Come la lobby elettrica arruola i politici afroamericani contro il fotovoltaico in autoconsumo

Negli Stati Uniti un'importante coalizione di politici afroamericani si schiera contro il fotovoltaico residenziale. “L'autoproduzione danneggia chi non può farla”, è la loro contestabile tesi. Ma si scopre che è stata messa loro in bocca dalla lobby elettrica, che teme il FV per ben altri motivi che per quello, pretestuoso, del caro-energia.

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Una guerra tra poveri organizzata per far sì che lo status quo sia mantenuto; è questa la reazione a caldo che viene leggendo quanto sta accadendo negli Usa. Lì, infatti, i grandi dell’elettricità stanno tentando di arruolare nella loro guerra di resistenza all’avanzata del fotovoltaico su tetto chi in genere difende una fascia di popolazione generalmente a basso reddito come gli afroamericani.

Ma quanto sta accadendo ci porta a riflettere su un tema complesso non semplice e molto attuale anche in Italia, dove negli ultimi mesi si è discusso tantissimo di caro-energia e partecipazione agli oneri di sistema anche da parte di chi si produce l’elettricità in casa. La questione, semplificando al massimo è questa: chi ha la possibilità di prodursi l’energia da solo mettendo i moduli fotovoltaici danneggia chi non lo può fare, perché lascia sulle loro spalle i costi del sistema elettrico, oppure, invece, la democratizzazione e il decentramento della produzione di energia dà benefici per la collettività superiori ai costi, riducendo impatti sanitari e ambientali, creando risparmio e occupazione e tagliando anche le spese del sistema elettrico?

La notizia è che la National Policy Alliance, un’importante coalizione di politici afroamericani, sembra aver abbracciato la prima tesi e si è schierata contro le politiche di net-metering che stanno favorendo la diffusione del fotovoltaico nel residenziale negli Usa. Una posizione che può essere comprensibile, nell’ottica di chi vuole tutelare da caro-energia quella parte di utenti che non possono prodursi l’energia da soli. Il discorso è lo stesso che tante volte abbiamo sentito fare anche in Italia da chi teme che un’eccessiva diffusione dell’autoproduzione di energia scarichi i costi del sistema su chi non può, facendo così salire la bolletta di chi non si produce l’energia da solo. Nella maggior parte degli Stati Usa tra l’altro, a differenza che in Italia, c’è ancora l’esenzione totale dagli oneri di sistema per l’energia autoconsumata e politiche di net-metering molto più generose rispetto al nostro scambio sul posto.

A insospettire però è che il fatto che la risoluzione firmata dalla NPA, nella quale si parla di difendere gli afroamericani poveri dal caro energia, sia stata scritta dall’Edison Electric Institute, il think-tank della lobby dei produttori di energia elettrica da fonti convenzionali che da tempo è in guerra aperta con fotovoltaico su tetto. Assieme alla risoluzione contro al net-metering – segnala il magazine online Grist – la NPA ne ha firmata un’altra sempre arrivata direttamente dall’Edison: quella per invitare l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, l’EPA, a non catalogare come “rifiuto pericoloso” le ceneri di carbone … una richiesta che sembra difficile da collegare alla difesa degli interessi dei neri americani.

Insomma, se la voce che si leva contro un supposto caro-energia dovuto al fotovoltaico su tetto si scopre venire in realtà da chi produce e vende elettricità, gli argomenti perdono di credibilità. Il caro-energia che le utility agitano come spauracchio, infatti, non farebbe loro alcun danno. A spaventare le compagnie elettriche è invece l’erosione della domanda dovuta al fatto che i clienti l’energia cominciano a prodursela da soli con i pannelli fotovoltaici. Come in Italia, infatti, anche negli Usa negli anni passati le compagnie hanno sovrastimato la crescita della domanda, sottostimato la crescita delle rinnovabili e investito su grandi impianti convenzionali che ora spesso fanno fatica a ripagarsi.

Prendendo atto di questo, chi difende i consumatori e le fasce più deboli, come la NPA dice di voler fare, dovrebbe valutare la spinosa questione dell’autoproduzione energetica con un po’ di distacco, anziché adottare la tesi di chi difende lo status quo di un sistema elettrico che sta cambiando. Riguardo alla realtà italiana, ad esempio, su queste pagine abbiamo dimostrato, dati alla mano, come sia assolutamente ingiustificato l’allarme per l’impatto che avrebbe sulle bollette una diffusione massiccia del fotovoltaico in autoconsumo. Un allarme che – per inciso – la nostra Autorità per l’Energia ha lanciato senza mai produrre, anche dopo nostra richiesta, una staccio di scenario con numeri chiari che quantificassero il vero possibile impatto.

Oltre a questo, nell’affrontare la questione ci sono da tenere in conto diversi aspetti che mostrano come l’autoproduzione da rinnovabili abbia per collettività e sistema elettrico ben più vantaggi che controindicazioni. Per non parlare delle ricadute positive su ambiente, salute, occupazione e sul potere d’acquisto di chi si fa l’elettricità da solo (magari partecipando ad un progetto collettivo se non ha un tetto o le risorse per installare il FV a casa).

Basti ricordare che la generazione distribuita non fa aumentare i costi del sistema elettrico, ma al contrario, producendo energia proprio dove la si consuma, li riduce, diminuendo la necessità di realizzare nuove infrastrutture. Si vedano a proposito due recenti report, PV Grid e ReserviceS – che mostrano che se si favorisse l’autoconsumo le reti elettriche europee potrebbero accogliere una quota molto alta di rinnovabili non programmabili senza costi aggiuntivi, ma, anzi, con un beneficio sui costi globali di sistema.

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