I consumi mondiali di petrolio sono aumentati nel 2011 dello 0,7% così da raggiungere una consumo giornaliero di 88,03 milioni di barili. Lo afferma un nuovo studio di Worldwatch Institute per Vital Signs Online. È rilevante che l’aumento della domanda sia di molto inferiore a quello del 2010 che era stato del 3,3%, e seguiva il calo dell’1,3% del 2009 a causa della fase più acuta della crisi.

Mentre i consumi in Cina nel 2011 sono aumentati del 5,5% (la Cina copre circa l’85% della crescita globale netta dei consumi di petrolio) e nell’ex Unione Sovietica del 5,7%, si registrano decrementi nell’uso dell’oro nero negli Stati Uniti (-1,8%) e nell’Unione Europea (-2,8%); quest’ultima è l’area più dipendente dalle importazioni (90%).

Diminuisce quindi il divario nei consumi petroliferi tra i Paesi OCSE e le economie emergenti, con valori percentuali rispettivamente di 51,5% e 48,5% sul totale. Nel grafico i consumi di petrolio per area geografica dal 1965 al 2011.

Per l’analisi di Worldwatch Institute il petrolio nel 2011 resta la prima fonte primaria mondiale, ma la sua quota diminuisce per il dodicesimo anno consecutivo, per arrivare ora al 33%.

Anche nel 2011 si è avuto un adeguamento dell’offerta. Infatti la produzione è cresciuta dell’1,3%, così da toccare gli 83,58 milioni di barile/giorno. Il maggiore contributo di questo incremento è arrivato dai Paesi OPEC, che nel complesso hanno aumentato nel 2011 la produzione del 3%, mentre nei Paesi non-OPEC si è avuto un calo dello 0,1%. In termini percentuali la produzione petrolifera mondiale cresce meno di quella del gas naturale (+3,1%) e del carbone (+6,1%).

I disordini degli ultimi mesi nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord hanno avuto un impatto negativo nella produzione di olio. In Libia, per esempio, questa è crollata del 71% (da 1,7 milioni a 479mila b/g) per coprire solo lo 0,6% della produzione mondiale. Anche le tensioni e i conflitti interni in Iran, Siria e Yemen hanno causato un declino della produzione annuale rispettivamente dello 0,6, 13,7 e 24%.

I Paesi dell’OPEC controllano il 72,4% delle riserve petrolifere mondiali e l’area del Medio Oriente mantiene la quota maggiore di riserve di qualsiasi area del Pianeta con il 48,1%. Un fattore che molti Paesi, come USA, Cina e UE, dovranno valutare per la loro sicurezza energetica.
Per quanto concerne i prezzi del greggio al West Texas Intermediate (WTI) in media nel 2011 hanno raggiunto 94,83 $/barile, non lontano dalla media del 2008, anno con i picchi di prezzo più elevati, pari a 99,67 $/b.

Un’analisi che lascia perplessi di fronte a questo trend e a diverse valutazioni, che ci parlano di una crescita pressoché piatta da qualche anno a questa parte della produzione petrolifera mondiale, è quella di Leonardo Maugeri, docente di Geopolitica dell’Energia alla Harvard Kennedy School, presso il Belfer Center per le Scienze e gli Affari Internazionali, e dal 2000 al 2011 direttore Strategie e Sviluppo dell’Eni.

Maugeri spiega nella sua ricerca che la capacità produttiva mondiale di petrolio “sta crescendo a ritmi vertiginosi” e che entro il 2020 potrebbe toccare quota +20% e comportare una drastica caduta dei prezzi. Insomma per Maugeri il picco del petrolio è lontanissimo, o un’idea balzana, perché “entro il 2020 la produzione quotidiana passerà dagli attuali 93 milioni di barili (ma non siamo sotto gli 84 milioni di barili/giorno? ndr) a 110 milioni di barili. Un salto mai registrato dal 1980”. Aggiunge, anzi, che meglio andrà nel decennio successivo.

La sua è una fiducia totale soprattutto nelle nuove tecnologie estrattive e nelle riserve di Stati Uniti, Canada, Venezuela e Brasile, oltre che Iraq. Una fiducia alla quale non crediamo e il perché lo argomenteremo nei prossimi giorni.