine non biologica”, cosiddetti RFNBO, Renewable fuels of non-biological origin, tra cui l’idrogeno e gli e-fuel.

Il riferimento è alla posizione della Francia, che ha sempre difeso il principio della neutralità tecnologica da applicare alla produzione di idrogeno. Parigi è così riuscita a far entrare nel testo anche l’idrogeno low-carbon (a basse emissioni) generato con elettricità da nucleare. E l’accordo sulla Red 3 pareva acquisito.

Poi però la Francia si è impuntata, chiedendo altre garanzie. In sintesi, Parigi vorrebbe essere esentata il più possibile dal dover produrre idrogeno verde da fonti 100% rinnovabili, per rispettare gli obiettivi della direttiva, utilizzando invece la sua energia nucleare per fornire H2 “pulito”.

Nei giorni scorsi, il ministro transalpino delle Finanze, Bruno Le Maire, ha affermato che il nucleare “non è negoziabile”, chiudendo la conferenza annuale dell’associazione francese del settore elettrico.

La sua affermazione era rivolta in generale al ruolo dell’atomo, sempre al centro del mix energetico del Paese, in opposizione anche alla scelta tedesca di chiudere i suoi reattori.

La Germania, da parte sua, ha più volte criticato l’idea di equiparare l’idrogeno low-carbon all’idrogeno ricavato esclusivamente da fonti rinnovabili (H2 green).

L’impasse della direttiva sta così ritardando progetti e investimenti nelle rinnovabili. Il testo prevede, in particolare, procedure accelerate per autorizzare gli impianti, spesso intrappolati nella burocrazia, come si vede dai risultati deludenti di molte aste per nuova capacità.

Dagli ultimi dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, emerge che nel 2022 in Europa ci sono stati ben 14 GW di capacità rimasta “vuota” nei bandi di gara.

Il copione di queste settimane della Red 3 è analogo a quello andato in scena con il regolamento Ue sulle auto, la cui approvazione finale al Consiglio Ue sembrava una formalità, prima che la Germania decidesse all’ultimo secondo di bloccare tutto.

Gli Stati membri avevano già raggiunto un accordo per mettere sul mercato, dal 2035, solo nuove auto a zero emissioni di CO2, quindi 100% elettriche perché nessun motore endotermico o ibrido può garantire un azzeramento delle emissioni.

Ma la Germania ha poi chiesto di prevedere la possibilità di immatricolare, dopo il 2035, veicoli endotermici alimentati esclusivamente da carburanti sintetici di origine rinnovabile, cosiddetti e-fuel.

Bruxelles ha dovuto dunque concedere questa opzione per rimettere in pista il regolamento.

Ed ora è la Francia ad essersi impuntata sul nucleare per difendere i suoi interessi nazionali.

Ricordiamo che a fine marzo Parlamento e Consiglio avevano raggiunto un accordo preliminare sulla Red 3, per portare le rinnovabili al 42,5% del consumo complessivo finale di energia al 2030 (con un 2,5% addizionale “indicativo” che porterebbe la quota al 45%).

A metà maggio era poi saltato il voto finale al Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti dei 27 Stati membri al Consiglio, a causa dell’ostruzionismo francese.

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