Nel riscaldamento civile italiano la biomassa legnosa resta una realtà molto diffusa.
Secondo l’ultimo rapporto statistico Aiel (link in basso), che fa riferimento a dati del 2024, risultano installati 8.883.868 generatori a biomassa, quasi tutti riconducibili a impianti di piccola taglia. Gli apparecchi domestici sono 8.578.644, pari al 97% del totale, mentre le caldaie sono 305.224, il restante 3%.
Fotografia del parco installato e consumi
La quasi totalità del parco ha una potenza inferiore a 35 kW, confermando la prevalenza dell’uso residenziale e localizzato.
La fotografia tecnologica mostra un settore ancora molto legato alla legna da ardere. Gli apparecchi alimentati a legna sono 6.351.617, pari al 71,5% del totale, mentre quelli a pellet sono 2.498.762, circa il 28% del parco. Il cippato è marginale in termini di numero di generatori, con circa 17.691 unità, anche se riguarda soprattutto impianti di potenza più elevata.
Tra le tecnologie più diffuse figurano ancora i camini aperti, il 27,5% dell’installato. Seguono le stufe a pellet con il 24,2%, le stufe a legna con il 19,8%, gli inserti a legna con il 16,1%, le cucine a legna con il 7%, le caldaie a pellet sotto i 35 kW con l’1,9%, gli inserti a pellet con l’1,7% e le caldaie a legna con l’1,1%.
Guardando all’evoluzione dell’ultimo decennio, il rapporto segnala una progressiva trasformazione del parco. Dal 2014 al 2024 i camini aperti si sono ridotti del 26,5%, gli inserti a legna del 13,7%, le stufe a legna del 12,5% e le caldaie a legna del 4,2%.
Nello stesso periodo, come mostra il grafico in basso, sono cresciute in modo significativo le tecnologie a pellet: +75,6% per le stufe, +96% per gli inserti e +51,6% per le caldaie sotto i 35 kW.
Nel complesso, gli apparecchi a legna sono passati dall’84,2% del totale nel 2014 al 71,5% nel 2024, mentre i prodotti a pellet sono saliti dal 15,6% al 28,1%.
L’andamento delle vendite del 2024 introduce però un elemento di discontinuità rispetto a questo trend decennale. Se tra 2014 e 2024 le stufe a pellet hanno rappresentato in media il 58,7% delle vendite, nel solo 2024 la loro quota è scesa al 33%. Al contrario, le stufe a legna hanno raggiunto il 28,3% delle vendite e gli inserti a legna il 24%.
Considerando il combustibile, nel 2024 i generatori a legna hanno pesato per il 62,6% delle vendite, contro il 37,3% dei prodotti a pellet.
Aiel collega questa inversione soprattutto all’aumento anomalo del prezzo del pellet registrato nel biennio 2022-2023, che ha inciso sulle scelte di acquisto dei consumatori.
I consumi nazionali di biocombustibili legnosi nel 2024 sono stimati in 13.458.391 tonnellate.
La legna da ardere copre la quota principale, con 9.632.807 tonnellate, seguita dal pellet con 2.875.892 tonnellate e dal cippato con 926.032 tonnellate. Dal 2014 al 2024 il consumo di legna si è ridotto del 10%, come evidente nel grafico in basso, mentre quello di pellet è aumentato di oltre il 70% e quello di cippato del 2,2%.
Aiel precisa che i dati sul cippato non includono i consumi delle centrali elettriche e degli impianti di cogenerazione; di conseguenza, la componente industriale risulta sottostimata.
Nell’analisi viene data grande rilevanza alla qualità ambientale del parco. I generatori immessi sul mercato dal 2018 sono classificabili secondo le classi del decreto ministeriale 186/2017, da 2 a 5 stelle. Nel 2024 i prodotti a 2 stelle o “non classificabili” sono 7.022.147, cioè il 79% del totale. I generatori a 3 stelle sono 786.049, circa il 9%, mentre quelli a 4 stelle sono 936.580, il 10%, e quelli a 5 stelle 139.081, il 2%.
Le tecnologie più moderne, quindi, sono in crescita grazie al turnover e agli incentivi, ma sono ancora una frazione limitata dell’installato complessivo.
Emissioni e proiezioni
Questa composizione ha un effetto diretto sulle emissioni. Per il 2024 Aiel stima circa 60mila tonnellate di PM10 attribuibili al settore, calcolate applicando i fattori di emissione ufficiali Inemar.
