L’estate appena trascorsa ha avuto il tema dell’ambiente come sottofondo costante.

Le inondazioni, gli incendi, i record di temperatura, una quantità di eventi minori e, alla fine, l’ultimo rapporto dell’ONU sul cambiamento climatico.1

Rapporto che ha fatto notizia, forse, per due giorni. Ma, a parte l’inguaribile tendenza alla superficialità dei media, tendenza che in pochi giorni fa scomparire temi che dovrebbero restare nel dibattito pubblico a favore di notizie “vendibili”, non mi è sembrato di notare fra gli ambientalisti un cambio di marcia oltre le solite lamentele, speranze, “soluzioni”.

La crisi ambientale attuale è determinata, a mio parere, dal raggiungimento dei limiti fisici e cognitivi dell’espansione umana.

I limiti fisici si presentano come un progressivo aumento della viscosità nel flusso di risorse che dall’ecosfera vengono convogliate nell’antroposfera e come progressiva (ed evidente) saturazione degli ecosistemi terrestri e marini con i rifiuti delle nostre attività economiche e sociali. Sul tema delle risorse ho già scritto in passato. 2–5

I limiti cognitivi riguardano principalmente l’incapacità collettiva di vedere i limiti fisici da parte di una maggioranza schiacciante della popolazione umana e dei suoi leader politici. Una combinazione di inganno deliberato e autoinganno giocano un ruolo essenziale in questo contesto perché fanno parte, probabilmente, del nostro bagaglio etologico.

La negazione dell’evidenza del Cambiamento Climatico e di altre componenti della crisi ecologica (altri aspetti legati alla perturbazione del ciclo del carbonio e di altri cicli bio-geo-chimici, perdita di biodiversità, inquinamento da ogni sorta di materiale, liquido e gas di sintesi) che sembra essere diventato prerogativa delle destre conservatrici a livello globale, e specialmente nell’occidente, fa il pari con il benpensantismo progressista che vende meri tentativi di miglioramento ambientale della produzione e dei consumi, come passi decisivi per la sostenibilità e la cosiddetta economia circolare (ecco l’inganno). L’inganno è peggiore della menzogna.

Alcuni ambientalisti perdono una parte del loro tempo a confutare le posizioni dei negazionisti che vengono amplificate sui giornali di destra, ma il vero nemico della transizione verso la sostenibilità è il consenso generalizzato nei confronti dell’economia trainata dal consumo (si può chiamare semplicemente consumismo), l’illusione che sia possibile mantenere un livello di consumi crescente nel tempo, per noi e per le generazioni a venire, semplicemente facendo le stesse cose in modo più pulito ed efficiente grazie al progresso tecnologico.

La comunità scientifica (di cui, per inciso, faccio parte) ha le sue responsabilità, avendo definitivamente abbandonato ogni senso critico, per abbracciare entusiasticamente il ruolo di gregario del sistema di mercato e di sostenitrice della sua ideologia.

Ideologia che si concretizza in una rappresentazione pubblicitaria degli spesso mediocri risultati della ricerca di base degli ultimi decenni, e dello sviluppo tecnologico indifferenziato.

Nessuno scienziato, udibile sui mezzi di comunicazione, ha il coraggio di dire, oggi, che è probabilmente molto più importante quello che già abbiamo scoperto su come funziona il mondo, di tutto quanto potremo ancora scoprire6–8 e, soprattutto, che lo sviluppo tecnologico non è la principale soluzione al problema ecologico della nostra specie.

Nessuno scienziato ha il coraggio di dirlo perché significherebbe ammettere l’ipertrofia del sistema della ricerca finalizzata nel suo complesso e attaccare uno dei pilastri sia del conservatorismo che del progressismo distruttivi dell’ambiente: l’ideologia del libero mercato sostenuto dallo sviluppo tecnologico.

