Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, non ha ancora pubblicato una piattaforma sulla tematica energetica, ma sulla base delle dichiarazioni dell’ex ufficiale dell’Esercito è possibile farsi un’idea dei capisaldi energetici della sua compagine.
Le proposte sull’energia ruotano attorno al concetto di una sovranità nazionale costruita per lo più contro il Green Deal europeo: difesa o recupero di alcune fonti fossili, possibile riapertura a forniture di gas più convenienti anche dalla Russia, taglio degli incentivi alle rinnovabili, stop alla “carbon tax”, rilancio del nucleare, maggiore sfruttamento delle risorse minerarie italiane o controllate da imprese nazionali, più spazio a biomasse, idroelettrico, dighe e geotermia.
Vannacci promette sovranità, prezzi più bassi e maggiore sicurezza energetica, ma molte misure da lui indicate vanno proprio nella direzione opposta ai problemi che dice di voler risolvere.
Ad esempio il nucleare italiano non esiste e non può contribuire entro il 2030 e, anche negli scenari più favorevoli, avrebbe un ruolo solo molto più avanti. Il carbone è oggi marginale, inquinante e costoso. Il gas acquistato “dove conviene” ricrea spesso dipendenze geopolitiche da una quota ancora molto elevata di regimi autoritari o paesi politicamente instabili.
L’attacco a rinnovabili, accumuli ed elettrificazione colpisce invece proprio le tecnologie più economiche e più efficienti, in perfetto stile trumpiano. Attacca, cioè, quelle tecnologie e fonti che oggi riducono il peso delle fossili e incrementano autonomia e sicurezza energetica.
Nucleare e fossili: risposte fuori tempo
Il nucleare è la bandiera più sgargiante sventolata da Vannacci, e anche la meno utile per la crisi energetica italiana del decennio. Le audizioni parlamentari e un rapporto del Politecnico di Milano indicano che, anche in uno scenario molto favorevole, un primo impianto italiano non arriverebbe prima della metà degli anni ’30 e un contributo rilevante non comparirebbe prima del 2040 (Nuovo nucleare in Italia: non prima del 2050 e tante incognite).
Le stime basate sui dati dell’Agenzia internazionale dell’energia indicano per nuove centrali nucleari europee costi intorno a 170 $/MWh, contro 50 $/MWh per il fotovoltaico e 60 $/MWh per l’eolico a terra. Il progetto canadese di piccoli reattori modulari a Darlington stima circa 11.000 €/kW di investimento, con un costo dell’energia di 95 €/MWh, peraltro già giudicato piuttosto ottimistico (Canada, al via il primo Smr in Occidente. Quanto costerà veramente?).
Vannacci denuncia il caro bollette e la dipendenza estera, ma punta su una tecnologia che negli ultimi esempi europei è finita sempre per costare molto di più e impiegare molto più tempo del previsto per arrivare a compimento. Non fa poi alcun cenno alle resistenze territoriali che verosimilmente sorgerebbero presso i siti prescelti come sede di reattori, lasciando irrisolto anche il problema dei depositi per le scorie. Ma soprattutto, in termini di sovranità energetica, l’atomo non elimina la dipendenza: la sposta su uranio, arricchimento, combustibile e componenti, considerando anche che la Russia resta centrale nella filiera nucleare europea (Mosca resta al centro della filiera nucleare europea).
La proposta di comprare energia “da chi la vende al prezzo migliore” confonde convenienza di breve periodo e sicurezza strutturale.
Il gas russo ha insegnato che un fornitore a buon mercato può diventare un rischio politico. Circa il 42% del gas e il 47% del petrolio importati dall’Ue arrivano ancora da regimi autoritari e quindi la dipendenza fossile non è solo economica, ma diplomatica, militare e industriale (Gas e petrolio Ue, quasi metà arriva da regimi autoritari).
Anche il carbone è molto più un luogo comune anacronistico che una soluzione. Nel 2025, ha coperto appena l’1,1% della produzione elettrica nazionale. Gli impianti italiani sono in larga parte fermi, poco competitivi e costosi da tenere disponibili. Sono pari a 78,3 milioni di euro i costi tra luglio 2024 e luglio 2025 per mantenere le centrali di Brindisi e Civitavecchia quasi senza produzione. Come politica energetica è un ritorno a una fonte ormai superata dal mercato (Carbone, dalla proroga al 2038 più costi che benefici).
Rinnovabili ed elettrificazione: il bersaglio sbagliato
Vannacci vorrebbe eliminare gli incentivi alle rinnovabili sanciti dai passati Conti Energia, sfoderando la vecchia critica che i meccanismi incentivanti abbiano pesato e continuino a farlo sulle bollette. Ma trasformare questo dato in una critica sistemica a fotovoltaico, eolico e accumuli significa scambiare il passato degli incentivi con il presente dei costi. Le nuove rinnovabili sono oggi le fonti più rapide da installare e, in molti casi, le più economiche per la generazione, senza incentivi e a prezzi di mercato.
Nel 2025, secondo Ember, le rinnovabili hanno superato per la prima volta il carbone nella generazione elettrica mondiale, con 10.730 TWh contro 10.476 TWh. Il rapporto Irena sulle rinnovabili “24/7” indica che, nelle aree migliori, eolico e fotovoltaico con accumuli possono già fornire energia affidabile a 54-82 $/MWh (Per la prima volta le rinnovabili superano il carbone).
