Eolico offshore e falsi miti: non è vero che nuoce alle balene

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Uno studio dell'associazione Jonian Dolphin Conservation dimostra che non diminuiscono gli avvistamenti dopo l'installazione di un parco eolico in mare, confutando una "fake news" rilanciata sul web.

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Una delle false notizie messe in giro spesso dai detrattori delle rinnovabili, in particolare dell’eolico offshore, è che le turbine danneggino gli ecosistemi marini e addirittura causino la morte delle balene.

Una bufala rilanciata anche recentemente da Donald Trump poco prima del suo re-insediamento alla Casa Bianca, per giustificare i tagli ai fondi e l’imminente blocco della locazione di aree federali per nuovi progetti eolici in mare.

Già qualche mese fa gli scienziati del National Marine Fisheries Service, un’agenzia federale all’interno della National Oceanic and Atmospheric Administration americana, avevano replicato affermando che “non esiste alcuna prova scientifica che il rumore derivante dalle indagini sulla caratterizzazione dei siti eolici offshore possa potenzialmente causare la morte delle balene”.

Adesso un nuovo tassello nella decostruzione di questo falso mito lo aggiunge l’associazione in difesa della biodiversità marina Jonian Dolphin Conservation con un’indagine dalla quale emerge la totale compatibilità degli impianti in mare con la vita marina.

I capodogli non temono le turbine

Lo studio è stato presentato l’11 luglio, nel corso della tappa pugliese dell’itinerario “Goletta Verde” di Legambiente e ha preso in considerazione il parco eolico di Taranto inaugurato nel 2022 da Renexia, azienda che ha commissionato l’analisi.

I dati parlano chiaro: l’utilizzo dell’area è rimasto sostanzialmente invariato dopo l’entrata in funzione dell’impianto. Nel Golfo di Taranto sono stati registrati infatti oltre 1.200 avvistamenti tra delfini, grampi e capodogli tra il 2018 e il 2024, di cui 641 dopo l’inaugurazione delle turbine.

Lo studio, spiega Legambiente in una nota, è “il primo nel suo genere nel Mediterraneo nato con l’obiettivo primario di identificare eventuali variazioni nella presenza e distribuzione delle diverse specie di cetacei in seguito alla realizzazione del parco eolico”.

Per questi motivi sono stati presi in esame il periodo 2018-2021 (pre-impianto) e 2022-2024 (post-impianto), escludendo il 2020 vista la ridotta attività navale nell’area osservata durante la pandemia.

Nel corso dei monitoraggi sono state osservate le seguenti specie: Tursiops truncatus (tursiope), Stenella coeruleoalba (stenella striata), Delphinus delphis, Grampus griseus (grampo), Physeter macrocephalus (capodoglio) e Ziphius cavirostris (zifio). La stenella striata è risultata la specie più frequentemente avvistata in entrambi i periodi, seguita dal grampo e dal tursiope.

Un dato interessante riguarda inoltre gli avvistamenti, nel 2023 e 2024, di esemplari di ziphius cavirostris, una delle specie più elusive del Mediterraneo. Inoltre, dallo studio emerge che la stenella striata è stata osservata nel 2024 in punti più vicini all’impianto rispetto agli anni precedenti, suggerendo un possibile utilizzo attivo dell’area da parte di questo predatore. Per tursiope e grampo, invece, non sono state rilevate variazioni significative nella distanza mantenuta.

“Una delle maggiori critiche che viene mossa alla realizzazione di impianti di eolico offshore – ha commentato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è l’impatto che potrebbero avere su fauna marina e biodiversità. I risultati condotti sull’unico impianto a mare presente in Italia confermano quanto già emerso da altri studi europei sul ruolo che l’eolico offshore può avere in termini di protezione della biodiversità”.

A riguardo si può ad esempio citare lo studio indipendente olandese “Elasmobranchs in offshore wind farms”, pubblicato su Science Direct, che ha documentato la presenza di razza chiodata (Raja clavata) tutto l’anno in tre dei siti offshore analizzati, mentre lo squalo elefante (Cetorhinus maximus) è stato rilevato soltanto durante l’inverno.

Fondi per l’offshore agli ecosistemi marini

A quest’indagine del Jonian Dolphin Conservation se ne aggiunge un’altra, condotta dal “Royal Netherlands Institute for Sea Research”, pubblicata il 3 luglio 2025 su BioScience, secondo la quale l’eolico offshore avrebbe il potenziale per diventare la prima industria marina a contribuire in modo netto e positivo al ripristino su larga scala degli ecosistemi acquatici.

Gli studiosi rilevano infatti che con solo l’1% degli investimenti globali nell’energia eolica offshore si potrebbe contribuire significativamente al ripristino di milioni di ettari di ecosistemi marini, come barriere coralline, praterie di fanerogame marine e zone umide costiere, fondamentali per la biodiversità, le popolazioni ittiche e la resilienza climatica.

“Il ripristino degli ecosistemi marini non avvantaggia solo piante e animali, ma anche le persone. Mari e coste in buona salute assorbono carbonio, proteggono le rive e sostengono le popolazioni ittiche. Secondo lo studio, ogni dollaro investito nel ripristino degli ecosistemi può generare tra 2 e 12 dollari in benefici per la società”, spiega in una nota Laura Airoldi, coautrice del lavoro e docente dell’Università degli Studi di Padova.

Nell’elaborato si esortano quindi i governi a rendere il ripristino marino un requisito standard nella normativa sull’eolico offshore, includendo l’obbligo di destinare una percentuale fissa degli investimenti alla biodiversità marina.

La situazione in Italia

In Italia al momento c’è in funzione soltanto un parco eolico offshore, quello al largo di Taranto, oggetto dello studio rilanciato da Legambiente. Ci sono però altri 4 impianti che hanno ottenuto la Valutazione di impatto ambientale positiva dal Mase:

  • “Barium Bay” da 1.110 MW nel Mare Adriatico meridionale, al largo della costa pugliese, tra i Comuni di Vieste e Monopoli;
  • “Agnes” da 660 MW a Ravenna (cui si sommano 100 MW di fotovoltaico galleggiante);
  • “Energia Wind 2020” da 330 MW a Rimini;
  • “Seves Seas” da 250 MW flottanti a Marsala.

Secondo una valutazione del tutto teorica fatta dal Politecnico di Torino, nel nostro Paese potrebbero essere installati di ben 207,3 GW di eolico offshore galleggiante, per una producibilità 540,8 TWh/anno. L’obiettivo fissato dal Pniec è di 2,1 GW, comprensivi sia di tecnologie a fondo fisso che galleggiante, da raggiungere entro il 2030.

Diversi fattori ostacolano però il settore, tra cui iter autorizzativi lunghi, costi in aumento e interruzioni nella catena di approvvigionamento. Inoltre, l’eolico offshore italiano dovrà presto fare i conti con la “mappa d’intensità dello sforzo di pesca”, allo studio del ministero dell’Agricoltura, per definire la compatibilità tra questa pratica e lo sviluppo delle turbine in mare.

Ricordiamo, infine, che l’eolico offshore non è rientrato nella seconda asta per il Fer 2. Alessandro Noce, direttore generale Mercati e Infrastrutture al Mase, a maggio aveva spiegato a QualEnergia.it che il motivo fosse la “scarsa presenza di progetti autorizzati rispetto alle esigenze di concorrenzialità delle gare” e, in un evento pubblico lo scorso 3 luglio, ha confermato che si attende ancora che cresca il numero di progetti autorizzati prima di includere questa tecnologia nel meccanismo competitivo.

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