Il ricercatore oggi è chiamato essenzialmente a far entrare quello che ha imparato a fare nella narrativa corrente in modo da poter attirare fondi di ricerca. Non è importante cercare qualcosa di veramente utile, è importante solo convincere qualcuno che quello che fai è utile allo scopo. Per cui si vedono soggetti di ricerca totalmente avulsi dalla realtà presentati come se fossero contributi significativi al grande fine della sostenibilità ambientale.

Secondo la classe dirigente delle istituzioni scientifiche si deve cercare di portare acqua (cioè fondi) al proprio mulino, facendo largo uso di retorica e di tecniche pubblicitarie. Chi non aderisce a questo modello è un apostata, uno che sputa nel piatto in cui mangia. Guai a mettere in discussione l’assunto secondo cui il progresso scientifico è inarrestabile.

La religione pubblica dell’economia della crescita richiede l’adesione al mito del progresso tecnico-scientifico senza fine. Questo costituisce un alibi per non fare nulla di politicamente concreto, né a livello locale né a livello globale.

A livello locale l’alibi all’inazione nell’occidente è sostenuto dall’affermazione apodittica secondo cui i paesi di antica industrializzazione hanno ridotto il proprio impatto ecologico grazie ad efficienza, digitalizzazione e terziarizzazione. Un falso.

Il processo di disaccoppiamento è una delle componenti essenziali di questa mitologia che viene smentita nella realtà, ma le cui smentite vengono sistematicamente ignorate.9

L’occidente ha semplicemente delocalizzato le produzioni più inquinanti, ma continua a consumare in modo non sostenibile tutte le principali risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili. Tutte le misure di intensità di impatto ambientale delle società occidentali indicano una situazione di non sostenibilità grave e conclamata. 10–12

A livello globale le decisioni dovrebbero partire dal riconoscimento della responsabilità dei paesi di antica industrializzazione (in pratica l’occidente) nell’aver perseguito la crescita economica, fondata sul consumo delle fonti fossili di energia, da ormai diversi secoli, con i noti impatti sull’ecosfera, e aver trascinato su questa via ecologicamente non sostenibile tutto il resto del mondo, nelle lunghe ere coloniali e post- coloniali. Oltre ad aver determinato l’esplosione della popolazione umana attraverso l’aumento della domanda di lavoro a basso costo.13

Sei miliardi di persone ambiscono a raggiungere standard di consumo di livello euro-americano, e, perseguendo questo desiderio impossibile, trascineranno il mondo in una catastrofe senza uguali.

Se l’Asia e l’Africa non capiranno che questo desiderio è impossibile non ci sarà salvezza per nessuno.14,15 C’è un contenuto materiale irriducibile nei bisogni dei poveri: cibo, acqua, energia, abitazioni, vestiario.15 Se la crescita residua possibile non verrà destinata allo sforzo di azzerare la povertà, e si confida nell’infausta ideologia neo-liberale del Trickle Down,16,17 ognuno degli obiettivi di sostenibilità,18 e in particolare il primo, l’eradicazione della povertà, resterà un sogno irrealizzabile.

Se l’Europa e il Nord America non capiranno che devono dare il buon esempio riducendo i propri consumi assoluti in modo drastico e rapido, Asia e Africa non riconosceranno mai questo passaggio necessario di uscita dall’era della crescita infinita e del consumo compulsivo.

Ma tutto questo è al momento quasi impensabile.

La crisi ambientale è la crisi del modello economico vigente, ma quasi nessuno lo mette in discussione tranne infime minoranze, parte delle quali sono anche portatrici di vetuste ideologie anticapitaliste, che hanno già manifestato i loro limiti e che non avendo alcuna credibilità rendono l’opera di transizione ancora più difficile.

Uscire da questo vicolo cieco richiederà molta creatività politica, in ogni parte del mondo. Purtroppo, non esiste una ricetta disponibile, e, contrariamente a quanto pensano gli “scienziati della storia”, non è mai esistita, se non nella mente di coloro che hanno ricostruito la Storia a posteriori inventando determinismi inesistenti.

