L’Europa vuole veramente fare a meno del gas russo e da quello proveniente da altre parti turbolenti e inaffidabili del mondo? Bene, deve puntare sottoterra, ma non per estrarre il problematico gas di scisto, bensì per sfruttare al massimo le sue risorse geotermiche. Lo afferma la RHC Platform, una sorta di road map messa a punto dall’European Technology Platform RHC (Renewable Heating & Cooling), consorzio di imprese e gruppi di ricerca nel settore geotermico.

Al momento il nostro continente ricava appena 15 GWh di energia termica dal calore a bassa e media entalpia ricavato dal sottosuolo, in gran parte tramite sistemi a pompa di calore, e  5,56 TWh di energia elettrica da geotermia ad alta temperatura. Ma sono spiccioli di fronte alle sue potenzialità. Secondo il rapporto,  solo seguendo il trend attuale, fra 6 anni si dovrebbero ricavare dalla geotermia 40 GWh di energia termica, mentre entro un decennio la quantità di elettricità prodotta  con i fluidi sotterranei dovrebbe almeno quadruplicare, portando la produzione a una ventina di TWh.

“Ma sul lungo periodo – ci spiega Dario Bonciani, che lavora con il Cosvig, il consorzio toscano dei comuni geotermici – le stime indicano, con le tecnologie esistenti e a costi competitivi, la possibilità di fornire con il teleriscaldamento geotermico addirittura un quarto del calore necessario agli europei. Naturalmente, alcune nazioni, come l’Italia, sarebbero particolarmente favorite, tuttavia il nostro paese è anche uno di quelli che meno sembra interessarsi a questa risorsa”.

In effetti sorprende molto scoprire che i paesi ‘maturi’ per gli usi termici del calore della terra siano per RHC Platform, Austria, Norvegia, Germania e Francia. Mentre l’Italia si colloca fra gli ‘emergenti’, insieme a Spagna, Uk, Ungheria, Romania, Polonia e Stati Baltici. Un bel risultato per chi la geotermia l’ha inventata, oltre un secolo fa, a Larderello.

“Ci hanno declassato, è vero, ma in fondo ce lo siamo meritato. In tutta Europa ci sono 237 teleriscaldamenti geotermici. In Italia, oltre a quelli che servono abitati e attività produttive nelle due aree geotermiche toscane, esistono solo i teleriscaldamenti geotermici di Ferrara e Vicenza. E non ci sarebbero neanche quelli, se non fosse che sono stati usati vecchi pozzi esplorativi per il metano, che buttano invece acqua calda”, ha detto Bonciani.

Ma fluidi a bassa entalpia sarebbero presenti quasi ovunque in Italia, spesso anche facilmente accessibili. Mentre altrove, in Germania, in Svizzera, in Francia, li si va a cercare anche a chilometri di profondità (a Monaco hanno scavato un pozzo di 3000 metri per arrivare ad acqua a 120 °C, con cui ricavare 3 MW elettrici e calore per centinaia di case), noi sembriamo non essere consapevoli della ricchezza che ci scorre sotto ai piedi.

E neanche la Commissione Europea ne è consapevole: nel suo recente rapporto su come rispondere ai problemi legati al gas russo si è addirittura completamente dimenticata delle possibilità offerte dalla geotermia. Ma, Commissione UE a parte, perché in Italia dormiamo sui nostri fiumi di calore sotterraneo?

“Le cause sono molte. Nel caso delle perforazioni profonde, che vanno a cercare risorse ad alta e media entalpia, ma che costano milioni di euro per ogni pozzo, il problema principale si chiama ‘rischio minerario’, cioè la possibilità di bucare e non trovare risorse idonee. Certo, le moderne conoscenze geologiche e opportune prospezioni, possono ridurre il rischio. Ed è anche vero che poi con quei fluidi si può produrre, oltre al calore, elettricità, un bene molto pregiato che può far recuperare rapidamente l’investimento. Ma oggi in Italia pochi sono disposti a investire capitali in questo modo relativamente rischioso. Così dal 2010, anno in cui l’Enel ha perso il monopolio del settore, sono stati assegnati decine di permessi di ricerca ma nessuno, a parte la stessa Enel, ha ancora chiesto una concessione di ‘coltivazione’. In Francia, per ovviare al rischio minerario, hanno invece istituito apposite polizze assicurative, che da noi non esistono”. Ad esempio, a Parigi hanno appena aperto Aqualagon, un parco dei divertimenti con acqua a 30 °C che pesca da una riserva geotermica a 1800 metri di profondità.

