L’importanza di intervenire sui rilasci di metano

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Una ricerca rivela che la lotta contro le perdite di metano è ancora più importante di quanto si pensasse. Probabilmente la percentuale massima di rilasci per rendere il metano meno climalterante del carbone l’abbiamo già abbondantemente superata.

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In occasione della 26° conferenza delle Nazioni Unite sul clima del 2021, l’Ue e gli Usa lanciarono l’impegno mondiale per la riduzione delle emissioni di metano, in virtù del quale oltre 100 paesi si sono impegnati a ridurre le loro emissioni di quel gas del 30% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2020.

L’accordo fu accolto favorevolmente, anche se in molti suscitò il retropensiero che fosse una sorta di piano B da sventolare al mondo come vittoria, visto che non si riusciva a trovarne uno per incidere fortemente sul principale responsabile di cambiamento climatico: le emissioni di CO2.

Infatti, mentre ridurre le emissioni di CO2 comporta scelte drastiche, come il taglio nell’uso di gas, petrolio e carbone, scomode per molti, tagliare i rilasci di metano da raffinerie, miniere di carbone, gasdotti, pozzi di petrolio o discariche, è una soluzione win-win, visto che non conviene a nessuno che quel gas finisca in atmosfera, quando invece può essere venduto o bruciato per ricavarne calore ed elettricità.

Insomma, ridurre le emissioni di metano sarebbe una strada in discesa, contro la ripida e accidentata salita del taglio della CO2.

Ma, al tempo stesso, i circa 40 miliardi di tonnellate di CO2 rilasciate ogni anno, contribuiscono per il 53% del riscaldamento globale, mentre le quasi 700 milioni di tonnellate annuali di metano (di cui 200 Mt naturali, da paludi, mari e foreste) solo per il 15%.

L’obiettivo metano sembra un po’ un ripiego per non affrontare il bersaglio grosso, la CO2? In realtà, ci sono un paio di cose che fanno capire quanto sia importante ridurre anche i rilasci di metano.

Prima di tutto questo gas, come si vede chiaramente dal rapporto fra tonnellate rilasciate e impatto sul clima, è un gas serra circa 80 volte più potente della CO2, anche se il fatto che poi sopravviva in aria per un periodo molto più breve (in media 12 anni, contro i secoli o millenni dell’altra), riduce il suo vantaggio a “solo” 26 volte. Basta quindi prevenire relativamente pochi rilasci, per avere un effetto protettivo notevole sul clima.

Secondariamente il metano è presentato come “il meno peggio dei combustibili fossili”, nel senso che usarlo al posto del carbone nella produzione elettrica, ridurrebbe l’impatto umano sul clima. Questo perché, a parità di energia rilasciata, il metano emette la metà della CO2 del carbone, “bruciando” oltre a un atomo di carbonio, anche 4 di idrogeno, che si trasformano in innocue molecole di acqua.

L’estrazione e la distribuzione del metano nei prossimi anni, quindi, dovrebbero aumentare esponenzialmente, via via che le nazioni che usano molto carbone, come India o Cina, impiegheranno sempre più metano come sostituto. Prepararsi a questo scenario, riducendo al minimo le perdite, sarà quindi più che opportuno.

Tuttavia, adesso una ricerca finanziata dal Rocky Mountain Institute, diretta da Deborah Gordon della Brown University e pubblicata su Environmental Research Letters, rivela che la lotta contro le perdite di metano è ancora più importante di quanto si pensasse.

La ricerca ha calcolato le emissioni globali del ciclo di vita del gas (dall’estrazione fino all’utilizzo finale) e le ha confrontate con le emissioni globali del ciclo di vita del carbone. La conclusione? Le perdite di metano in atmosfera, aggiunte alla produzione di CO2 quando viene bruciato, rendono questo gas dannoso per il clima quanto il carbone.

“Si pensava che per equiparare le due fonti quanto a pericolo climatico, occorresse che le perdite di metano fossile raggiungessero circa il 5% del totale estratto, contro il 4% circa delle perdite attuali. Ma i nostri nuovi calcoli, che includono anche l’effetto raffreddante prodotto dall’anidride solforosa emessa bruciando carbone, indicano che basta lo 0,2% di perdite nella filiera del metano, affinché il suo effetto sul clima sia pari a quello del carbone”, spiega Gordon.

