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Come burocrazia e inefficienza hanno fatto volare via dall'Italia la turbina Condor

L'innovativa turbina per l'eolico in mare di progettazione italiana, se installata a largo della costa pugliese avrebbe potuto far nascere una nuova industria. Ma l'odissea dei procedimenti autorizzativi e un sistema politico e industriale statico e, a volte, quasi ostile all'innovazione hanno avuto la meglio sul progetto, che ora si sposterà in Polonia.

E così alla fine la Condor è volata via dal Mediterraneo, per planare sul Baltico. No, non parliamo di ornitologia: la Condor è una turbina bipala da 6 MW di progettazione italiana, che un imprenditore tedesco, Martin Jakubowski, voleva costruire a Taranto, per realizzare il primo parco eolico offshore galleggiante del mondo, così lontano dalla costa pugliese da non suscitare opposizioni (chissà?) .

Sarebbe stato un 'dimostratore' tecnologico che, se avesse ottenuto buoni risultati, avrebbe fatto nascere in Italia un nuovo tipo di industria, in grado di rivoluzionare la produzione di energia dal vento in mare. Ne avevamo parlato a settembre 2013, e già allora Jakubowski ci aveva preavvertito che se la burocrazia italiana avesse continuato a mettergli i bastoni fra le ruote, sarebbe stato costretto a spostarsi altrove. Così è avvenuto e ora la Condor, con ogni probabilità, nascerà in Polonia.

«Sì - conferma Jakubowski - però la turbina non si chiamerà più Condor ma Seawind, perché nel frattempo la nostra società ha cambiato nome, parte del management per contrasti avvenuti fra i soci, e anche sede: ora siamo in Olanda. Però conserviamo a Genova il polo di sviluppo tecnologico, diretto dall’ingegner Silvestro Caruso».

Nel 2013 ci aveva detto che il problema era il mancato pagamento di un finanziamento pubblico, concessovi nel 2008. È per questo che ve ne andate?

No, quel finanziamento di 7,7 milioni di euro, concessoci con il programma 'Industria 2015', fu sbloccato a fine 2013. Ma non lo utilizzeremo, tornerà nelle casse dello Stato italiano perché ci sono ben altri problemi che ci impediscono di lavorare in Italia.

Cioè?

Il primo e più grave è che non abbiamo ancora il permesso per l’installazione in mare. La vicenda è ingarbugliata. Il permesso per realizzare un primo impianto al largo di Tricase l’abbiamo chiesto nel 2005 e solo nel 2010 abbiamo ottenuto un parziale via libera della Regione Puglia. Tuttavia lo stesso anno una nuova legge ha stabilito che i permessi per i siti delle centrali nucleari e degli impianti eolici offshore, fossero concessi solo da Roma, non più a livello regionale. Ovviamente lo scopo era quello di bypassare le opposizioni locali al nucleare, ma il risultato, per noi, è che il permesso finale è ancora fermo al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Dal 2010 ad oggi abbiamo aspettato inutilmente quattro anni, tentando anche di sbloccare la mancata conferma della concessione tramite il Tar. Ma il Tar ha via via rimandato l’udienza, fino, per ora, al giugno 2015. È grave il fatto che dopo 10 anni non ci sia certezza alcuna dell’esito della vicenda, dopo che abbiamo speso una decina di milioni in costi operativi. Questo quadro ha scoraggiato i nostri investitori i quali ovviamente vogliono essere certi di dove e quando saranno installate le prime turbine. E così, nel 2014, abbiamo deciso di localizzare gli impianti fuori dell’Italia.

Ma avete capito perché il Ministero non vi ha ancora dato il permesso?

Si, abbiamo saputo che è Terna che si oppone perché il punto di connessione alla rete, che avevamo prenotato fin dal 2005, nel frattempo si era saturato di allacci di altri impianti eolici e Terna, per rispettare gli impegni presi con noi, avrebbe dovuto costruire una costosa linea interrata di 17 chilometri, fino a un’altra sottostazione. Così è stato bloccato il tutto, facendo pagare a noi i costi di questa situazione.

È quindi stata la burocrazia a farvi scappare?

