Indietro tutta: la IPO Saudi Aramco rafforza l’unione tra finanza e petrolio

Mentre Carbon Tracker segnala che le grandi società petrolifere dovrebbero tagliare in media del 35% la produzione di risorse fossili al 2040, per rimanere in linea con gli obiettivi climatici.

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Altro che disinvestire dalle fonti fossili, come raccomandano gli studi scientifici per limitare il surriscaldamento globale sotto 2 gradi centigradi entro la fine del secolo: nei prossimi mesi ci sarà il più grande matrimonio della storia tra finanza e petrolio.

Il governo saudita, infatti, ha ufficializzato la decisione di quotare sulla borsa di Riad una parte (1-2% delle azioni secondo le informazioni trapelate finora) del colosso nazionale degli idrocarburi, Saudi Aramco, la società petrolifera più grande del mondo, capace di estrarre più di 10 milioni di barili giornalieri di oro nero nel 2018 e di generare un utile pari a 111 miliardi di dollari lo scorso anno.

Per il momento mancano dettagli più precisi sull’operazione.

Certo è che lo sbarco di Saudi Aramco in borsa potrebbe diventare quello più remunerativo in assoluto della finanza mondiale, perché si parla di un valore della compagnia tra 1.500-2.000 miliardi di dollari in totale; le stime divergono tra le varie banche e la valutazione fatta dal governo saudita.

E molto dipenderà dal numero effettivo di azioni che saranno vendute e a quale prezzo.

L’operazione è stata annunciata in una fase molto delicata per le grandi società petrolifere, sempre più accusate di essere le maggiori responsabili dell’inquinamento su scala planetaria.

Un recente rapporto del Climate Accountability Institute mostra che venti compagnie hanno emesso 480 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente dal 1965 al 2017, derivanti in massima parte dalla combustione dei loro prodotti energetici (petrolio, gas, carbone), pari al 35% circa delle emissioni complessive legate alla produzione e all’utilizzo di combustibili fossili.

E Saudi Aramco è saldamente al primo posto della classifica dei principali inquinatori, essendo responsabile di oltre 59 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nei cinquant’anni considerati dallo studio, il 4,3% del totale mondiale.

Intanto ExxonMobil dovrà rispondere in tribunale a New York alle accuse di aver mentito ripetutamente ai suoi azionisti, attraverso uno “schema fraudolento” attuato per anni dai vertici della società, allo scopo di gonfiare alcuni dati sui futuri profitti economici dei progetti petroliferi e sottostimare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici e delle norme ambientali.

Mentre un nuovo studio (vedi link in fondo all’articolo) di Carbon Tracker evidenzia che le maggiori compagnie Oil & Gas del mondo dovrebbero tagliare in media del 35% la loro produzione complessiva di risorse fossili entro il 2040, per rimanere in linea con gli obiettivi climatici internazionali e sgonfiare la “bolla del carbonio” (carbon bubble).

In particolare, la nostra Eni dovrebbe tagliare la produzione del 40% al 2040 in confronto ai livelli attuali, mentre ExxonMobil e ConocoPhillips dovrebbero diminuire i rispettivi output petroliferi, rispettivamente, del 55-85% rispetto al 2019 per rimanere in linea con lo scenario B2DS (Below 2 Degrees Scenario) dell’Agenzia internazionale dell’energia, come mostra la tabella sotto, tratta dallo studio Balancing the Budget di Carbon Tracker.

Insomma, per avere delle possibilità di stare sotto 2 gradi di aumento medio delle temperature, le grandi aziende fossili dovrebbero rinunciare rapidamente a una buona fetta delle loro attività tradizionali.

E investire molto di più in energie rinnovabili e carburanti alternativi.

Tornando a Eni, la tabella di Carbon Tracker evidenzia che il 30-40% dei futuri investimenti pianificati negli idrocarburi è incompatibile con i traguardi ambientali.

Per ExxonMobil il 60-70% degli investimenti futuri è insostenibile sotto il profilo climatico, emerge poi dalle elaborazioni degli analisti.

Il punto, in definitiva, è che non c’è più spazio per destinare altro denaro all’estrazione di nuovo petrolio e-o gas nel mondo, perché la produzione dai pozzi esistenti è già troppa, in confronto a quella “accettata” dagli scenari energetici e climatici che dovrebbero portarci verso una rapida riduzione delle emissioni inquinanti.

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