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Anatomia della transizione energetica cinese

Nonostante una fortissima presenza della generazione elettrica da carbone, la Cina continua la sua rapida corsa all'installazione di impianti a fonti rinnovabili. Con l'economista australliano John Mathews vediamo quali sono ragioni, strumenti e strategie dietro questo processo di transizione energetica.

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In Cina anche nel 2016 è continuata una corsa sfrenata all’installazione di impianti a rinnovabili: +18 GW di turbine eoliche e ben 34 GW di fotovoltaico, in pratica la potenza fotovoltaica tedesca, aggiunta ai 43 GW già esistenti.

É vero, sono cresciuti di ben 48 GW anche gli impianti a carbone (effetto “politico” dello spostamento delle autorizzazioni dallo Stato alle Province), e di 12 GW quelli a gas.

Ma la generazione elettrica a fonti fossili lavora  in una situazione di crescente overcapacity: l’utilizzo medio di quelle centrali è sceso nel 2016 a sole 4100 ore l’anno, nonostante la produzione elettrica cinese sia aumentata del 10%.

E il consumo di carbone nel paese continua a scendere: dopo il -3,5% del 2015, nel 2016 c’è stato un ulteriore -4,5%, che da solo spiega gran parte del persistente stallo nell’aumento della CO2 da energia in atmosfera,  nonostante il PIL mondiale sia cresciuto del 3% .

Anche se le centrali a combustibili fossili cinesi coprono ancora il 66% dei consumi, la produzione delle rinnovabili è cresciuta di 150 TWh nel 2016, superando l’aumento di quella a fossili, +111 TWh.

Sui 5.860 TWh dei consumi elettrici del 2016, le rinnovabili hanno prodotto 1.488 TWh, il 25%, anche se in gran parte ancora dovuto ai 1.150 TWh da idroelettrico.

Una mano a “decarbonizzare” l’economia cinese la sta dando anche il nucleare, con 213 TWh di produzione, la cui potenza è aumentata nel 2016 di 7 GW.

Sembra quindi che il dragone sia diventato verde, e installi montagne di pannelli e turbine. Ma veramente lo fa per salvare il clima del globo?

Ne dubita l’economista John Mathews, della Macquarie University in Australia, che sul tema ha idee piuttosto originali e spiazzanti, che ha illustrato su Nature e adesso anche nel saggio “Greening of Capitalism”, pubblicato dalla Stanford University Press.

Professor Mathews, la Cina si è imbarcata in questa furiosa corsa alle rinnovabili per ragioni ecologiche?

Non proprio. La lotta al cambiamento climatico certo è uno dei motivi, così come lo è contenere l’inquinamento dell’aria, ma non sono i principali: i dirigenti cinesi stanno in realtà seguendo una loro idea originale di sviluppo del paese, perché si sono resi conto che se avessero seguito la strada  dei combustibili fossili, imboccata 200 anni fa dalle potenze occidentali, sarebbe avvenuto un disastro. La loro ricerca di petrolio, carbone e gas sul mercato mondiale avrebbe infatti nel tempo fatto schizzare i prezzi di queste risorse alle stelle e prodotto tali tensioni geopolitiche da destabilizzare la pace mondiale, distruggendo quei commerci internazionali su cui la Cina conta per dare un livello di vita decente a tutti i suoi 1,3 miliardi di cittadini.

Ma le energie rinnovabili costano, o almeno costavano, più di quelle fossili

Non è questo il punto centrale della strategia cinese, quello che hanno considerato è che mentre la produzione di combustibili  fossili è limitata dalle loro riserve, le rinnovabili non hanno veri limiti alla produzione, essendo questa proporzionale alla quantità di macchinari che produci per sfruttarle. Visto che la Cina è voluta diventare una immensa fabbrica, poter “fabbricare” la propria energia usando prodotti industriali, per loro è perfetto. Non solo crea un nuovo settore per le proprie aziende e lavoratori, ma si rende anche meno dipendente dal rischioso mercato mondiale dell’energia fossile, stabilizza la pace alleggerendo la propria domanda di combustibili fossili e, infine, come fortunato effetto collaterale, migliora anche  ambiente e clima locali e globali.

Ma non era più facile per loro buttarsi su un sistema “tutto carbone”, visto le enormi riserve che hanno?

Se la Cina avesse seguito quella strada non avrebbe creato dal nulla il gigantesco settore industriale delle rinnovabili, dove ormai sono, almeno nel solare, leader quasi incontrastati. Inoltre avrebbe mantenuto una struttura energetica dipendente dai combustibili fossili che, prima o poi, gli si sarebbe ritorta contro, producendo i danni di cui dicevo prima. Per la Cina la scelta “verde” non è stata “audace”, al contrario era quella a “basso rischio” fra le varie opzioni che aveva. E per noi economisti quello cinese è l’ultimo esempio dello schumpeteriana “distruzione creativa” capitalistica: distruggono il settore del fossile, per sostituirlo con uno che per loro più conveniente e promettente.

