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Impianti a biomasse: oli vegetali senza futuro

Spiega il nuovo report dell'Energy & Strategy Group: nel 2014 gli impianti a biomassa hanno avuto una brusca frenata. Tengono solo quelli con combustibile di origine agroforestale, gli unici economicamente sostenibili senza incentivi, mentre quelli ad oli vegetali, data la necessità di importare materia prima, non sembrano avere futuro.

Ci sono almeno quattro mondi diversi in quello dell'energia da biomasse: nel 2014, mentre è continuata la crescita delle centrali alimentate a materia prima di origine agro-forestale, gli impianti a biogas hanno visto una frenata nelle installazioni e sul fronte oli vegetali e rifiuti solidi urbani si è praticamente fermato tutto.

Ma non solo: le analisi economiche mostrano che le biomasse agroforestali sono le uniche che potrebbero sostenersi anche senza incentivi; il biogas si trova in una condizione limite, legata alla disponibilità locale di materia prima, possibilmente a costo zero, mentre gli oli vegetali, considerando la necessità di importare la materia prima, sono “strutturalmente destinati ad avere difficoltà a sostenersi in assenza di incentivi”.

A mostrarlo è il nuovo Renewable Energy Report dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, il primo dei rapporti del team di ricercatori a mettere sotto un unico cappello fotovoltaico, eolico, biomasse e idroelettrico, che sarà presentato domani a Milano, ma che QualEnergia.it ha potuto sfogliare in anteprima.

Per le biomasse agroforestali – mostra lo studio - la nuova potenza installata nel 2014 è stata pari a 30 MW, sostanzialmente in linea con quanto avvenuto nel 2013 e nel 2012: la media di nuove installazioni nel periodo 2008-2014 è infatti di circa 37 MW. Per il biogas si sono installati 50 MW, con una frenata decisa rispetto ai 100 MW del 2013 e ai 550 MW del 2012 (la media di nuove installazioni nel periodo 2008-2014 è di circa 170 MW). Sostanzialmente ferme invece, come anticipato, le nuove installazioni di impianti ad oli vegetali e a RSU: i 17,8 MW realizzati in provincia di Parma sono infatti solo «nominalmente» presenti, visto che per ben note vicende l’impianto funziona a regime ridotto.

Gli oltre 4,1 GW di impianti a biomasse (anzi meglio i 3,2 GW escludendo gli RSU) che producono energia elettrica – si legge - nel 2014 hanno generato un volume d'affari di di 1,8 miliardi di euro, di cui 783 milioni di € per la vendita di energia e ben 734 milioni per l’acquisto di materia prima.

Il valore aggiunto complessivo del settore, senza considerare gli incentivi, è tuttavia negativo, a -301 milioni di euro, “segno di una condizione strutturale in cui l’assenza di incentivazione rende non sostenibile la produzione di energia”, spiegano gli autori del report. Come anticipato mentre le biomasse agroforestali se la cavano bene – con un saldo positivo dovuto alla vendita di elettricità di 48 milioni, il biogas lavora in perdita a -11 milioni (il -3% dei ricavi dalla sola vendita dell’energia), mentre il «valore aggiunto» degli oli vegetali è decisamente negativo, per -338 milioni di € (-1,7 volte i ricavi dalla sola vendita dell’energia).

“È indispensabile - commentano i ricercatori - una razionalizzazione del comparto che faccia sopravvivere gli impianti in grado di sostenersi (eventualmente anche grazie alla creazione di portafogli di generazione in mano a soggetti professionali e alla ricerca intelligente di «filiere» di approvvigionamento a basso costo) e che invece liberi le risorse impegnate in impianti non più utilizzabili in un mercato non incentivato”.

Per quanto riguarda il futuro, quasi tutti gli operatori intervistati dall'Energy & Strategy Group sono concordi nel delineare uno scenario che prevede la realizzazione nel 2015 di circa 50 MW di nuova potenza, ma solo come frutto della chiusura di progetti già avviati o ammessi ad incentivazione.  Al termine del periodo di incentivazione si prevede invece l’arresto “completo” delle nuove installazioni e anzi la chiusura di quegli impianti - soprattutto a oli vegetali e a biogas – per i quali sia eccessivo il ricorso all’acquisto di materia prima.