L’intero stock di asset naturali (organismi viventi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche) che contribuiscono a fornire beni e servizi di valore per l’uomo e che sono necessari per la sopravvivenza dell’ambiente da cui sono generati, costituisce il “capitale naturale” di un Paese.
Preservarlo, spiega il ministero dell’Ambiente nel 6° Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale (link in basso), non solo estende le opportunità economiche in chiave temporale, ma anche lo spettro di benefici ricreativi e culturali.
Secondo l’analisi, però, in Italia ci sono 58 ecosistemi a rischio, di cui 7 in condizioni critiche, 22 in pericolo e 29 vulnerabili, mentre 18 saranno probabilmente a rischio nel futuro. Solo 4 sono relativamente sicuri e 5 non sono a rischio.
Si stima che il 19,6% della superficie nazionale complessiva sia concretamente minacciato, quota che sale al 45% se si considera solo la superficie coperta da ecosistemi naturali e semi-naturali; il 16,3% si riferisce agli ecosistemi vulnerabili, il 3% agli ecosistemi in pericolo e lo 0,3% a quelli in condizioni critiche.
In questa sesta edizione del Rapporto, sottolinea il Mase in una nota, sono indicate le “raccomandazioni” e gli impegni per la tutela del capitale naturale che andrebbero attuati con maggiore impellenza, considerata la recente introduzione dei principi inerenti la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, tra quelli fondamentali della Costituzione.
L’Italia fa riferimento alle linee guida globali dettate nell’ambito del Global Biodiversity Framework di dicembre 2022, firmato da 196 Paesi, che identifica tre target:
- perdita netta zero di natura a partire dal 2020
- bilancio netto positivo entro il 2030
- pieno recupero della natura entro il 2050.
Una questione anche economica
Oltre che sociali, i vantaggi della tutela ambientale sono anche economici. L’analisi stima che nel nostro Paese un’azione diffusa di riqualificazione ecologica potrebbe generare benefici pari a 2,4 miliardi di euro, a fronte di costi pari a 261 milioni. Il rapporto è fortemente vantaggioso e superiore a quello della media Ue, sia in valore assoluto che riferito alla popolazione residente.
Inoltre, un’analisi della Bce del 2023 valuta che circa il 72% di 4,2 milioni di aziende non finanziarie nei 20 Paesi dell’area euro dipenda strettamente da almeno un servizio ecosistemico; quasi il 75% dei prestiti bancari a imprese non finanziarie sono concessi ad aziende fortemente dipendenti da almeno un servizio ecosistemico.
La stessa indagine afferma che la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi naturali sono una minaccia per l’economia e possono indebolire in modo rilevante la stabilità finanziaria, un fattore che le banche centrali e le autorità di vigilanza devono tenere in considerazione.
Secondo l’Unep invece le risorse annue da destinare alle Nature Based Solutions necessarie a raggiungere gli obiettivi della Convenzione di Rio devono più che raddoppiare rispetto agli attuali 200 miliardi di dollari, dei quali 165 da fonti pubbliche e 35 dal settore privato. Le stime più recenti valutano l’ammontare di tali investimenti a oltre 540 miliardi di dollari entro il 2030, per poi superare 730 miliardi entro il 2050.
In una recente intervista a Repubblica, l’economista indiano Partha Dasgupta, autore del saggio “Il capitale naturale”, propone invece di inserire questo valore nel calcolo del Pil. “Se si include solo la crescita economica – afferma – il Pil non può essere sostenibile. Crescita sostenibile significa rigenerare il capitale naturale che distruggiamo per produrre”.
L’Ecorendiconto italiano
Secondo l’esercizio finanziario dell’Ecorendiconto del 2022 (dati più recenti), le risorse destinate dall’Italia alla spesa primaria per la protezione dell’ambiente e per l’uso e la gestione delle risorse naturali ammontano a 33,9 miliardi di euro, pari al 3,4% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato, rispetto ai 12,8 miliardi di euro del 2021.
Il gettito delle imposte ambientali nel 2022 ammontava a circa 41,5 miliardi di euro, rispetto ai 55 miliardi del 2021. Il gettito totale è distribuito in:
- 24,4 miliardi pagati dalle famiglie
- 16,6 miliardi dalle attività economiche
- 454,7 milioni dai non residenti.
Sul piano legislativo il report rimarca invece l’importanza della legge delega fiscale del 9 agosto 2023 n. 111, che all’articolo 12 dispone il riordino e la revisione delle agevolazioni in materia di accisa sui prodotti energetici e sull’elettricità e di alcune agevolazioni catalogate come sussidi ambientalmente dannosi (Sad) che risultino particolarmente impattanti per l’ambiente.
A livello europeo invece la revisione dell’Iva con la Direttiva di modifica (UE) 2022/542 riformerà le regole sulle aliquote fiscali con l’allineamento alle politiche ambientali comunitarie, tra cui il Green Deal. Nell’elenco dei beni e servizi ai quali si potranno applicare aliquote Iva ridotte o esenzioni ci sono i pannelli solari, i servizi di riciclaggio dei rifiuti e il trasporto di passeggeri.
All’articolo 105-bis, paragrafo 4, la direttiva prevede l’eliminazione delle aliquote Iva agevolate sui combustibili fossili entro il 2030 e sui pesticidi chimici e sui fertilizzanti chimici entro il 2032.
Rinnovabili e capitale naturale
L’analisi si concentra anche sulle fonti rinnovabili e il loro apporto benefico al capitale naturale. Si sottolinea come le Fer occupino un ruolo di primo piano nella politica energetica nazionale e come, in particolare per l’eolico offshore, sia previsto lo sviluppo di soluzioni tecnologiche “affidabili e con un ridotto impatto sull’ambiente marino“, così da consentire una “applicazione ambientalmente compatibile” oltre che energeticamente significativa.
Considerando le peculiarità del Mar Mediterraneo, ricco di biodiversità e habitat protetti, anche a grandi profondità, la prevista crescente realizzazione di grandi impianti eolici offshore richiede azioni mirate per preservare il capitale naturale e garantire una conservazione adeguata delle sue risorse ecologiche (Progettare l’eolico offshore rispettando natura e biodiversità).
Gli impianti eolici offshore possono dar luogo al cosiddetto “effetto reef”, a seguito della posa di strutture artificiali o pietrame, che favorisce la colonizzazione da parte di specie tipiche di substrati duri e di specie non native.
Sono inoltre riportati gli effetti dovuti alla cessazione delle attività di pesca per interdizione delle aree dei parchi eolici, che possono favorire il fenomeno di attrazione di pesci pelagici e demersali.
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