Le cause legali ambientali stanno aumentando in diversi paesi, perché cittadini e associazioni chiedono ai loro governi di rispettare le norme locali e internazionali contro i cambiamenti climatici.

Questo, in sintesi, il quadro sollevato da un recente studio dell’UNEP (United Nations Environmental Programme) e della Columbia Law School, che ha mappato le principali controversie a sfondo “green” a livello internazionale.

The status of climate change litigation, questo il titolo del documento (allegato in basso), evidenzia che la maggior parte delle cause ambientali, intentate dalla società civile contro istituzioni e aziende, si concentra negli Stati Uniti, con 654 casi, mentre il resto del mondo conta circa 230 contenziosi, su temi che riguardano a vario titolo le politiche energetiche in più di venti nazioni.

La cartina riassume la distribuzione geografica delle azioni legali. Stati Uniti a parte, il paese più “litigioso” sui temi ecologici è l’Australia (80 casi), seguita dalla Gran Bretagna (49), mentre la Corte di Giustizia europea è stata impegnata in 40 procedimenti.

Che cosa chiedono cittadini e organizzazioni ambientaliste? Le cause, si legge nel rapporto dell’UNEP, seguono alcune tendenze.

Ad esempio, chi si rivolge a una corte vuole dimostrare che l’estrazione di risorse fossili ha degli impatti negativi sugli ecosistemi, o stabilire un principio di responsabilità per la mancata adozione di misure salva-clima, o convincere i giudici che c’è uno stretto legame tra emissioni inquinanti e determinati eventi naturali catastrofici (alluvioni, siccità, eccetera).

I singoli progetti interessati da queste azioni legali sono di diverso tipo, dalla costruzione di una nuova pista in un aeroporto allo sviluppo di giacimenti minerari, passando per il potenziamento delle centrali a carbone e le speculazioni edilizie in aree particolarmente fragili, pensiamo ad esempio all’erosione delle coste.

Spesso i cittadini cercano, letteralmente, di “inchiodare” un governo alle sue responsabilità ambientali, richiamandosi alle leggi locali e internazionali per sollecitare misure più incisive con cui ridurre le emissioni di CO2.

Tra i tanti esempi riportati dal documento, c’è la causa intentata e vinta nel 2015 dall’Urgenda Foundation contro il governo olandese, che secondo i ricorrenti si stava impegnando troppo poco per abbattere l’inquinamento. La corte aveva stabilito che l’Olanda avrebbe dovuto tagliare le emissioni di CO2 del 25% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990, citando una serie di principi tra cui la dottrina della “negligenza pericolosa” e il principio di precauzione.

Anche gli accordi di Parigi possono fornire un appiglio a questo genere di contestazioni, anche se non prescrivono obiettivi vincolanti per i singoli Stati. C’è però l’impegno a limitare l’aumento delle temperature medie terrestri a 2 gradi centigradi, adottando misure progressivamente più severe.

Quindi è lecito aspettarsi – si legge nel rapporto delle Nazioni Unite – un incremento delle cause ambientali con un diretto riferimento all’intesa siglata nel 2015 a Parigi, non tanto negli Stati Uniti (data la natura non vincolante dell’accordo, è difficile che una corte americana vi dia molto peso) quanto nei paesi europei.

L’elevato numero di azioni legali “green” negli Usa riflette certamente le caratteristiche della società nel suo complesso, particolarmente incline ad adire le vie legali, ma è anche un sintomo della spaccatura che divide l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici.

D’altronde, Donald Trump in campagna elettorale aveva detto che il surriscaldamento globale era una bufala orchestrata dai cinesi, e da presidente ha messo più volte in discussione la permanenza degli Stati Uniti negli accordi parigini (vedi anche QualEnergia.it), come anche nel G7 di Taormina.

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