Usa all’attacco delle regole europee sul clima

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La Casa Bianca di Trump e il Qatar contro la direttiva Ue sulla sostenibilità delle imprese: “A rischio forniture e prezzi dell’energia”. Bruxelles resiste, ma valuta modifiche.

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Una settimana dopo aver bloccato la proposta di tassa globale sulle emissioni del trasporto marittimo sostenuta dalle Nazioni Unite, l’amministrazione Trump ha avviato una nuova offensiva diplomatica contro le politiche climatiche europee.

Ora la Casa Bianca ha messo nel mirino la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) Ue.

Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE), insieme al governo del Qatar, ha infatti inviato una lettera aperta ai capi di Stato e di governo europei in cui avverte che la direttiva “rischia di far aumentare i prezzi dell’energia e delle materie prime”, producendo “un effetto paralizzante su investimenti e commercio” (la missiva è in allegato in basso).

“Crediamo sinceramente, da alleati e amici dell’Ue, che la CSDDD causerà gravi danni all’Unione e ai suoi cittadini”, scrivono i due governi, con una diplomaticamente sgarbata intromissione nella politica interna comunitaria, in pieno stile Trump, invitando Bruxelles a ritirare o modificare radicalmente la normativa.

Cosa prevede la CSDDD

La direttiva, approvata nel 2024, obbliga le grandi imprese – europee e straniere che operano nel mercato unico – a individuare, prevenire e mitigare gli impatti negativi delle proprie attività e delle loro filiere su ambiente e diritti umani, nonché a integrare piani di transizione climatica coerenti con l’Accordo di Parigi.

Si applicherà in modo graduale alle aziende con oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, coinvolgendo circa 6.000 imprese europee e quasi 900 extra-Ue.

La Commissione, a febbraio 2025, con la cosiddetta “Omnibus proposal” (COM(2025) 80), ha già provato ad ammorbidire le regole, proponendo di rinviare di un anno sia la trasposizione nazionale sia l’entrata in vigore delle prime fasi dell’obbligo – che per le società più grandi slitterebbero dal luglio 2027 al luglio 2028 – nell’ambito del pacchetto per la semplificazione normativa e la competitività.

La proposta è ora all’esame del Parlamento europeo e del Consiglio e punta a concedere più tempo alle imprese e agli Stati membri per prepararsi, senza modificare gli obiettivi ambientali della direttiva.

Sgarbo diplomatico per gli interessi del Gnl

Al centro delle critiche di Washington e Doha c’è il Gnl, di cui entrambi sono grandi fornitori. Secondo Stati Uniti e Qatar, la direttiva comporterebbe nuovi vincoli e costi di compliance per le società energetiche che forniscono il mercato europeo: dovrebbero infatti dimostrare la compatibilità climatica delle loro attività – dall’estrazione al trasporto – con gli obiettivi di decarbonizzazione europei.

Nel documento congiunto i due governi affermano che la normativa “rappresenta un rischio significativo per l’accessibilità e l’affidabilità delle forniture energetiche essenziali per famiglie e imprese europee” e “una minaccia esistenziale per la crescita e la competitività dell’industria del continente”.

Come detto, l’iniziativa congiunta di Washington e Doha è anomala rispetto alle consuetudini diplomatiche, che Trump sta sistematicamente demolendo.

Raramente due governi terzi si rivolgono direttamente e in modo pubblico ai capi di Stato e di governo dell’Ue per chiedere la modifica di una direttiva interna. Normalmente, osservazioni di questo tipo vengono trasmesse attraverso canali riservati o sedi multilaterali, non tramite lettere aperte.

Essendo poi l’Unione un sistema multilivello, intervenire direttamente presso i capi di governo significa bypassare la Commissione, cioè l’interlocutore istituzionale naturale degli Stati terzi. Questo, in gergo diplomatico, è un affronto sottile: un modo per dire “non ci fidiamo del vostro esecutivo europeo, vogliamo parlare con chi decide davvero”.

L’intervento vuole esplicitamente difendere gli interessi dei grandi esportatori di gas, sfruttando la dipendenza europea dal Gnl. È quindi un gesto più politico che tecnico, che mira a condizionare il dibattito legislativo europeo e che, nella sostanza, si avvicina più al lobbying geopolitico che alla diplomazia tradizionale.

L’Europa non arretra, ma la pressione cresce

Come detto, la mossa arriva a pochi giorni dalla vittoria americana presso l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), dove – grazie alla pressione di Usa, Russia, Arabia Saudita e dei Paesi Ue Grecia e Cipro – è stato rinviato di almeno un anno il voto sulla prima tassa mondiale alle emissioni del trasporto marittimo.

Interpellato in conferenza stampa sulla nuova missiva firmata da Washington e Doha, il portavoce della Commissione europea Markus Lammert ha evitato di commentare nel merito, ricordando che i negoziati sono ancora in corso tra Parlamento e Consiglio, leggiamo dalla cronaca su Politico.ue

La Commissione europea ha già escluso di abrogare la CSDDD, ma valuta di alleggerire alcune disposizioni, in particolare quella sulla responsabilità civile, per favorire un compromesso politico tra governi e imprese.

Mentre la direttiva diventa il nuovo terreno di scontro tra politica climatica e geopolitica energetica, il messaggio proveniente dagli Usa trumpiani è chiaro: ogni passo europeo verso una regolazione più stringente sul clima rischia di scontrarsi con gli interessi dei grandi esportatori di gas, nel momento in cui l’Europa dipende ancora in larga parte dalle loro forniture.

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