Lavori in corso per l’emission trading europeo

La Commissione comunica il tetto alle emissioni per la terza fase dell'EETS, che inizierà nel 2013. Un dato non ancora definitivo che lascia tiepidi i mercati, mentre si teme che i permessi già assegnati, ma non usati dalle aziende a causa della recessione, vengano spesi nella terza fase, minando così l'efficacia dello schema futuro.

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La terza fase dell’EETS, quella che inizierà nel 2013 e terminerà nel 2020, si avvicina e da Bruxelles arrivano notizie che rendono più definito il futuro prossimo dello schema europeo per lo scambio delle emissioni. Venerdì 9 luglio la Commissione europea ha infatti diffuso alcuni importanti dettagli, anche se per avere notizie definitive su molti aspetti il mercato europeo della CO2 dovrà ancora attendere.

E’ stato definito, ad esempio, il tetto alle emissioni che saranno coperte dallo schema che regola i gas serra di circa undicimila attività in Europa. Nel 2013, primo anno della nuova fase, i partecipanti allo schema potranno emettere 1.926.876.368 tonnellate di anidride carbonica (pari a 1 miliardo 927mila EUA), i permessi ad emettere assegnati nell’ambito dello schema, ciascuno dei quali permette di rilasciare una tonnellata di CO2 (o l’ammontare equivalente per effetto riscaldante di un altro gas serra).

Il tetto, detto “cap”, verrà poi ridotto ogni anno dell’1,74% rispetto alla media di quanto allocato nel periodo 2008-2012, ossia di poco più di 35 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, fino ad arrivare nel 2020 a circa 1,7 miliardi di tonnellate.

Numeri – specifica il comunicato della Commissione – che non sono ancora definitivi. Ci dovranno essere cambiamenti per introdurre nello schema nuovi settori, come l’aviazione e la produzione di alluminio, e nuovi gas serra, come il protossido di azoto (il cosiddetto gas esilarante).

Una cifra più precisa del tetto sarà diffusa a settembre, ma le ridefinizioni continueranno fino all’ultimo, ossia entro il 2013. Molti piccoli aggiustamenti possono infatti rendersi necessari: ad esempio, bisognerà valutare quanti saranno i nuovi entranti nello schema. Infine, ancora sul tavolo è la possibilità che l’Europa decida di alzare l’asticella e tagliare le emissioni al 2020 del 30% rispetto ai livelli del 1990 anziché del 20%: a quel punto anche i permessi assegnati andrebbero ridotti di conseguenza.

Il tetto deciso venerdì, coerente nei calcoli della Commissione con l’obiettivo del meno 20% al 2020, comporterebbe un calo delle emissioni permesse ai settori coperti dall’EETS del 21% rispetto ai livelli del 2005, quando lo schema partì. Nel 2013 dovrebbe iniziare il cammino che porterà ad assegnare i permessi quasi tutti a pagamento, anziché gratuitamente come aviene ora.

A quell’anno però gli unici attori a dover acquistare tutti i permessi ad emettere saranno in realtà le compagnie elettriche. Per gli altri la transizione sarà molto graduale e per molte attività definite “a rischio di carbon leakage”, ossia ove c’è il timore di delocalizzare le attività fuori dall’Ue per sfuggire allo schema, sono concessi forti sconti: eccezioni che però rischiano di minare l’efficacia dello schema visto che riguarderebbero 164 tipi attività ad alta intensità energetica che assieme sono responsabili del 77% delle emissioni totali del manifatturiero (Qualenergia.it, I subprime delle emissioni che non aiutano il clima).

Anche senza considerare gli sconti eccezionali, dubbi restano poi sul fatto che il tetto per il 2013 sia stato abbassato al fine di garantire un prezzo della CO2 adeguato: scarse le reazioni dei mercati alla decisione, segnalano gli analisti di Point Carbon.

Nel 2009 a causa della recessione economica ci sono state meno emissioni rispetto ai permessi assegnati: permessi per 80 milioni di tonnellate di CO2 non utilizzati e messi da parte e che potranno essere usati nella fase che comincerà nel 2013, rischiando di minare l’efficacia dello schema. Un problema che le associazioni ambientaliste denunciano da tempo: come denuncia un recente report dell’ong britannica Sandbag.org (vedi allegato), l’eccessiva generosità dello schema potrebbe portare ad una crescita delle emissioni fino al 2016, anziché ad una riduzione.
 

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