Sarà necessario accompagnare un processo che, almeno oggi, è impensabile, la riduzione della popolazione umana. Un processo che, per non essere catastrofico, deve essere sufficientemente lento, ma non può essere rimandato. Questo significherà anche imparare a governare la fase di invecchiamento delle società che oggi è vista come una iattura.

I demografi, che vengono quasi interamente dalle scuole di scienze sociali ed economiche, mancano di cogliere il nesso fra popolazione e ambiente in modo chiaro e quantitativamente significativo. Si appoggiano, come ovvio, all’idea della transizione demografica come se fosse una legge di natura quando, al più, si tratta di un fenomeno storico che si è verificato in un numero limitato di paesi di antica industrializzazione. Le società devono invecchiare e poi stabilizzarsi ad un livello numerico più basso se si vuole perseguire la sostenibilità.

Sarà necessario uscire dal consumismo e anche questo oggi è impensabile. Tutte le aziende capitalistiche grandi e piccole hanno l’obbiettivo di produrre e vendere di più anno dopo anno. L’obiettivo è la crescita. Potrete ascoltare un CEO fare discorsi bellissimi sugli sforzi che fa la sua azienda per essere sostenibile, ma non lo sentirete mai dire la cosa essenziale: “dobbiamo produrre di meno”.15

Rinunciare all’obiettivo della crescita non è possibile per le aziende capitalistiche, deve essere imposto attraverso l’internalizzazione dei costi ambientali e la valutazione equa e corretta del prezzo delle materie prime e del lavoro.

L’iper produttività del sistema industriale globalizzato si basa su due componenti, il basso costo del lavoro e il basso costo delle materie prime.

Molti non saranno d’accordo su questo punto. L’iperproduttività dipende dallo sviluppo tecnologico. Ribatto che lo sviluppo tecnologico sarebbe un miraggio se il costo economico e sociale (si pensi al coltan) di molte materie prime fosse determinato dalla loro scarsità assoluta, cioè tenendo conto che sono tutte risorse non rinnovabili. Questo vale, ad esempio, per le centinaia di metalli esotici che abbiamo nei nostri computer e smartphone.

Il mercato non è in grado di stimare correttamente il prezzo di questi fattori produttivi, perché si basa sull’equilibrio fra domanda privata e offerta privata, senza minimamente interessarsi alla scarsità assoluta, in particolare quella delle georisorse: fonti fossili e risorse minerali.

La risposta dell’economia ortodossa a questa obiezione è che la tecnologia permetterà sempre di trovare sostituti a risorse scarse, o ad estrarre risorse più difficili o diluite. È la teoria della cornucopia tecno-capitalista. Un atto di fede.

Il fatto che nella storia l’uomo abbia trovato (non sempre) soluzioni tecniche a diversi problemi di scarsità non garantisce che questo continui ad essere possibile per un’economia e una popolazione di 8-9 miliardi di individui, ambedue in continua crescita. Lo sviluppo tecnologico e la Scienza hanno preso il posto della Divina Provvidenza.

Nonostante lo scetticismo, a volte un po’ affettato, che vedo intorno a me, si può e si deve sperare che le istituzioni internazionali possano avere un ruolo, ma saranno probabilmente gli Stati e le comunità locali che dovranno organizzarsi su nuove basi di consumo e di produzione. Si dovrà usare molta attenzione per sviluppare la cultura del dopo-crescita.

L’era della crescita può finire, deve finire e finirà. Come organizzare le nostre società nella fase di ridefinizione e riduzione dei consumi è ancora un progetto da scrivere. Dobbiamo smettere di far finta di avere ricette risolutive: la dieta vegana, la macchina elettrica, le fonti rinnovabili, l’agricoltura biologica ecc. Non ce ne sono. Dobbiamo diffidare di noi stessi quando pensiamo di aver trovato la sintesi.

