Perchè l’Europa ci bacchetta sulle emissioni

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Alcune riflessioni sulla decisione dell'Unione Europea di approvare il PNA italiano a condizione che vi sia un taglio del 6,3% delle emissioni. L'editoriale di Gianni Silvestrini

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La decisione della Commissione Europea di approvare il Piano nazionale delle emissioni dell’Italia, ma con tagli del 6,3% (13,2 Mt/anno CO2) rispetto alla proposta presentata dal nostro Paese, merita alcune riflessioni.
Innanzitutto, la Commissione ha adottato la linea dura con la maggior parte dei Paesi. Il motivo è semplice. In una Unione Europea che fatica a soddisfare gli obbiettivi del Protocollo di Kyoto per la latitanza di alcuni Paesi, la Direttiva sullo scambio delle emissioni dei settori energivori (Emissions Trading) rappresenta il più potente strumento disponibile centralmente per indirizzare/condizionare le politiche nazionali.

Ricordiamo che, per rispettare la Direttiva, ogni Paese deve definire dei tetti massimi di emissione nel periodo 2008-2012 per il settore elettrico e per le industrie del settore della raffinazione, dell’acciaio, del cemento, della carta e del vetro, e che gli eventuali sforamenti si pagano con sanzioni salate (100 €/t CO2, cioè circa 5 volte l’attuale costo dell’anidride carbonica previsto per le transazioni del 2008).
La Direttiva è importante innanzitutto perchè incide su una quota rilevante delle emissioni totali dell’Unione (circa il 40%) e perchè indirettamente stimola azioni più decise sugli altri versanti come l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili, i trasporti.

Nel primo periodo di prova (2005-2007) molti Governi erano stati ipergenerosi nell’allocazione delle quote alle proprie industrie, con il risultato di far crollare le quotazioni del mercato del carbonio (vista la scarsa domanda, le transazioni sono scese fino a 0,3 €/t CO2) rischiando di far saltare l’intero meccanismo.
Nel secondo periodo (2008-2012), che coincide con gli anni giuridicamente validi ai sensi del Protocollo di Kyoto, la Commissione ha quindi analizzato con maggiore severità i piani presentati. La valutazione non si è limitata ai comparti energivori coinvolti dalla Direttiva, ma si è allargata alle misure adottate per ridurre la distanza complessiva dall’obiettivo di Kyoto dei singoli Paesi.

All’Italia, che pure aveva proposto una riduzione delle emissioni per le industrie energivore del 10% rispetto ai valori misurati nel 2005 e aveva avviato politiche virtuose nel settore civile, sono state tirate le orecchie perchè le politiche negli altri settori (efficienza, rinnovabili, trasporti) non sono sembrate completamente convincenti.
La seconda riflessione sul taglio chiesto da Bruxelles riguarda il fatto che paghiamo l’inerzia degli ultimi anni, quando il leit motiv era che Kyoto non sarebbe decollato per la mancata ratifica della Russia. Ciò ha portato a un rallentamento complessivo delle politiche di intervento, inducendo per di più false illusioni nelle imprese italiane. Questa posizione difensiva, tra l’altro, ha comportato l’incapacità di cogliere le opportunità della rivoluzione energetica che era già iniziata.
C’è infine una terza riflessione. Un’accelerazione delle politiche di innalzamento della quota di elettricità verde e dell’efficienza, faciliterà il raggiungimento dei nuovi tetti della Direttiva. Almeno la metà dei 13 Mt CO2 che si devono tagliare secondo la UE possono infatti derivare da obiettivi più ambiziosi in queste due direzioni.
 

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