Fin dove vogliono spingersi?

Se continuano a installare rinnovabili ai ritmi attuali, entro il 2030 queste fonti supereranno il carbone, una trasformazione incredibile, considerate le cifre in gioco. E visto che non si tratta di “scoprire riserve”, ma di costruire dispositivi, l’unico limite che vedo a questa conversione è la resistenza di aziende e lavoratori del settore dei fossili. Ma penso che entro il 2050 la Cina avrà completato o quasi la transizione a fonti prive di CO2. Allora i grossi problemi li avranno quelle nazioni che saranno rimaste invischiate nei fossili e relative instabilità economiche e tensioni geopolitiche.

Ma presto anche i cinesi avranno grossi problemi con la non programmabilità di vento e sole …

Non dimentichiamo che hanno un’enorme produzione programmabile da idroelettrico, e relativo pompaggio, che farà ancora a lungo da cuscinetto contro l’intermittenza di sole e vento. Nel frattempo stanno studiando tutte le possibili opzioni per tenere in equilibrio domanda e offerta, compresa la costruzione di una gigantesca smart-grid nazionale, un progetto che nel XXI secolo sarà l’equivalente delle ferrovie nel XIX secolo o delle autostrade nel XX.

Intanto però hanno molte difficoltà anche solo a connettere alla rete gli impianti eolici e solari installati a un ritmo così elevato

Problemi di crescita, niente di grave, che risolveranno con la loro solita velocità nella costruzione di infrastrutture.

E poi c’è il fatto che dovranno pagare enormi sussidi con gli incentivi alle rinnovabili.

Ecco la prospettiva eurocentrica: la Cina non ha bisogno di grandi incentivi per installare impianti a rinnovabili, come tutti i prodotti industriali anche questi seguono una “learning curve” che permette di produrne sempre di più a costi sempre minori, riducendo rapidamente la spesa per l’incentivazione. Sono gli incentivi che si danno ai fossili, carbone cinese compreso, e che non producono alcun vantaggio o progresso, il vero danno.

Quindi il settore delle rinnovabili per la Cina ha rappresentato anche un comparto industriale tutto nuovo in cui dominare. Per questo hanno spazzato via la concorrenza europea con il dumping?

L’industria europea del solare è stata distrutta non dai cinesi, ma dalla politica dei paesi europei, che prima l’hanno lanciata e poi abbandonata, seguendo il dogma liberista che non è loro compito interferire con l’economia, anche solo per dettare una politica industriale. Avessero fissato delle chiare strategie industriali, dopo aver fatto partire l’industria solare con gli incentivi, l’Europa sarebbe ancora in corsa. E attenzione, la risposta al dominio cinese sulle rinnovabili, non è il protezionismo alla Trump, ma l’elaborazione di politiche industriali che favoriscano l’ideazione e il lancio di prodotti innovativi, che possano così riconquistare fette di mercato.

C’è però un paradosso: più si aumentano le rinnovabili e più si riduce il consumo dei fossili, così che questi ridiventano più economici e competitivi con le prime …

Il punto è che le rinnovabili, essendo prodotti industriali, avranno costi sempre in calo, mentre il costo dei fossili non potrà che crescere, anche se con variazioni irregolari e caotiche che creano instabilità economica e tensioni internazionali. Per evitare ulteriormente queste turbolenze, la Cina sta ora puntando anche ad un recupero e riciclo sempre più capillare dei materiali dagli scarti, il cosiddetto “urban mining”, così da ridurre la necessità di materie prime dal resto del mondo.

Tutto quello che lei ci ha detto può portare a una conclusione preoccupante: non sarà che una vera “rivoluzione verde” può avvenire solo in assenza di democrazia e libero mercato?

La rivoluzione delle rinnovabili che sta avvenendo in Cina è sicuramente dovuta a uno Stato forte, in grado di programmare l’economia sul lungo termine. Ma guardi che non è molto diverso dal ruolo che ha avuto lo Stato in Giappone, Corea o Singapore, durante la loro rincorsa industriale alle nazioni occidentali. Purtroppo è invece vero che lo Stato nelle democrazie occidentali ha rinunciato ad ogni ruolo di guida in economia ed è diventato troppo influenzabile dalle lobby, dei combustibili fossili in prima linea, rischiando così di mancare la “transizione verde”. Credo però che il recupero di un ruolo degli Stati nel dirigere l’economia, sarà uno dei temi cruciali del XXI secolo.

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