Dal World Economic Forum al WWF, sono varie e prestigiose le organizzazioni che negli ultimi tempi hanno abbracciato versioni parallele dell’iniziativa “Trillion Trees”, consistente nel piantare mille miliardi di alberi entro il 2050 per assorbire CO2 dall’atmosfera e salvare il clima da un surriscaldamento incontrollabile.

Ma è veramente fattibile? Funzionerebbe? Il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha considerato la questione in un suo articolo.

Piantare e proteggere il maggior numero possibile di alberi è importante per fornire un habitat a molte specie, per ripristinare ecosistemi indeboliti e anche per assorbire l’anidride carbonica dall’atmosfera e impedire che le temperature medie globali aumentino di oltre 2° C rispetto all’era preindustriale.

Ma secondo Roger Aines, capo della Carbon Initiative del Lawrence Livermore National Lab – un programma di ricerca statunitense sulla rimozione dell’anidride carbonica – è anche un modo limitato e inaffidabile di affrontare la crisi climatica.

“Gli alberi sono una risposta importante, molto visibile e molto socializzabile”, ha detto Aines a MIT Technology Review. “Ma è anche un modo limitato e inaffidabile di affrontare il cambiamento climatico.  Abbiamo un pessimo curriculum per quanto riguarda gli sforzi di riforestazione compiuti finora”.

Si dovrebbero infatti piantare e proteggere per decenni un numero enorme di alberi per compensare anche solo una frazione delle emissioni globali; anni di sforzi che potrebbero essere vanificati da siccità, incendi, malattie o deforestazione altrove.

Ma il rischio forse maggiore è che l’attrattiva di soluzioni “naturali” come piantare miliardi di alberi possa illuderci che stiamo intraprendendo un’azione più significativa di quanto non sia in realtà.

“Invita la gente a considerare la piantumazione di alberi come un’alternativa efficace ai cambiamenti dei modelli energetici che sono invece necessari per evitare le emissioni di gas serra”, ha detto Jane Flegal, docente presso la School for the Future of Innovation in Society della Arizona State University.

La forestazione del mondo come chiave di volta per la lotta alla crisi climatica ha varie controindicazioni.

Il tempo

Applicazioni online per la prenotazione di viaggi aerei hanno cominciato ad offrire o a donare la possibilità di compensare le emissioni di CO2 di ogni passeggero con la messa a dimora di nuovi alberi.

Una di queste società ha stimato che un albero medio riesce a sequestrare poco meno di una tonnellata di anidride carbonica, pari più o meno alle emissioni generate da un passeggero di un volo medio.

Il problema è che ci vorrebbero circa 40 anni di crescita degli alberi e, date le diverse specie e condizioni climatiche e altri fattori, si prevede che in base a quattro alberi per passeggero ci vorrebbero circa 25 anni per compensare la quota di emissioni di ogni volo, supponendo che gli alberi sopravvivano così a lungo.

Sarebbe illusorio pensare che questi programmi di compensazione del carbonio possano rendere neutri i nostri spostamenti aerei dal punto di vista delle emissioni, in tempo utile per scongiurare un surriscaldamento disastroso.

La dimensione

Gli Stati Uniti hanno prodotto circa 5,8 miliardi di tonnellate di emissioni lo scorso anno. In assenza di altre politiche climatiche, bisognerebbe dedicare quasi 155 milioni di ettari, ovvero ben oltre il doppio dell’area del Texas, alla piantumazione di nuovi alberi.

Il problema è che gli Stati Uniti e la maggior parte degli altri paesi non hanno grandi porzioni di territorio adatto. E la selvicoltura ha un costo per l’agricoltura e per altre destinazioni dei terreni.

Secondo la National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine statunitense, dati i limiti del terreno, i vincoli economici e altri fattori, la rimozione del carbonio “realisticamente raggiungibile” tramite le foreste USA è di 250 milioni di tonnellate l’anno – circa 1/23 di quanto gli Stati Uniti hanno emesso l’anno scorso.