La distribuzione per classi ambientali evidenzia uno squilibrio molto marcato: i generatori a 2 stelle producono 55.229 tonnellate di PM10, pari al 91,2% del totale; quelli a 3 stelle 2.831 tonnellate, il 4,7%; i 4 stelle 2.223 tonnellate, il 3,7%; i 5 stelle appena 243 tonnellate, lo 0,4%.
I generatori 4 e 5 stelle, pur rappresentando il 12% del parco, contribuiscono quindi a circa il 4% delle emissioni.
Il rinnovo tecnologico ha già prodotto risultati misurabili. Tra il 2017 e il 2024 le emissioni complessive di PM10 del riscaldamento a biomassa si sono ridotte del 21%, mentre il numero totale di impianti è rimasto sostanzialmente stabile. Per Aiel questo dimostra il peso della qualità tecnologica nella riduzione dell’impatto ambientale del settore.
Le proiezioni al 2030 indicano ulteriori margini di riduzione, tanto che a politiche e condizioni di mercato invariate, il rapporto stima una diminuzione delle emissioni del 18% rispetto al 2024, fino a 49 Gg di PM10. La traiettoria sarebbe coerente con lo scenario più ambizioso al 2030 dell’Informative Inventory Report 2025 di Ispra, che per il PM2.5 prevede una riduzione del 47% rispetto al 2005.
Aiel avverte però che questa previsione va considerata ottimistica, perché l’evoluzione del mercato e delle politiche potrebbe rallentare il ritmo di sostituzione degli apparecchi più datati.
Il rapporto confronta poi due possibili scenari di policy. Nel primo, basato su un inasprimento dei limiti emissivi per i nuovi impianti, si ipotizza uno standard più severo della classe 5 stelle e una riduzione delle vendite del 20% rispetto allo scenario base. L’effetto al 2030 resterebbe sostanzialmente allineato allo scenario di riferimento: 49 Gg di PM10, con una riduzione del 18% rispetto al 2024.
Nel secondo scenario, fondato sull’accelerazione del turnover tecnologico, si assume invece un aumento delle vendite del 30% e l’utilizzo di prodotti 5 stelle. In questo caso le emissioni scenderebbero a 48 Gg di PM10, con una riduzione del 20% rispetto al 2024. Al 2030 i generatori fino a 3 stelle costituirebbero ancora il 72% dell’installato e il 91% delle emissioni, mentre i prodotti almeno 5 stelle salirebbero al 19% del parco e al 6% delle emissioni.
Gli interventi necessari
Da queste simulazioni Aiel ricava alcune priorità di intervento. La prima riguarda i controlli sugli impianti non accatastati, perché i catasti regionali intercettano solo in parte gli apparecchi più vecchi. Il rapporto propone di integrare le verifiche sui generatori a biomassa nelle ispezioni periodiche degli impianti a gas e cita anche l’uso di droni e termocamere per individuare emissioni anomale.
La seconda riguarda i bandi regionali, che dovrebbero essere più stabili, armonizzati e prevedibili, in modo da evitare discontinuità di mercato e favorire investimenti programmabili.
La terza strada è la comunicazione ai cittadini, da orientare sui benefici concreti dei nuovi generatori, sugli incentivi disponibili, sulla corretta gestione degli impianti e sull’uso di biocombustibili certificati.
Accanto al turnover degli impianti domestici, come abbiamo recentemente scritto, Aiel propone di sostenere anche impianti di comunità alimentati da biomasse legnose nei Comuni non metanizzati. La biomassa viene presentata in questo caso come una soluzione territoriale per il calore rinnovabile, complementare all’elettrificazione e utile nei contesti dove la sola infrastruttura elettrica o il ricorso ai combustibili fossili non sono considerati sufficienti.
Nelle conclusioni dell’analisi, Aiel colloca il riscaldamento a biomassa legnosa dentro un percorso di riduzione delle emissioni già avviato, ma ancora dipendente dalla velocità con cui verrà sostituita la quota più obsoleta del parco.
Secondo l’associazione di categoria, il raggiungimento degli obiettivi di fine decennio passa dalla capacità di rendere strutturale il ricambio tecnologico, combinando incentivi, controlli, qualità dei combustibili, installazione corretta e manutenzione degli apparecchi.
- Report Aiel (pdf)




























