Entro il 2050, Eni punta a tagliare dell’80% le emissioni dei suoi prodotti energetici, ha in programma di vendere solo rinnovabili e carburanti bio nel retail, vuole realizzare 55 GW di rinnovabili oltre a spingere su bioraffinerie, cattura della CO2, riforestazione.

Ma se guardiamo al piano per i prossimi 4 anni, il cane a sei zampe punta ad aumentare ulteriormente la sua attività nelle fossili e l’Oil & Gas assorbirà 32 miliardi di investimenti, mentre a tutte le attività pulite messe assieme andranno solo 6 miliardi.

Bisogna guardare a questa dicotomia tra breve e lungo termine per farsi un’idea del Piano al 2050 annunciato oggi dalla controllata pubblica; piano che l’amministratore delegato uscente Claudio Descalzi ha definito “un passo fondamentale” capace di “coniugare gli obiettivi di continuo sviluppo in un mercato dell’energia in forte evoluzione con una significativa riduzione dell’impronta carbonica del portafoglio”, in “un connubio giudicato da molti quasi impossibile” e che ha come stella polare i Sustainable Development Goals tracciati dalle Nazioni Unite.

Come anticipato, piatto forte dell’annuncio è il target per metà secolo della riduzione dell’80% delle emissioni nette di gas serra dei prodotti energetici Eni: sarà calcolato sull’intero ciclo di vita ed è “ben oltre la soglia di riduzione del 70% indicata dalla IEA nello scenario compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”, si sottolinea.

Tra le azioni che permetteranno di raggiungerlo si elencano: la progressiva riduzione della produzione di idrocarburi e la crescente incidenza delle produzioni gas, più commercializzazione di gas equity abbinata a progetti per la cattura e lo stoccaggio della CO2; la conversione delle raffinerie europee in impianti “bio”, per la produzione di idrogeno e per il riciclo di materiali di scarto; progetti di preservazione delle foreste primarie e secondarie per la compensazione delle emissioni di CO2 per oltre 30 milioni di tonnellate annue al 2050.

Sulla cattura della CO2, Eni vuole arrivare a oltre 10 milioni di tonnellate annue al 2050, con un primo progetto allo studio per l’hub di Ravenna in Italia, dove sarà possibile convogliare nei campi a gas ormai esauriti dell’offshore adriatico la CO2 catturata dai limitrofi insediamenti industriali e di generazione elettrica da gas.

Poi ci sono le rinnovabili: target oltre 55 GW al 2050, mentre per il retail, l’azienda vuole distribuire solo prodotti “bio” e rinnovabili al 2050.

Nel breve termine però questa svolta sembra quasi invisibile. Il piano prevede infatti una crescita della produzione upstream a un tasso annuo del 3,5% fino al 2025 e un successivo flessibile declino principalmente nella componente oil, con la produzione gas che al 2050 costituirà circa l’85% della produzione totale (60% nel 2030).

Sempre sul breve termine c’è l’obiettivo di scoprire 2,5 miliardi di boe di risorse fossili, mentre per le rinnovabili il Piano d’Azione 2020-2023 prevede la realizzazione di 3 GW di capacità installata al 2023 e 5 GW al 2025.

Nel piano 2020-2023, alle fonti pulite andranno investimenti pari a 2,6 miliardi di euro nell’arco di piano, che diventano 4 sommati a quelli su efficienza energetica, economia circolare e abbattimento del flaring, poca cosa contro i 32 miliardi che andranno alle fossili nello stesso periodo.

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