Il Green Deal europeo cambierà molti aspetti della geopolitica con opportunità e rischi da gestire in particolar modo dal 2030 in avanti, quando l’Europa dovrà accelerare la sua uscita dai combustibili fossili per puntare alle zero emissioni di CO2 a metà secolo.

Un documento dell’European Council on Foreign Relations – think-tank specializzato in analisi sulle politiche estere dell’Ue – spiega quali saranno le probabili conseguenze del Green Deal per le relazioni internazionali e come andranno affrontate.

In particolare, si legge in “The geopolitics of the European Green Deal” (link in basso), l’Europa dovrà cercare di ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime indispensabili per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

Al momento, il mix energetico europeo è strettamente agganciato ai combustibili fossili, con petrolio in testa (34,8% del totale) davanti a gas e carbone che valgono rispettivamente il 23,8% e 13,6% del mix complessivo (i dati citati sono quelli Eurostat 2019).

Come evidenzia il grafico sotto, tratto dallo studio, c’è una dipendenza particolarmente forte dalla Russia per il gas: quasi metà del gas importato proviene da Mosca. Però dal 2030 al 2050, spiegano gli autori del documento, le importazioni Ue di petrolio e gas naturale dovrebbero calare rispettivamente del 78-79% e del 58-67% in confronto ai livelli del 2015.

Il Green Deal può creare nuovi rischi per la sicurezza energetica, legati alla necessità di importare minerali e metalli necessari per la produzione di pannelli solari, pale eoliche, batterie e altri componenti per le auto elettriche. Parliamo di litio, cobalto, nickel e altre materie prime considerate di importanza “critica” per il futuro green dell’Europa.

E la Cina, come mostra il prossimo grafico, è il fornitore leader di queste materie prime all’Europa con il 60% del totale in media nel periodo 2010-2014.

Di conseguenza, affermano gli autori, il Green Deal dovrà includere misure per variare le forniture delle materie prime critiche, puntare di più sull’innovazione tecnologica (sostituzione di certi materiali con altri, sviluppo di nuove ricette chimiche per le batterie), aumentare la circolarità dell’economia riciclando più materiali, realizzare grandi fabbriche per produrre componenti made in Europe, come si sta iniziando a fare nel campo delle batterie con le iniziative della Battery Alliance.

Proprio a fine gennaio da Bruxelles è arrivato il via libera, nel rispetto delle norme Ue sugli aiuti di Stato, al secondo mega-progetto comunitario a sostegno delle attività di ricerca e innovazione nella filiera delle batterie: è un importante progetto di interesse comune europeo (Ipcei: Important project of common european interest), battezzato European Battery Innovation che coinvolge 12 Stati membri e numerose aziende italiane.

In ballo ci sono finanziamenti pubblici per 2,9 miliardi di euro, che dovrebbero sbloccare altri 9 miliardi di investimenti privati.

Un altro aspetto su cui lavorare, nell’ambito del Green Deal, è la cooperazione internazionale.

L’Europa, infatti, sostengono gli autori, dovrà tessere nuove alleanze in primis con i “nuovi” Stati Uniti di Biden, ora molto più concentrati sulla rivoluzione industriale verde, e con la Cina di Xi Jinping, che punta ad azzerare le emissioni di CO2 entro il 2060.

Arriviamo al punto sottolineato dal rapporto annuale Top Risks di Eurasia Group, società di consulenza fondata e presieduta dal politologo americano Ian Bremmer.

Il cambiamento climatico figura tra i principali rischi geopolitici per il 2021 ed è molto probabile che con l’avanzare delle politiche di Green Deal, clima ed energia saranno sempre più determinanti nel forgiare le relazioni economiche, commerciali e tecnologiche tra gli Stati.

Secondo Eurasia Group, c’è il rischio di sovrastimare la nuova era di cooperazione globale sul clima, perché la transizione energetica potrebbe essere dominata dalla competizione per le risorse – come le materie prime critiche – e da una mancanza di coordinamento internazionale.

Molti paesi che oggi affidano le loro economie alla produzione e all’export di carbone, gas e petrolio, dovranno ridefinire completamente le loro strategie, anche a causa della futura de-carbonizzazione europea.

L’Europa, inoltre, si legge nel documento dell’European Council on Foreign Relations, dovrà porre molta attenzione nel definire il perimetro del “carbon border adjustment mechanism” (CBAM), vale a dire, il meccanismo per far pagare la CO2 alla frontiera sulle importazioni di determinati beni e prodotti, come acciaio, carta, fertilizzanti, alluminio e così via.

L’obiettivo è garantire che tutte le imprese – europee e straniere – possano competere su un terreno comune per quanto riguarda le regole ambientali (si veda QualEnergia.it, Chi inquina paga, anche alla frontiera: ecco come l’Europa pensa di “tassare” la CO2).

Ma questo prezzo del carbonio alla frontiera, precisano gli autori dello studio, dovrà essere compatibile con le regole del commercio internazionale; non dovrà essere, quindi, una misura protezionista, bensì un meccanismo “di aggiustamento del carbonio” volto esclusivamente a perseguire obiettivi climatici.