Ci vorrà pazienza e capacità di cogliere i segnali positivi, noi ambientalisti abbiamo un alleato: il resto della natura, la pedagogia delle catastrofi avrà un ruolo essenziale per portare dalla nostra parte una grande maggioranza che ancora non si vede.

Le alluvioni e gli incendi, gli uragani mortiferi sono i bombardamenti di oggi e portano con sé un certo numero di vittime collaterali. Ognuno di noi potrebbe essere fra queste.

Del mio passato marxista, mi è rimasta una citazione a cui sono rimasto affezionato, quella del dirigente comunista Amedeo Bordiga, che cito a memoria: Noi non siamo pochi, siamo quanti il momento storico richiede.

Ci sarà un momento in cui tutti, o quasi tutti, capiranno che i tempi sono cambiati. Oggi siamo come i militanti anti-fascisti e anti-nazisti nel 1939, il momento più buio, sembra che non ci sia speranza. Ma c’è sempre speranza. La guerra è iniziata. Il consenso alla dittatura (della crescita economica indifferenziata e senza fine) comincia a mostrare delle crepe.

Non sappiamo ancora cosa verrà dopo, abbiamo appena iniziato a scrivere i nostri manifesti del dopo crescita.

NOTE:

  1. Lancio del rapporto finale sullo Stato del Clima Globale nel 2020 (accessed 2021 -08 -17).
  2. Quale transizione ecologica in un mondo basato sulle fossili? Micromega, 2021.
  3. Bellanca, N.; Pardi, L. O La Capra o i Cavoli: La Biosfera, l’economia e Il Futuro Da Inventare, 1st ed.; Studi e saggi; Firenze University Press: Florence, 2020; Vol. 215.
  4. Pardi, L. Il Paese Degli Elefanti: Miti e Realtà Sulle Riserve Italiane Di Idrocarburi; Avventura scientifica; Lu::Ce edizioni: Massa, 2014.
  5. Simonetta, J.; Pardi, L. Picco per capre: capire, cercando di cavarsela, la triplice crisi : economica, energetica ed ecologica; Lu::Ce: Massa] (Massa-Carrara), 2017.
  6. Horgan, J. The End of Science: Facing the Limits of Knowledge in the Twilight of the Scientific Age, 2015 edition.; Basic Books, A member of the Perseus Books Group: New York, 2015.
  7. Horgan, J. From Complexity to Perplexity. Scientific American 1995, 272 (6), 104–109.
  8. Stannard, R. The End of Discovery; Oxford University Press: Oxford ; New York, 2010.
  9. Decoupling Debunked – Evidence and Arguments against Green Growth as a Sole Strategy for Sustainability. EEB – The European Environmental Bureau. La traduzione italiana si trova qui: Il mito della crescita verde – Lu:Ce Edizioni (luce-edizioni.it)
  10. Home – Global Footprint Network (accessed 2021-08-17).
  11. Planetary boundaries (accessed 2021-08 -17).
  12. Haberl, H.; Erb, K.-H.; Krausmann, F. Human Appropriation of Net Primary Production: Patterns, Trends, and Planetary Boundaries. Annu. Rev. Environ. Resour. 2014, 39 (1), 363–391.
  13. Danna, D. Il Peso Dei Numeri: Teorie e Dinamiche Della Popolazione; Lo stato del mondo; Asterios editore: Trieste, 2019.
  14. Nair, C. Consumptionomics: Asia’s Role in Reshaping Capitalism and Saving the Planet; Infinite Ideas: Oxford, 2011.
  15. Nair, C. The Sustainable State: The Future of Government, Economy and Society; 2018.
  16. Trickle-down. Wikipedia; 2021.
  17. Piketty, T. Capitale e ideologia; La nave di Teseo: Milano, 2020.
  18. Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Agenzia per la coesione territoriale.