Piantare un trilione di alberi in tutto il mondo, ipotizzando una densità relativamente elevata di 2.000 alberi per ettaro, richiederebbe circa 500 milioni di ettari.

Una ricerca scientifica molto discussa l’anno scorso ha stimato in circa 900 milioni di ettari la superficie terrestre attualmente non utilizzata a scopi umani in tutto il mondo, capace di sostenere una copertura arborea continua.

Jesse Reynolds, dell’Università della California a Los Angeles, ha messo in discussione tali stime, osservando che parte del terreno è probabilmente dedicato al pascolo del bestiame, mentre altri hanno sostenuto che gran parte della superficie potrebbe non essere realmente adatta alla forestazione.

I critici hanno contestato anche la tesi di fondo dello studio, che ha definito la piantagione di alberi “la migliore soluzione per il cambiamento climatico oggi disponibile”, sostenendo che i ricercatori hanno sovrastimato in modo significativo la quantità di anidride carbonica potenzialmente immagazzinabile per ettaro.

La contabilità

Studi e indagini giornalistiche hanno costantemente riscontrato come i programmi di compensazione del carbonio, compresi quelli delle Nazioni Unite, abbiano seriamente sovrastimato il sequestro di CO2 degli alberi, incoraggiando fra l’altro trucchi ragionieristici sulla contabilità del carbonio da rimboschimento.

Il problema è che le compensazioni di carbonio sono spesso trattate sulla base di una sostituzione uno a uno: danno cioè il permesso di emettere lo stesso livello di CO2 che si suppone le misure di compensazione, come per esempio la forestazione, abbiano controbilanciato.

Ma se le riduzioni stimate sono gonfiate, come spesso succede, si finisce addirittura per promuovere più emissioni totali di quanto avremmo altrimenti.

La permanenza

Quando gli alberi e le piante muoiono – per gli incendi, il disboscamento o semplicemente per la caduta – la maggior parte del carbonio intrappolato nei loro tronchi, nei rami e nelle foglie ritorna semplicemente nell’atmosfera.

Tale fattore appare di particolare rilevanza in un anno in cui abbiamo assistito a incendi catastrofici in Australia e alla diffusa deforestazione del Brasile, ha fatto notare Flegal.

“Il semplice spostamento delle riserve di CO2 dall’atmosfera alla biosfera terrestre non è un sequestro permanente delle emissioni”, ha detto la docente. “I pozzi di carbonio possono diventare fonti di carbonio molto rapidamente”.

In conclusione

La maggior parte delle ricerche ci dice che dovremo rimuovere l’anidride carbonica dall’aria per evitare pericolosi livelli di riscaldamento. E piantare alberi è il modo più economico e affidabile che abbiamo oggi per farlo su larga scala.

Quindi non c’è dubbio che dobbiamo trovare modi migliori per incoraggiare, finanziare, monitorare e far rispettare gli sforzi di rimboschimento e conservazione in tutto il mondo.

Ma gli alberi non saranno sufficienti, da soli, a svolgere questo ruolo.

Avremo bisogno di altre soluzioni legate all’uso dei terreni; e per nutrire una popolazione globale in rapida crescita, avremo bisogno anche di soluzioni tecnologiche che non occupino molta spazio, come sistemi per la cattura diretta del carbonio dall’aria.

Gli alberi possono e dovranno svolgere un ruolo nel sequestrare il carbonio già presente nell’atmosfera, almeno per un po’ di tempo. Ma non possono sostituire altre misure di monumentale importanza, necessarie per ridurre le emissioni dei nostri sistemi energetici, di trasporto e agricoli.

Il mito che gli alberi ci salveranno, o anche perseguire con zelo eccessivo la soluzione arborea, rischia di dare agli scettici, ai negazionisti della crisi climatica, un’arma perfetta, tutta basata sull’appeal della natura, per indebolire o bloccare altri tipi di sforzi ancora più necessari e non rimandabili.