Le ultime notizie che arrivano dalla Val d’Agri in Basilicata ci riportano al tema della produzione nazionale di petrolio e gas e ai danni ambientali che questa può causare. Rivediamo in sintesi la storia che ha coinvolto l’Eni con lo sversamento di petrolio nel 2017 (vedi anche qui) per poi vedere cosa sta studiando il governo, più in generale, per quanto riguarda gli idrocarburi italiani.

Gli sviluppi del caso-Eni in Val d’Agri

Ieri, 23 aprile, il gip di Potenza, su richiesta della Procura, ha deciso l’arresto ai domiciliari di Enrico Trovato, che all’epoca dei fatti era il responsabile Eni del Centro Oli della Val d’Agri (Cova) a Viggiano, in provincia di Potenza, nell’ambito di un’inchiesta in cui sono indagate 13 persone tra dirigenti della compagnia petrolifera e funzionari pubblici del Comitato tecnico regionale (Ctr) della Basilicata.

Comitato che avrebbe dovuto controllare le attività del cane a sei zampe nell’area, accertando che tutte le operazioni estrattive fossero eseguite in totale sicurezza e rispettando le norme ambientali.

I reati ipotizzati dai magistrati sono disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale.

Nel Centro Oli della Val d’Agri, ricordiamo, Eni gestisce i serbatoi per stoccare il greggio estratto dai giacimenti della zona, per poi inviarlo alla raffineria di Taranto; la capacità giornaliera di trattamento dell’impianto è pari a 104.000 barili.

Nel 2017 ci fu uno sversamento di petrolio da uno dei serbatoi (all’epoca senza un doppiofondo), stimato da Eni in circa 400 tonnellate, ma secondo la procura ci sarebbero state perdite da altre cisterne negli anni precedenti a causa della corrosione che aveva danneggiato le strutture.

Quell’episodio, ricorda una nota del ministero dell’Ambiente guidato da Sergio Costa, aveva contaminato il reticolo idrografico della zona, interessando circa 26.000 metri quadrati di suolo e sottosuolo (falde acquifere) le cui bonifiche sono tuttora in corso.

La Procura di Potenza ha parlato di “sconcertante malafede e spregiudicatezza” riguardo alla condotta di Eni volta a “nascondere i gravi problemi e le conseguenze che la corrosione aveva provocato”.

I piani del governo

Di estrazioni petrolifere in Italia si è tornato a parlare tra febbraio e marzo, quando i ministeri competenti (Sviluppo economico e Ambiente) hanno iniziato gli incontri tecnici per stilare il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), che nelle intenzioni del governo dovrà individuare le aree in cui è consentito cercare e produrre idrocarburi.

Sui contenuti del Piano si erano subito manifestate le critiche del Coordinamento nazionale No Triv e delle associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente, WWF).

Tra i principali punti contestati: la sospensione limitata alle sole attività di ricerca escludendo quelle di estrazione e il mancato aumento delle royalty.

Quest’ultimo è uno degli elementi più controversi, perché “le aziende estrattive a mare non pagano royalty entro gli 80 milioni di metri cubi standard di gas ed entro le 50.000 tonnellate di petrolio, mentre a terra non si pagano le royalty entro i 25 milioni di metri cubi standard di gas ed entro le 20.000 tonnellate di petrolio”, hanno evidenziato in più occasioni le tre associazioni ecologiste.

Quanto vale l’oil&gas italiano

E come hanno sempre osservato Greenpeace, Legambiente e WWF (ad esempio vedi qui: a febbraio 2019 si era nel pieno delle polemiche scaturite dalle mosse del governo Lega-M5S in tema di ricerche petrolifere), il contributo dell’industria nazionale degli idrocarburi alla sicurezza energetica del paese è molto basso, perché l’Italia è un paese che produce piccoli volumi di gas naturale e petrolio.

Secondo i dati storici del ministero dello Sviluppo economico, citati dalle associazioni, nei nostri fondali marini ci sono riserve certe di petrolio per 10,3 milioni di tonnellate, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per appena sette settimane, mentre le riserve di gas a mare coprirebbero un fabbisogno di circa sei mesi.

E sommando le quantità di petrolio presenti nel sottosuolo, concentrate soprattutto in Basilicata, le riserve complessive sarebbero consumate in soli 13 mesi.