Per vincere la sfida del clima serve “un’implosione controllata” dell’industria delle fossili

Due nuovi studi sulla possibilità di centrare gli obiettivi sul global warming adottati alla CoP21. È indispensabile che gli impegni sulle emissioni vengano rivisti al rialzo e che si mettano da parte le fossili. Possiamo farcela grazie ai progressi di rinnovabili ed efficienza energetica.

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Gli impegni sulla riduzione della CO2 presi alla CoP21 di Parigi non bastano per fermare il riscaldamento del pianeta entro la cosiddetta soglia di sicurezza: saranno decisivi gli aggiornamenti previsti nei prossimi anni.

In ogni caso, la quantità di CO2 che possiamo ancora rilasciare in atmosfera evitando il disastro è veramente limitata: è indispensabile un’uscita ben gestita da questo sistema energetico ancora centrato sulle energie fossili. Questo in estrema sintesi quel che emerge da due nuovi studi sulla questione clima pubblicati su Nature.

Lo scorso dicembre a Parigi si è raggiunto un accordo per molti aspetti storico sulla necessità di fermare il riscaldamento del pianeta a 2 °C dai livelli preindustriali, puntando persino a contenerlo a +1,5 °C.

In quell’occasione 187 nazioni, responsabili complessivamente del 96% delle emissioni mondiali di gas serra, hanno presentato i loro INDC, cioè gli impegni nazionali a tagliare la CO2. Peccato che le promesse fatte, anche assumendo che vengano onorate, siano inadeguate rispetto agli obiettivi dell’accordo: i tagli annunciati porterebbero comunque a un aumento della temperatura media da 2,6 °C a 3,1 °C, spiega uno studio coordinato da Joeri Rogelj, dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA).

Secondo i ricercatori dello IIASA, ci siamo già giocati due terzi del nostro carbon budget, cioè della quantità di gas serra che può finire in atmosfera senza portare ad un aumento di oltre 2°C.

Se la finestra per fermare il global warming a 1,5 °C è praticamente chiusa, si avverte, anche per stare entro i 2 °C è fondamentale che gli obiettivi nazionali sulla CO2 – che secondo l’accordo di Parigi devono essere rivisti ogni 5 anni – siano resi più ambiziosi. Possiamo ancora farcela, si spiega, ma i tempi sono stretti: di questo passo avremo speso tutto il carbon budget entro il 2030.

A questo studio fa eco un altro lavoro, sempre pubblicato su Nature, firmato da ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research. Qui si spiega perché è importante puntare a stare entro la soglia degli 1,5 °C anziché dei 2 °C: l’incertezza sugli scenari climatici è grande e ci sono una serie di effetti a catena che innescandosi potrebbero portare fuori controllo la situazione anche con un riscaldamento di 2 °C, mentre oltre quella soglia è assodato che le conseguenze sarebbero disastrose.

La buona notizia è che il target, secondo lo studio del Potsdam Institute, si può ancora centrare grazie alla “esplosione tecnologica delle rinnovabili”. Tuttavia servirà “un’implosione controllata” dell’industria delle fonti fossili.

Un’uscita che deve essere accelerata da politiche di carbon pricing, ma alcune dinamiche sono già in atto, sia per la sempre maggior competitività delle fonti pulite, che per “questioni etiche”. Attori protagonisti della finanza mondiale come il gigante tedesco delle assicurazioni Allianz, la compagnia francese AXA e perfino i Rockefeller stannno disinvestendo da carbone, petrolio e gas, ricorda lo studio. Bisognerà continuare in questa direzione, accelerendo il processo.

Infatti se l’obiettivo adottato a Parigi, commentano anche questi ricercatori, “può creare la spinta politica giusta”, gli impegni sulle emissioni vanno però resi più ambizioni e per centrare la finestra utile bisogna iniziare ad accelerare ben prima del 2030.

Le due pubblicazioni:

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