Non solo, un altro fattore altrettanto grave è stata l’assoluta indifferenza delle grandi industrie italiane per il nostro progetto. Stiamo parlando di costruire decine di turbine lunghe, fra la parte fuori dal mare e quella sotto, oltre 200 metri: un lavoro che richiede la collaborazione con giganti come Fincantieri. Per anni gli abbiamo chiesto se avrebbero accettato le nostre commesse, ma ci hanno sempre detto di no: il loro management sembra del tutto disinteressato a soluzioni innovative come le energie rinnovabili. Motivi tecnici? Per ignoranza? O per indicazioni dei politici che li hanno messi lì?. Preferiscono tenere le maestranze in cassa integrazione o licenziarle, piuttosto che impiegarle per tentare strade nuove. È incredibile.

E corruzione ne avete incontrata?

Sì, ci sono stati tentativi di chiederci del denaro per 'velocizzare'” i vari iter, ma non abbiamo mai pagato e forse anche questo è causa delle nostre difficoltà in Italia. Altrettanto grave è la mancanza di concertazione fra le varie parti in causa: in Italia un imprenditore deve fare la spola fra un ufficio e l’altro. Nessuno lo aiuta. Molti sembrano considerarlo uno scocciatore o un nemico, saltano continuamente fuori nuovi ostacoli. Poi passi le Alpi e scopri che lì, invece, a chi vuole aprire una nuova attività stendono il tappeto rosso, mettendo tutti i rappresentanti degli enti interessati al progetto intorno a un tavolo e discutendo con l’imprenditore le condizioni e i passaggi da fare, senza perdere tempo. In Italia, purtroppo, sembra che l’Amministrazione Pubblica abbia perso ogni senso del suo dovere verso la comunità. Si trovano anche persone in gamba, che capiscono le potenzialità delle proposte, ma il loro atteggiamento è spesso di rassegnazione e sconforto. “Siamo in Italia, non riuscirete a far nulla qui”, ci hanno detto.

E gli altri problemi, quelli di cui parla sempre la politica: tasse, articolo 18, eccetera?

No, la tassazione del lavoro e le tutele dei lavoratori, nell'Unione europea sono più o meno uguali, non sono un punto fondamentale per decidere dove investire. Magari è molto più importante il fatto che in Germania ti danno i rimborsi Iva in un mese e che l’Ufficio Imposte si fa in quattro per aiutare il cittadino.

Ma la Polonia è poi così diversa?

Scherza? È il paese della UE con il record di utilizzo dei fondi europei e un'Amministrazione pubblica modellata sull’esempio tedesco. Lì abbiamo trovato un programma già pronto per esaminare i progetti dell’eolico offshore sui quali contano di investire miliardi propri ed europei. Abbiamo trovato un gruppo di referenti gestionali e tecnici della loro Amministrazione disposti a valutare la nostra idea e ad aiutarci nei passi necessari. Anche l’industria elettromeccanica e cantieristica locale si è subito dichiarata disponibile a collaborare nel costruire la turbina, proponendoci due cantieri, a Danzica e a Gdynia. Entro il 2015 dovremmo ottenere tutte le risposte e allora, se saranno positive, come credo, potremo iniziare finalmente a lavorare.

Magari in Polonia vi hanno promesso più finanziamenti che in Italia …

No, la situazione è la stessa: il prototipo lo costruiremo e lo installeremo con i nostri mezzi finanziari e agevolazioni simili a quelle ottenute in Italia. Solo successivamente accederemo a finanziamenti europei e nazionali per costruire uno stabilimento produttivo.

Ma come farete a installare una turbina galleggiante in un mare basso come il Baltico?

Non sarà galleggiante. Ci siamo dovuti adattare alla nuova situazione inventando un modo economico e innovativo per fissare al fondo del mare le turbine, sempre però premontate in cantiere per contenere i costi. Ma contemporaneamente lavoreremo anche a un prototipo galleggiante, da installare in Norvegia, e a uno pensato per produrre idrogeno: uno sviluppo che, sono convinto, sarà il futuro, sia per l’automotive, sia per risolvere lo stoccaggio di energia. Tutto questo ci sarebbe piaciuto farlo in Italia, da dove è partita l’idea della turbina bipala con giunto elastico e dove manteniamo la progettazione. Ma non è stato possibile. Mi spiace per voi.