Anche in questo caso, Vannacci denuncia costi, dipendenze e instabilità, ma vorrebbe ridimensionare proprio le tecnologie che riducono consumo di gas, importazioni e prezzo marginale nel medio periodo.
Il problema italiano non è avere troppe rinnovabili, ma averne troppo poche, con reti, accumuli, autorizzazioni e flessibilità ancora insufficienti. Attaccare il Green Deal senza proporre un’alternativa tecnica credibile rischia solo di rallentare la soluzione dei problemi denunciati.
La critica all’elettrificazione parte da un elemento reale: oggi l’elettricità copre solo una quota minoritaria dei consumi finali, soprattutto industriali, anche per i maggiori oneri fiscali e di sistema impropriamente imputati all’elettricità rispetto al gas. Ma da questo non discende che elettrificare sia sbagliato. Il calore industriale a bassa e media temperatura può essere elettrificato fino al 60% dei consumi fossili attuali con tecnologie disponibili, e fino al 90% con innovazioni attese entro il 2035 (Elettrificare i processi industriali: leve competitive e ostacoli).
Dire che l’elettrificazione è “scellerata” perché oggi non tutto è elettrico è un argomento circolare. Sarebbe stato come dire un tempo che non bisognava costruire ferrovie e strade perché si viaggiava a cavallo. Se si volesse affrontare la questione seriamente e non in maniera pretestuosa e ideologica, si dovrebbe pensare a dove elettrificare prima, con quali incentivi, quali reti e quali strutture dei prezzi.
Senza questa analisi, la critica di Vannacci è un banale luogo comune, efficace solo nel teatrino politico, ma debole e inutile davanti ai dati.
Le risorse utili non diventano automaticamente miracoli
Idroelettrico, pompaggi e geotermia sono le piste proposte forse più coerenti con l’idea di sicurezza energetica nazionale, ma nella sua articolazione restano poco ponderate.
Il rilancio dell’idroelettrico ha senso se vuol dire ammodernare impianti, sbloccare concessioni, investire in pompaggi e valorizzare bacini esistenti. Ma è molto meno credibile se si riduce a invocare nuove dighe o mini-idro senza distinguere siti, impatti e rendimento.
Ricerca Sistema Energetico ha stimato 56 possibili nuovi impianti di pompaggio in Italia, per 13,6 GW e 126 GWh di capacità. Sono opere lente, complesse e territorialmente delicate, ma offrono accumulo di lunga durata e possono integrare quote alte di fotovoltaico ed eolico. Una sicurezza energetica concreta, deve basarsi su flessibilità, capacità di accumulo, reti e gestione della domanda – tutte questioni ignorate dal leader di Futuro Nazionale (Pompaggi idro: il potenziale è oltre i 13 GW).
Per quanto riguarda la geotermia, l’Italia è ferma da anni a circa 0,9 GW e 5,2 TWh annui, pur avendo risorse profonde e competenze storiche. Se l’obiettivo è una fonte nazionale, programmabile e rinnovabile, la geotermia è più coerente del nucleare come asse di lungo periodo. Ma richiede ricerca, permessi, accettabilità e industria, non un richiamo generico in un elenco di fonti diramato sui social.
Le biomasse, infine, sono uno dei pochi punti in cui la proposta del generale in pensione tocca una risorsa concreta. Legna, pellet e cippato hanno un ruolo nel calore rinnovabile, soprattutto in aree interne, comunità non metanizzate e filiere forestali locali. In Italia, nel 2024, c’erano quasi 9 milioni di generatori a biomassa legnosa, ma si tratta di un parco è vecchio.
Una politica seria sulle biomasse dovrebbe parlare di qualità dell’aria, apparecchi moderni, controlli, filiere sostenibili, residui disponibili e usi alternativi del legno. Non basta trasformarle in “combustibile autarchico” per farne una risposta nazionale al gas. L’ipotesi di arrivare a 20 miliardi di metri cubi equivalenti richiede verifiche che nelle dichiarazioni pubbliche non emergono.
Il conto finale
L’ora legale permanente è la proposta che, in un certo senso, meglio incarna l’approccio di Vannacci all’energia: facile da comunicare, ma del tutto marginale, anche se la proposta in questo caso può essere energeticamente sensata.
I risparmi stimati da Terna nei mesi di ora legale sono reali, ma dell’ordine di poche centinaia di GWh annui. Può aiutare, ma non cambiare il sistema. Una politica energetica non si valuta sommando misure suggestive, ma esaminando impatti positivi, costi ragionevoli e tempi compatibili con gli obiettivi.
Nel complesso, le posizioni di Vannacci sull’energia, così come di altri personaggi della poltica nostrana, soffrono di una contraddizione di fondo: partono da problemi reali, ma spesso propongono soluzioni poco o per niente coerenti con quei problemi.
Il leader di Futuro Nazionale vuole prezzi più bassi e propone tecnologie costose o tardive. Vuole sovranità e riapre la porta a dipendenze e importazioni fossili esposte alla geopolitica. Vuole sicurezza e prezzi bassi e attacca le tecnologie più rapide per ridurre le fonti fossili più costose. Pretende pragmatismo, ma molte sue proposte non sono frutto di una analisi economica, scientifica e industriale, quanto meno basic.





























