Caro petrolio, crisi libica o speculazione?

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E' molto concreta l'ipotesi che siano in atto forti speculazioni nell'attuale fase di crisi nord africana, visto anche che l'offerta di greggio si sta adeguando al calo della produzione libica. Queste distorsioni finanziarie stanno probabilmente condizionando le dinamiche del prezzo del petrolio.

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Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 115 dollari/barile (118,50 per il Brent il 7 marzo). Il costo della benzina in Italia ha superato il record assoluto del 2008 toccando 1,60 euro/litro. Sono  soltanto le conseguenze dei movimenti insurrezionali in Nord Africa, in particolare delle ultime vicende libiche o anche di qualcosa che ha a che fare con la natura ormai speculativa del mercato petrolifero? Le reazioni del mercato alle azioni di rivolta sono state tempestive, quasi a seguire in differita di qualche ora gli sviluppi degli scontri. Ma in quale misura le oscillazioni del prezzo del barile si possono attribuire a cause di ordine geopolitico? E in che modo i rischi di una effettiva scarsità di petrolio, provocata dalla riduzione parziale o eventualmente totale del flusso dai pozzi libici, ne influenzano il prezzo?


La produzione libica di greggio si attestava prima della rivoluzione su 1,74 milioni di barili/giorno, quasi totalmente esportati (1,58 milioni di barili/giorno). Sul territorio libico sono operative nell’estrazione molte compagnie occidentali, statunitensi ed europee. Tra le più impegnate ENI, presente in Libia dal 1959 e interessata alla coltivazione di diversi giacimenti, per un produzione complessiva di circa 200.000 barili/giorno di cui dispone in quota parte maggioritaria secondo contratti sharing stipulati con la compagnia di stato libica NOC (Eni report – pdf). 


I dati sul rallentamento della produzione totale di petrolio sono ancora incerti, ma secondo fonti IEA già il 4 marzo il taglio causato dai disordini aveva coinvolto 1 milione di barili giorno (OGJ). Sono state compromesse anche le forniture di gas naturale, secondo modalità di cui è meno utile fornire qui i dettagli perché le variazioni della produzione di gas non incidono in prima approssimazione sulla formazione del prezzo del petrolio.


Seppure gravosi, non fosse altro perché lordi di sangue versato per la libertà di quel Paese, sono sufficienti questi numeri a giustificare un’impennata del prezzo del barile di circa il 10% in pochi giorni? A fronte del calo della produzione giornaliera libica, che si può dimensionare in poco più dell’1% della domanda mondiale di petrolio, non sono valse a tranquillizzare i mercati le pronte dichiarazioni di IEA e OPEC sulla capacità di risposta dell’industria sul lato dell’offerta: le scorte in greggio dei Paesi consumatori sono alte, in alcuni casi come non sono mai state (per es. circa 720 milioni di barili per gli USA) e alcuni Paesi OPEC, con l’Arabia Saudita in prima posizione per la sua naturale vocazione di swing producer, sono in grado di supplire alla lacuna libica aumentando proporzionalmente la produzione.


Tali affermazioni sono apparse inefficaci, forse perché oggi l’equilibrio delle forze che regolano la struttura del prezzo del petrolio non si risolve più con il solo esame di fattori geopolitici, economici e naturali. Infatti, da quando è stato creato il mercato finanziario delle risorse petrolifere (primi anni ’80), fattori speculativi sono intervenuti a complicare ulteriormente il quadro. E lo hanno fatto in modo sempre più consistente con  il progressivo ingresso nelle borse di settore più importanti (NYMEX e ICE) di operatori non caratteristici, che l’organo di controllo USA dei mercati a futuri (CFTC) definisce speculatori: ossia operatori di mercato “che non producono ne utilizzano una materia prima, ma rischiano i propri capitali in transazioni di titoli a futuri relativi a quella materia prima nella speranza di guadagnare profitti dalle variazioni di prezzo”.


In ambito petrolifero, il mercato dei derivati (future, swap, ecc.) era stato ideato anche come strumento per riportare sotto influsso occidentale la formulazione del prezzo del barile, tamponando il peso dell’OPEC così rilevante in merito durante le crisi degli anni ‘70. Avendo contribuito a raggiungere questo risultato, del nuovo mercato si cominciarono a privilegiare alcune caratteristiche tipiche dei mercati finanziari, che possono essere molto speculativi e favorire forti guadagni specialmente quando convenientemente asimmetrici e oscuri.


Sono indicativi a proposito alcuni passaggi del rapporto della Commissione del Senato USA per la sicurezza nazionale (pdf) sul ruolo delle speculazioni di mercato negli incrementi del prezzo del petrolio e del gas, resosi necessario nel 2006 per investigare sulle cause dei continui aumenti e della volatilità di prezzo di queste materie prime strategiche. Nel documento si afferma che “negli ultimi anni, grandi istituzioni finanziarie, hedge fund, fondi pensione e altri fondi di investimento hanno riversato miliardi di dollari nei mercati delle materie prime energetiche – forse 60 miliardi nel solo mercato regolato USA dei futures del petrolio – per provare a ricavare vantaggi dalle variazioni di prezzo”; inoltre che “i grandi acquisti di contratti futures sul greggio, effettuati dagli speculatori, hanno creato in effetti una domanda addizionale di petrolio, spingendone in alto il prezzo allo stesso modo che una domanda addizionale di petrolio fisico produce sul prezzo spot”; e che “tali acquisti speculativi abbiano aggiunto circa 20 dollari al costo del barile” (allora era di 70 dollari), essendosi realizzati “sia sul mercato regolato NYMEX sia su mercati OTC (over-the-counter)”.


E’ proprio questo ultimo aspetto ad aver destato i maggiori sospetti delle autorità di controllo. Dal 2000 e fino a tutto il 2010 è stato infatti consentito negli USA ai grandi investitori di eludere le regole di sorveglianza della CTFC, garantendo loro l’operatività con futures, anche relativi a greggio nord americano (WTI), su piazze non vincolate alla registrazione giornaliera delle transazioni in prezzo e volume (mercati OTC). Ne è risultata una riduzione della capacità di controllo e verifica delle posizioni puramente speculative. Peraltro, la legge recentemente introdotta negli USA che dovrebbe limitare tali distorsioni (Wall Street reform and Consumer proection act -pdf), essendo nata con obiettivi di più ampia portata connessi alla crisi economica e finanziaria del 2007, non specifica nel dettaglio le contromisure proposte precedentemente nel rapporto 2006.


Ce n’è abbastanza insomma per ipotizzare che grandi speculazioni siano in atto anche nella fase attuale di turbolenze politiche in Nord Africa. Non è un azzardo sostenere che tali distorsioni finanziarie siano in grado di condizionare il corso delle dinamiche strutturali più importanti nell’evoluzione del prezzo del petrolio, come lo spread sempre più netto tra Brent e WTI e il disaccoppiamento tra prezzi del barile di petrolio e del gas.

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