Ma, almeno, in Italia, potremmo sfruttare le acque a bassa entalpia per il teleriscaldamento, che, come dimostrano le infinite località termali, sono presenti quasi ovunque nel nostro paese. Ci risponde ancora il rappresentante di Cosvig.

“Certo. La stessa Roma, per esempio, è in mezzo a un’area ad alto flusso geotermico. E in questo caso rischio e investimenti necessari sarebbero anche molto più ridotti. Ma qui i problemi sono di altro tipo. In primo luogo, dato il ritorno economico relativamente basso della vendita del solo calore,  si possono usare solo risorse vicine a centri densamente abitati, altrimenti si spende troppo in costosi scavi e tubi. In secondo luogo nel meridione la necessità di riscaldamento è spesso relativamente ridotta, il che può rendere più difficile recuperare in tempi accettabili l’investimento, anche se si potrebbero usare le risorse geotermiche per i sistemi di raffrescamento e nei processi produttivi. In terzo luogo, da noi i meccanismi di aiuto finanziario dedicati ai teleriscaldamenti da fonti rinnovabili, che erano già scarsi, da marzo 2014 sono stati decurtati, pure retroattivamente a partire da gennaio, del 15%. Il che ha terremotato molti business plan. Poi c’è un caos burocratico di norme e competenze fra Regioni e Province, che cambiano da una parte all’altra della penisola, facendo perdere anni in pratiche prima di ottenere le autorizzazioni. Infine, la consapevolezza sulle potenzialità offerte dal calore della Terra e i suoi possibili utilizzi non è sempre adeguata da parte di chi prende le decisioni”.

Desolante. E pensare che in Europa esiste anche la possibilità di accedere a 300 milioni di finanziamenti (NER 300) per  progetti geotermici, derivati dai 2 miliardi accumulati con il mercato delle emissioni di CO2 e destinati alle energie rinnovabili. Per ora ne hanno approfittato la Croazia, con il progetto Geotherme  per la produzione di 3 MW elettrici e molti di più termici destinati alla città di Prelog, e la Francia con Geostras, che userà fluidi ad alta entalpia estratti vicino a Strasburgo per produrre 6 MW di elettricità e 34 di calore. Insomma, ci stanno sorpassando tutti, pure gli ultimi arrivati nella UE. Ma come si possono cambiare le cose?

“Noi come Cosvig – dice Dario Bonciani – siamo tra i 10 partner di GeoDH, un progetto cofinanziato dal programma Intelligent Energy Europe, che mira a promuovere lo sviluppo dei teleriscaldamenti geotermici in 14 paesi europei. Il nostro lavoro consiste nell’individuare le barriere non tecniche, per esempio normative, autorizzative o economico-finanziarie, che ostacolano lo sviluppo del mercato e proporre soluzioni per la loro rimozione. Il progetto, ormai giunto alla fase conclusiva, sta dando i suoi primi risultati con la pubblicazione di raccomandazioni per adottare un quadro normativo volto a favorire lo sviluppo dei teleriscaldamenti geotermici, utili soluzioni alla gestione di questo tipo di progetti e strategie per far acquisire vantaggi competitivi alle reti distrettuali che utilizzano il calore del sottosuolo”.

L’esperto ci spiega infine che si è realizzata una mappa online, non ancora completa, che mostra quali sono le aree idonee alla realizzazione teleriscaldamento geotermico in Europa, un utile strumento di supporto alla pianificazione energetica. Un altro interessante progetto del Cnr, il Vigor, studia le potenzialità geotermiche delle regioni dell’Italia meridionale e mette a disposizione i dati per gli enti locali che vogliono svilupparle.

Con tutti questi sforzi, qualcosina comincia a muoversi anche da noi: ultimamente è stato approvato il finanziamento di un impianto di teleriscaldamento delle scuole di Mondragone, in Campania.  Speriamo sia un primo, piccolo, segnale di risveglio.