Fondo clima dei petrolieri: sotto il greenwashing poco o niente

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Con la Oil and Gas Climate Initiative, alcuni grandi dell'oil&gas hanno annunciato nuovi investimenti in tecnologie per ridurre le emissioni. Si parla di gas flaring, efficienza e cattura del carbonio, ma senza una vera strategia delle rinnovabili. Obiettivi e limiti di questo programma.

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Un miliardo di dollari è un buon punto di partenza o solo una goccia nel mare? È questa la somma che alcune delle maggiori compagnie petrolifere mondiali hanno deciso d’investire per ridurre le emissioni di gas serra.

Può sembrare molto denaro, anche se difficilmente i conti potranno essere davvero positivi per il clima.

Tra le società impegnate nel nuovo programma d’investimenti in tecnologie pulite figurano diversi big dell’energia fossile come BP, Eni, Royal Dutch Shell, Total, Statoil, Repsol e Saudi Aramco.

Il piano, allegato in basso, è stato annunciato dai rispettivi amministratori delegati con una nota congiunta nell’ambito dell’Oil and Gas Climate Initiative (OGCI), una sorta di alleanza industriale che ha l’obiettivo di limitare l’impatto ambientale dell’estrazione, produzione e consumo degli idrocarburi.

Le priorità: emissioni fuggitive e CCS

Come evidenzia il documento, le priorità saranno quattro: innanzitutto, diminuire le “emissioni fuggitive” di metano nella filiera produttiva del gas – fugitive emissions nella dicitura inglese – originate da perdite e fughe accidentali nei processi di lavorazione e anche dal gas flaring, la combustione del gas estratto insieme al greggio nei pozzi petroliferi.

La seconda priorità è accelerare lo sviluppo dei sistemi CCS, carbon capture and storage. Tali sistemi permettono di “catturare” la CO2 emessa dagli impianti industriali e immagazzinarla nel sottosuolo.

Tuttavia, come ammettono le stesse compagnie, è un settore di nicchia fermo a pochi progetti sperimentali. I costi del CCS sono molto elevati, manca un quadro normativo di riferimento, c’è incertezza sulla capacità di stoccaggio a livello mondiale. Insomma pare difficile, almeno in tempi brevi, diffondere questa tecnologia su vasta scala.

Gli altri due punti riguardano l’efficienza energetica, sia nei processi produttivi – ad esempio riducendo le emissioni nocive connesse al gas flaring – sia nell’utilizzo di gas e petrolio nei trasporti, attraverso una più stretta collaborazione con i costruttori di veicoli per realizzare motori sempre meno inquinanti e combustibili più puliti.

Nessun accenno, invece, a investimenti in fonti rinnovabili, biocarburanti avanzati, reti intelligenti e batterie di accumulo elettrochimico. L’impressione è che il modello proposto sia una specie di business-as-usual con qualche ritocco sull’efficienza, senza una vera strategia condivisa di transizione energetica. 

Fuga dal petrolio vs. greenwashing

Va detto che alcune compagnie hanno iniziato a variare gli investimenti anche in direzione delle energie rinnovabili. Un esempio è la francese Total, che nei mesi scorsi ha acquisito il gruppo transalpino Saft, specializzato nella fabbricazione di batterie al nickel e ioni di litio per svariate applicazioni industriali e nei trasporti.

Un’operazione da quasi un miliardo di euro voluta dall’amministratore delegato di Total, Patrick Pouyanné, convinto che il futuro dell’energia sia nella crescente elettrificazione e nelle nuove tecnologie di storage. Forse è presto per parlare di fuga dal petrolio, ma certamente la fusione Total-Saft segnala quanto sia indispensabile ridefinire i confini delle attività tradizionali.

Anche Eni ha avviato alcuni progetti “verdi”. Pensiamo ad esempio ai parchi fotovoltaici da realizzare su alcuni siti industriali abbandonati, le ricerche sulle pellicole solari, la produzione di green diesel nelle nuove bioraffinerie, anche se qui ci sarebbe da discutere sulla reale sostenibilità ambientale dell’impiego di olio di palma (Eni, il greenwashing e la strategia che manca sul clima).

Tuttavia, secondo diverse organizzazioni no-profit, l’unica ricetta salva-clima efficace è lasciare le risorse fossili sottoterra; diversamente, continuando a estrarre nuovi idrocarburi, sarà impossibile mantenere il surriscaldamento globale entro i due gradi centigradi.

Inoltre, queste organizzazioni – tra cui Share Action, 350.org e il think-tank inglese Energy and Climate Intelligence Unit – fanno notare che investire un miliardo di dollari in dieci anni, come annunciato dall’OGCI, equivale ad una briciola nei bilanci delle grandi compagnie; ognuna, infatti, destinerà in media dieci milioni di dollari l’anno, quindi cento in totale, alle iniziative per ridurre le emissioni di gas serra, appena lo 0,1% circa degli investimenti complessivi.

Il rischio greenwashing è concreto: il termine identifica quelle azioni/intenzioni che di verde hanno solo la facciata, che serve a nascondere un core business centrato su attività molto più inquinanti e pericolose per il clima. E questo ci sembra proprio il caso.

Investimenti “arenati”

Di recente, l’Union of Concerned Scientists ha esaminato i comportamenti di otto grandi società energetiche, tra cui BP e Shell, che nel complesso valgono il 15% circa delle emissioni cumulative di CO2 rilasciate nell’atmosfera dal settore industriale dal 1850 a oggi (Disinformare, negare o tacere: i big delle fossili che oscurano la scienza del clima).

Il risultato è che la maggior parte delle aziende ha cercato di travisare l’opinione pubblica con pressioni lobbistiche e disinformazione. Indicativo il caso di Peabody, il gigante USA del carbone che ha finanziato ripetutamente testate giornalistiche per divulgare dati favorevoli alla causa fossile.

Un altro rischio, di cui molte compagnie sembrano non accorgersi fino in fondo, è che la transizione energetica potrà far esplodere una bolla del carbonio: in sintesi, significa che gli investimenti in combustibili fossili perderanno una buona parte della loro redditività, a causa delle politiche ambientali adottate in tutto il mondo anche per attuare gli accordi di Parigi della Cop21.

Questa bolla lascerà alle aziende molti stranded asset, infrastrutture energetiche obsolete, sottoutilizzate, poco remunerative, oltre che costose da smantellare: piattaforme offshore, giacimenti minerari, pozzi di shale gas, centrali a carbone, reattori nucleari.

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