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Disinvestire dai fossili, le assicurazioni iniziano a dire basta al carbone

Secondo un rapporto della campagna Unfriend Coal, alcune grandi società assicurative stanno iniziando a ridurre la loro esposizione al rischio nelle fonti energetiche “sporche”. Numeri e tendenze. Come la responsabilità sociale e ambientale può guidare le scelte dei colossi finanziari.

Le grandi società assicurative temono sempre di più i rischi associati alle attività delle industrie più inquinanti, al punto di allentare i legami finanziari con il settore fossile più “sporco”, quello del carbone.

Secondo un rapporto curato da varie associazioni ambientaliste, Insuring Coal no More (allegato in basso), una quindicina di compagnie, soprattutto europee, ha iniziato a disinvestire, in tutto o in parte, dalla fonte energetica che emette la quantità maggiore di CO2 nell’atmosfera (vedi anche QualEnergia.it).

La buona notizia è che ai pionieri del disinvestimento fossile - Axa è stata la prima società ad annunciare, nel 2015, la riduzione dei fondi destinati al carbone - si stanno aggiungendo altri nomi, ad esempio Zurich, che nei giorni scorsi ha dichiarato che le assicurazioni possono facilitare la transizione verso un futuro a basse emissioni di gas-serra.

In particolare, evidenzia una nota del settimo gruppo assicurativo mondiale, Zurich intende applicare i suoi valori di responsabilità sociale e ambientale (ESG, environmental, social and governance) al comparto minerario, smettendo di assicurare nuovi progetti per l’estrazione di carbone e di fornire servizi di risk management alle utility che producono oltre metà dell’energia con questa risorsa fossile.

Zurich, inoltre, venderà le quote delle aziende che derivano la maggior parte dei loro profitti dalle miniere di carbone, o dal suo utilizzo per la generazione elettrica.

La notizia meno buona è che il cammino del disinvestimento è ancora lunghissimo, perché la campagna Unfriend Coal stima che il mondo assicurativo, finora, sia “uscito” da azioni e obbligazioni fossili per un valore di circa 20 miliardi di $, che però rappresenta una piccola parte dei beni complessivamente gestiti, come riassume lo schema sotto.

Le compagnie assicurative americane, in particolare, sono molto esposte sul fronte fossile, con decine di loro che in media hanno il 12% di bond sottoscritti con l’industria del carbone, sul totale delle rispettive obbligazioni. I miliardi investiti nei settori economici maggiormente responsabili dell’inquinamento globale, in definitiva, sono ancora troppi, evidenzia lo studio.

Tra l’altro, secondo i dati di CoalSwarm, le emissioni di CO2 degli impianti a carbone esistenti e in costruzione, da sole, sforeranno ampiamente il carbon budget fissato dagli ultimi accordi internazionali sul clima per limitare a 1,5-2 gradi l’aumento delle temperature terrestri, come chiarisce il grafico sotto.

Il punto, si legge nel documento, è che il mondo assicurativo ha un ruolo di primo piano nel guidare l’evoluzione economica e industriale del nostro Pianeta. Senza le coperture finanziarie garantite dai colossi bancari, infatti, sarebbe impossibile progettare e realizzare nuovi siti minerari e le centrali a carbone già operative andrebbero chiuse.

Così le associazioni della campagna Unfriend Coal, lo scorso giugno, hanno chiesto a 25 società di adottare una serie di provvedimenti entro i mesi successivi, volti sostanzialmente a rendere “non assicurabili” le attività e infrastrutture del carbone.

Le prime rilevazioni evidenziano che il carbon risk sta entrando nelle decisioni d’investimento dei principali assicuratori mondiali, sulla scia delle crescenti preoccupazioni per gli impatti negativi dei cambiamenti climatici su vari comparti industriali.

Ma non solo carbone, ma anche pozzi petroliferi, gasdotti, piattaforme offshore - che in pochi anni potrebbero diventare stranded asset (letteralmente: beni incagliati), non più remunerativi a causa delle restrizioni ambientali e della concorrenza delle tecnologie rinnovabili.

Insuring Coal no More (pdf)