L’Europa deve mettere più ambiente nei suoi piani di competitività

Cambiamenti climatici e degrado degli ecosistemi minacciano in modo diretto l'economia e le industrie Ue. Dati, analisi e raccomandazioni nel rapporto quinquennale dell'Agenzia europea per l'ambiente.

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I cambiamenti climatici e il degrado ambientale rappresentano una minaccia diretta per la competitività europea: è il messaggio principale del rapporto pubblicato il 29 settembre dall’Agenzia europea per l’ambiente, “Europe’s environment 2025”.

È la settima relazione quinquennale sullo stato dell’ambiente diffusa dall’Agenzia dal 1995 e arriva in uno scenario politico dominato dalle incertezze sugli obiettivi climatici post 2030.

Come abbiamo scritto, gli Stati membri Ue restano divisi sui target di riduzione della CO2 al 2035 e 2040, tanto da non aver presentato il piano climatico aggiornato al vertice delle Nazioni Unite a New York la scorsa settimana.

Il futuro del Green Deal è diventato più incerto, in questo secondo mandato della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Bruxelles si è focalizzata sulle misure per rilanciare la competitività industriale, finendo però per annacquare alcune tematiche ambientali, ad esempio riguardo agli obblighi di sostenibilità aziendale. Anche la “tassa alla frontiera” sulla CO2 è stata ridimensionata al fine di escludere la maggior parte degli importatori di merci (anche se la Ue sostiene che l’ambizione climatica del provvedimento è immutata).

L’agenzia europea per l’ambiente invece “esorta ad accelerare l’attuazione di politiche e azioni per una sostenibilità a lungo termine, già concordate nell’ambito del Green Deal europeo”, si legge nella nota di presentazione del rapporto.

Il testo, si spiega, è l’analisi più completa sullo stato attuale e le prospettive per l’ambiente, il clima e la sostenibilità del continente, basato su dati provenienti da 38 paesi.

Finora l’Unione europea si è comportata come leader mondiale nell’impegno per il clima, riducendo le emissioni di gas serra e l’uso di combustibili fossili mentre ha raddoppiato la quota di energie rinnovabili dal 2005.

Negli ultimi 10-15 anni, si ricorda, sono stati compiuti significativi progressi anche nel miglioramento della qualità dell’aria, nell’aumento del riciclo dei rifiuti e dell’efficienza delle risorse.

Come ha evidenziato la spagnola Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva Ue per una Transizione pulita, giusta e competitiva, “l’Europa deve mantenere la rotta e persino accelerare le proprie ambizioni in materia di clima e ambiente”, altrimenti finirà per arenarsi, come successo all’ultimo Consiglio Ambiente, dove appunto i ministri hanno rinviato la decisione sugli obiettivi per il 2040.

Anche gli obiettivi 2030 sono a rischio. Come mostra la tabella sotto, tratta dal rapporto, sono ben pochi i settori in linea con i “policy targets“.

I recenti eventi meteorologici estremi, ha aggiunto Ribera, “dimostrano quanto diventino fragili la nostra prosperità e la nostra sicurezza quando la natura si degrada e gli impatti climatici si intensificano. Ritardare o rinviare i nostri obiettivi climatici non farebbe altro che aumentare i costi, aumentare le disuguaglianze e indebolire la nostra resilienza”.

Le sfide da affrontare sono complesse.

Ad esempio, la biodiversità sta diminuendo in tutti gli ecosistemi terrestri, di acqua dolce e marini a causa delle persistenti pressioni esercitate da modelli di produzione e consumo non sostenibili, in particolare nel settore agricolo.

Mentre lo stress idrico, dovuto a siccità e carenza di approvvigionamenti idrici, colpisce un terzo della popolazione e del territorio europeo. Pertanto, il rapporto sottolinea l’importanza di mantenere ecosistemi acquatici sani, proteggere i bacini idrografici e garantire che le risorse idriche sotterranee siano reintegrate.

Quanto ai cambiamenti climatici, l’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente nell’intero Pianeta, rimarcano gli autori; ricordiamo che gli eventi meteorologici estremi del 2025 sono già costati 43 miliardi di euro all’Europa e quasi 12 all’Italia, secondo uno studio pubblicato su European Economic Review.

“Il clima sta cambiando a un ritmo allarmante, minacciando la sicurezza, la salute pubblica, gli ecosistemi, le infrastrutture e l’economia”, si legge nella sintesi del documento. “L’aumento della frequenza e dell’entità delle catastrofi legate al clima, nonché la consapevolezza che il clima continuerà a cambiare nonostante gli ambiziosi sforzi di mitigazione dell’Ue, sottolineano l’urgente necessità di adattare la società e l’economia europee”.

In definitiva, serve un “cambiamento radicale dei sistemi di produzione e di consumo: decarbonizzazione dell’economia, transizione verso la circolarità, riduzione dell’inquinamento e gestione responsabile delle risorse naturali”.

Il punto è chiaro: non può esserci competitività (economica, industriale, tecnologica) sul lungo termine senza un rafforzamento delle politiche ambientali.

Oltre a ripristinare gli habitat naturali degradati, l’Ue deve decarbonizzare i principali settori economici, in particolare i trasporti, oltre ad affrontare la questione delle emissioni dell’agricoltura, sostiene l’Agenzia.

Si raccomanda poi di investire nella transizione digitale e verde dell’industria, sviluppando tecnologie per la decarbonizzazione dei settori cosiddetti “hard to abate”, come l’acciaio e il cemento.

Focus italiano

Riguardo all’Italia, l’Agenzia europea per l’ambiente sostiene che il nostro Paese “sta compiendo passi significativi verso la sostenibilità, ma deve affrontare numerose sfide”.

Tra i punti di forza emerge in particolare la crescita delle fonti rinnovabili, lo sviluppo dell’agricoltura biologica, l’economia circolare (riciclo e riuso), l’estensione delle aree naturali protette.

Tuttavia, ci sono tanti capitoli ancora da scrivere o completare: dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici alla gestione dei rifiuti, fino alle sfide socio-economiche legate al divario generazionale, alla scarsa mobilità sociale e alla diffusa povertà energetica.

Le stesse rinnovabili richiedono una forte accelerazione per raggiungere i target al 2030: al ritmo attuale di sviluppo, come abbiamo scritto, si rischia di arrivare al traguardo con parecchi anni di ritardo.

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