Il nuovo governo, le sfide su energia e clima e i primi passi incerti

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Dagli obiettivi sulle emissioni ai cambiamenti del PNIEC, sarebbero tante le opportunità per dare una svolta alle nostre politiche su clima ed energia. Servirebbe una figura autorevole che centralizzi e coordini queste sfide.

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Nelle dichiarazioni del nuovo Governo sembra esserci una certa attenzione per la tematica ambientale e qualche ministro potrebbe riservare sorprese interessanti. Spiace invece il mancato coinvolgimento di parlamentari molto competenti su questo fronte.

Va colta la novità della Commissione UE che sembra voler dare priorità al Green New Deal. Ed è significativo il fatto che, nei primi cento giorni del suo mandato, il vicepresidente Timmermans definirà lo scenario per un’Europa “carbon neutral” al 2050.

L’accelerazione impressa alle politiche ambientali e climatiche dalla Commissione si dovrà tradurre anche in Italia in obbiettivi, programmi e strumenti di intervento per far fronte all’emergenza climatica. Vedremo.

I primi passi sono stati incerti, a dimostrazione che finora la nostra politica, con rare eccezioni, non ha colto la drammaticità della situazione.

Discontinuità dal nuovo Governo?

Venendo quindi al nuovo Governo, al momento va registrata positivamente la posizione del ministro dell’economia Roberto Gualtieri che punta a far scorporare dal calcolo del deficit strutturale gli investimenti per il Green New Deal. Un obbiettivo che non sarà semplice da raggiungere, ma che segnala una sintonia con le sensibilità europee, come dimostra anche l’adesione dell’Italia alla Coalizione dei ministri finanziari per la lotta al cambiamento climatico.

Ci sono altri ministri da cui ci aspettiamo iniziative interessanti, in particolare Lorenzo Fioramonti al Miur.

Il ministro Sergio Costa ha annunciato un decreto legge sul contrasto al cambiamento climatico e per l’economia circolare che nella sua stessa preparazione rende emblematica la differenza tra un’Italia dove il provvedimento, gestito in modo solitario, non viene nemmeno discusso in Consiglio dei Ministri e la Germania dove i membri del governo si scannano per 18 ore sfornando alla fine un testo dignitoso, certo migliorabile e criticato dagli ambientalisti, ma che comunque prevede di destinare 100 miliardi al 2030 al contrasto della crisi climatica.

Passando poi a Stefano Patuanelli al MiSE,  speravamo in una discontinuità col passato, anche se le sue dichiarazioni sembrano al contrario segnalare la difesa del Piano Energia Clima che, entro la fine dell’anno, dovrà essere rivisto e inviato a Bruxelles. Alcune osservazioni sono arrivate dai vari stakeholder e altre sono pervenute a giugno dalla Commissione.

Ma c’è una novità politica, di cui non si può non tenere conto. Ursula von del Leyen si è impegnata infatti ad alzare il taglio delle emissioni climalteranti al 2030 dal 40% al 50% (con la possibilità di alzare al 55% nel 2021), rafforzando la scelta del Parlamento europeo che aveva già votato un innalzamento del target al 55%.

Considerando che la riduzione delle emissioni nella bozza del nostro Piano è solo del 38%, la versione finale dovrebbe prevedere un percorso più ambizioso, coerente con l’obbiettivo di un’Italia “carbon neutral” a metà secolo.

Se le emissioni saranno almeno dimezzate tra il 1990 e il 2030, sarà più agevole il loro azzeramento (tagliando quindi la stessa quantità di emissioni) nei venti anni successivi, dal 2031 dal 2050. Se non si diventa più ambiziosi in questa fase, non ha senso affermare, come ha fatto il Presidente Conte alle Nazioni Unite che, “l’Italia sta finalizzando la sua strategia ‘green’ che mira alla neutralità delle emissioni entro il 2050”. Un po’ di serietà, signori!

E questa ambiguità contrasta con programmi incisivi di altri paesi. Abbiamo parlato della Germania, ma ci sono governi europei che stanno definendo strategie per giungere alla neutralità climatica entro il 2035 o 2045.

Siamo comunque sempre più convinti che la tematica dei cambiamenti climatici, per la sua importanza e trasversalità, dovrebbe essere centralizzata presso la Presidenza del Consiglio con una delega ad un sottosegretario “di peso” che si occupi esclusivamente di questa sfida.

Del resto, la scelta europea di affidare la delega sul clima a Timmermans,  Vicepresidente esecutivo della Commissione, va esattamente in questa direzione.

Reindirizzare investimenti e incentivi

Secondo il programma di governo si dovrà avviare uno screening ambientale di tutti gli investimenti pubblici. Sembra una ovvietà, ma se questa operazione verrà fatta seriamente, cosa improbabile, si potrebbero bloccare scelte sbagliate e indirizzare le risorse dello Stato verso soluzioni ambientalmente sostenibili.

Estendendo questo approccio anche agli incentivi, come appare logico, gli effetti sarebbero molto positivi.  Pensiamo, ad esempio al programma Industria 4.0. Invece di essere distribuiti a pioggia, i sostegni verrebbero concessi in maniera prioritaria alle proposte coerenti con un percorso di riduzione delle emissioni climalteranti e di “circolarità economica”. Aiuteremmo così il nostro sistema industriale ad accelerare un percorso di innovazione coerente con le sfide ambientali.

Tra i tanti interventi che il governo intende affrontare c’è quello dei sussidi ai fossili, 18,8 miliardi l’anno secondo l’ultima stima del Ministero dell’Ambiente. È bene ricordare che fin dal 2009 i paesi del G7 si erano impegnati ad eliminare progressivamente questi aiuti.

C’è poi una occasione importante per dimostrare discontinuità. La BEI, banca europea per gli investimenti, intende smettere di finanziare progetti relativi ai combustibili fossili entro la fine del 2020. Una decisione importante che riguarderà in particolare l’Italia, principale beneficiario dei prestiti, con 8,5 miliardi concessi nel solo 2018. Il cambio di rotta verrà deciso nei prossimi mesi e la posizione dell’Italia sarà importante per sostenere questo cambiamento di linea, favorevole alla transizione energetica.

Un’ultima osservazione.  Il nuovo governo ha tutte le possibilità di esercitare qualcosa di più di una “moral suasion” nei confronti dell’Eni affinché diversifichi gli investimenti, con un’attenzione nei confronti dei tanti settori connessi alla decarbonizzazione.

Un cambio di rotta che, oltre ad essere coerente con la sfida climatica in atto, può portare a risultati interessanti per l’azienda stessa. La scelta del nuovo Amministratore delegato sarà dunque decisiva. A suo tempo l’indicazione di Francesco Starace alla guida dell’Enel ha consentito di fare della società elettrica un punto di riferimento a livello internazionale della conversione climatica. Diamo una spinta propulsiva anche all’Eni!

Articolo tratto dall’editoriale della rivista bimestrale QualEnergia n. 4/2019  (di prossima uscita)

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