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Idrogeno pulito vs idrogeno da fonti fossili: chi vincerà?

Uno studio dell’Agenzia internazionale dell’energia rilancia la disputa sul ruolo futuro del gas “verde” e sulla possibilità di produrlo a basso costo su vasta scala. Qualche considerazione in sintesi.

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L’idrogeno diventerà un ingrediente indispensabile del mix energetico globale?

A questa domanda, che sta rimbalzando da una parte all’altra del mondo con un dibattito particolarmente intenso in Europa e in Italia, non poteva mancare la risposta dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), che all’idrogeno ha appena dedicato un intero rapporto, The Future of Hydrogen (scaricabile qui con registrazione gratuita).

Le discussioni sul contributo dell’idrogeno a un’economia de-carbonizzata, cioè sostanzialmente privata dell’uso di carburanti fossili, ruotano intorno alla possibilità di produrlo in grandi quantità e a basso costo, impiegando elettricità 100% pulita come quella eolica o solare.

Proprio qui sta il problema: in questo momento, il costo dell’idrogeno generato con gli elettrolizzatori rimane piuttosto alto, anche se alcuni studi evidenziano che in determinate circostanze le tecnologie P2G (Power-to-Gas) da fonti rinnovabili, almeno sulla carta, potrebbero essere competitive nel fornire un gas totalmente “verde” da utilizzare nei trasporti o da immettere in rete.

La stessa IEA, vedi il grafico sotto, spiega che la produzione dell’idrogeno con fonti rinnovabili, in certi paesi con abbondanza di energia da vento/sole, può competere con la produzione che parte dal gas naturale.

Il quadro è destinato a diventare più favorevole al clean hydrogen con il progressivo incremento del costo della singola tonnellata di CO2 fino a 100 dollari/tCO2 sul lungo periodo, in base ai calcoli dell’agenzia.

Ma siamo ancora lontani da uno scenario di questo tipo.

Oggi appena lo 0,1% dell’idrogeno proviene da elettrolizzatori che sfruttano il surplus elettrico degli impianti eolici-fotovoltaici, evidenzia la IEA nel suo studio, mentre tutto il resto deriva da fonti fossili, perlopiù gas e anche carbone.

Ecco perché produrre idrogeno con sistemi convenzionali (parliamo qui del cosiddetto “blue hydrogen”) comporta l’emissione in atmosfera, secondo le stime riportate dalla IEA, di circa 830 milioni di tonnellate annuali di anidride carbonica.

La sfida, insomma, è promuovere le tecnologie che consentono di ottenere un gas con un impatto zero sull’ambiente, senza confonderle con quelle che invece continuano a sfruttare idrocarburi. Di recente l’organizzazione Transport & Environment ha rimarcato la necessità di tracciare con più chiarezza i criteri di sostenibilità ambientale del green-gas.

Il rischio, infatti, è considerare come pulito un gas che invece tanto pulito non è.

E qui la IEA ha gioco facile nel proporre soluzioni controverse, ad esempio la possibilità di applicare impianti CCS (Carbon Capture and Storage) per catturare la CO2 rilasciata dai diversi processi chimici volti a produrre idrogeno da gas naturale o carbone, CO2 che poi sarà immagazzinata in depositi sotterranei, come ex giacimenti petroliferi.

Torniamo così all’annosa questione: l’utilizzo di gas di origine fossile è un ponte verso la transizione energetica imperniata sulle fonti rinnovabili, o un muro che ritarda lo sviluppo di queste ultime?

Studi recenti hanno rilanciato questo dubbio, affermando che bisogna smettere di cercare nuovi giacimenti di risorse fossili e puntare sull’espansione delle tecnologie a zero emissioni, se davvero si vogliono rispettare gli obiettivi climatici internazionali. Mentre la visione della IEA resta molto gas-centrica.

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