I due gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure, sotto sequestro da due anni, saranno definitivamente chiusi. La decisione è stata presa ieri dal CdA di Tirreno Power. “A seguito degli approfondimenti condotti nei mesi scorsi – si legge in una nota – si ritiene che non vi siano le condizioni per poterne prevedere in futuro la rimessa in servizio”.

La centrale era sotto sequestro dal marzo 2014 per presunti danni alla salute della popolazione. Ora, si spiega, “il contesto sociale è profondamente mutato: l’uscita dalla produzione a carbone di energia elettrica è un obiettivo annunciato dal Governo, dalle istituzioni locali ed è anche nelle attese della popolazione”.

Il provvedimento della Procura, sottolinea l’azienda, “ha acutizzato in maniera determinante la crisi economica dell’azienda che ha dovuto affrontare un complesso processo di ristrutturazione”.

Tirreno Power ha annunciato di aver avviato un progetto di reindustrializzazione del sito, “volto a favorire l’insediamento di nuove aziende con l’obiettivo di contribuire alla ricerca di soluzioni che possano offrire un futuro occupazionale ai lavoratori e una prospettiva di sviluppo al territorio”.

Infine, “si stanno compiendo tutte le azioni necessarie per la riapertura urgente del tavolo di crisi presso il ministero dello Sviluppo Economico affinché siano attivati gli strumenti necessari per affrontare questa difficile situazione e sia dato sostegno alle iniziative di reindustrializzazione che sono state intraprese”.

A Vado Ligure, si ricorda, Tirennia Power proseguirà l’esercizio del ciclo combinato, “insieme alle altre due centrali a gas di Napoli e Civitavecchia e ai 17 impianti idroelettrici collocati in Liguria, Piemonte e Emilia Romagna”.

Quello di Vado Ligure è solo l’ultimo di una serie di annunci funebri per il carbone in Italia. A rendere insostenibile questa forma di generazione elettrica non è solo l’opposizione dell’opinione pubblica e i danni che provoca. Pesano molto anche gli economics, visto il basso prezzo del gas, che rende più temibile la concorrenza gli impianti alimentati da quest’altro combustibile fossile. Impianti che, tra l’altro, saranno ancora più competitivi rispetto a quelli a carbone quando sarà operativo il capacity market, che premierà le centrali più efficienti e flessibili.

Il 13 maggio scorso l’utility svizzera Repower ha messo in liquidazione la società Sei, che avrebbe dovuto costruire una centrale a carbone a Saline Joniche; una decisione presa subito dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che aveva autorizzato in via definitiva la realizzazione della centrale.

Il 20 maggio il gruppo ceco EPH ha rinunciato alla realizzazione di un nuovo gruppo termoelettrico a carbone nella centrale sarda di Fiume Santo: l’investimento non è giustificabile dal punto di vista del ritorno economico per una serie di ragioni – si è spiegato – fra cui il processo di decarbonizzazione, rilanciato dall’accordo successivo alla COP 21 di Parigi, che “non si può sottovalutare”.

Enel, come noto, ha deciso di anticipare chiusure comunque già previste, come quella della centrale di Genova che dovrebbe smettere di funzionare a settembre. Tuttavia, va ricordato, che al momento il 50% della potenza delle centrali Enel presenti in Italia è alimentata a carbone.

Come faceva notare G.B. Zorzoli in un recente articolo pubblicato su queste pagine, con nessun altra nuova installazione prevista basta guardare all’età media delle centrali a carbone in esercizio per rendersi conto che, tranne i 1.980 MW di Torrevaldaliga Nord, nel 2030 saranno tutte tecnologicamente obsolete e ampiamente ammortizzate, per cui ai proprietari sarà difficile, ma soprattutto non conveniente, continuare a tenerle in vita.

Insomma, il destino delle centrali a carbone in Italia sembra segnato.