Se la percentuale massima per rendere il metano meno climalterante del carbone è così bassa, l’abbiamo già abbondantemente superata, tanto più che negli ultimi due decenni, grazie anche a satelliti specializzati nel rilevare le perdite di metano, si sta scoprendo che le fonti legate all’uomo di questo gas in atmosfera sono molto più numerose e intense di quello che si sospettasse: solo quelle dall’industria oil&gas, potrebbero essere del 70% maggiori dello stimato.

Molti di questi rilasci non sono però direttamente intenzionali, derivando dalle arature, dal bestiame, dalle discariche di rifiuti organici o dal malfunzionamento delle apparecchiature di raffinerie e giacimenti, come pozzi, valvole e compressori.

A questi vanno aggiunti i guasti catastrofici, come le perdite da depositi; quella dell’Aliso Canyon Storage in California nel 2016 ha rilasciato in aria 100mila tonnellate di metano; oppure da gasdotti: il solo sabotaggio del Nord Stream del settembre 2022 ha rilasciato in aria oltre mezzo milione di tonnellate di metano in una settimana.

I rilasci intenzionali sono invece prevalentemente legati allo sfiato e al flaring, la combustione del gas indesiderato, dagli impianti estrattivi e di raffinazione di petrolio e gas. Recentemente si è calcolato che le torce non accese o inefficienti in questi impianti rilasciano una quantità di metano 5 volte superiore a quanto si pensava in precedenza.

Secondo l’Oil Climate Index plus Gas del Rocky Mountain Institute, a questi rilasci intenzionali o involontari di metano si devono la metà delle emissioni di gas serra dell’industria petrolifera e del gas (ovviamente escludendo i loro prodotti immessi sul mercato…).

Fortunatamente ridurre al minimo questa parte delle emissioni, pari a circa 120-200 milioni di tonnellate, sarà relativamente semplice ed economico: basterà vietare lo sfiato e il flaring di routine e potenziare i piani di riparazione, aggiornamento e manutenzione delle apparecchiature.

Ed è soprattutto per questo che l’industria oil&gas (vedi Eni) può promettere di ridurre drasticamente il suo impatto sul clima. Non che nel breve termine prevedano di convertirsi alla produzione di pannelli solari e turbine eoliche, ma solo di migliorare le loro normali operazioni per tagliare le emissioni di metano.

“Tanto più che in futuro l’azione ‘anti perdite di metano’ dell’industria potrebbe anche aumentare i loro profitti, guadagnando un prezzo premium per il gas a basse emissioni ed evitando multe come la tassa sul metano prevista dall’Inflation Reduction Act statunitense”, conclude Gordon.

Meno facili da affrontare gli altri rilasci antropogenici di metano. Per esempio per agricoltura e allevamento, responsabili per 140 milioni di tonnellate di metano, e le discariche per altri 60 milioni.

Nel primo caso, agricoltura e allevamenti, si potrebbe intervenire cambiando il modo di coltivare, riducendo per esempio le arature profonde, che portano in superficie materiale organico che decomponendosi rilascia metano, mentre per quanto riguarda l’allevamento di bovini, che producono metano ruminando, si può subito ridurre le loro emissioni cambiando l’alimentazione; e sul più lungo termine si può progressivamente rinunciare a quel tipo di carne.

Per quanto riguarda le discariche, invece, si potrebbe intervenire riducendo la quantità di rifiuti organici che finiscono in discarica, usandoli invece per fare compost o biogas, oppure dotando le discariche di sistemi di cattura del gas, che può così essere usato per produrre energia.

Soluzioni “anti-metano”, quindi, ne esistono anche per questi settori, ma essendo i loro punti di emissione molto più diffusi sul pianeta di quelli dell’industria dell’oil&gas, e avendo agricoltori e gestori di discariche molto meno know-how e fondi da spendere dei petrolieri, veder ridurre l’emissioni di metano da campi,  mucche e discariche, richiederà molto, molto più tempo.

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