Il fallimento delle azioni per salvare il clima è considerato il principale rischio da affrontare nei prossimi dieci anni

Questo è quanto riporta il Global Risks Report 2022 del World Economic Forum.

Al secondo posto nella classifica dei rischi troviamo gli eventi meteorologici estremi: siccità, ondate di calore e di gelo, inondazioni, uragani, la cui frequenza e intensità sta aumentando a causa dei cambiamenti climatici, come confermano i dati sul 2021 pubblicati da Copernicus, NOAA e Munich RE.

In sintesi, il 2021 è stato il quinto anno più caldo di sempre, con una temperatura media globale di 0,3 °C più alta in confronto al periodo 1991-2020 e di 1,1-1,2 °C sopra la media del periodo preindustriale (1850-1900); le concentrazioni di anidride carbonica e di metano in atmosfera hanno continuato a crescere; gli eventi estremi hanno provocato danni economici per 280 miliardi di dollari a livello mondiale.

La perdita di biodiversità è il terzo rischio maggiormente avvertito dalle persone che hanno partecipato al sondaggio del Global Risks Report: oltre 900 risposte nel periodo 8 settembre-12 ottobre 2021 arrivate da aziende, istituzioni governative e istituzioni no-profit, università e altri portatori di interesse.

In sostanza, i rischi ambientali, collegati al surriscaldamento globale e ai cambiamenti climatici, stanno monopolizzando la scena, lasciando più indietro altri temi, come la perdita di coesione sociale e la diffusione di malattie infettive.

Il punto, evidenzia il World Economic Forum, è che i nuovi impegni per il clima lanciati lo scorso novembre alla Cop26 di Glasgow non consentono di limitare il previsto aumento della temperatura media terrestre a +1,5 °C.

Ci sono troppe lacune, ad esempio su come eliminare il carbone e più in generale i sussidi ai combustibili fossili, sulla quantità di aiuti finanziari ai Paesi emergenti, sulla necessità di accelerare più rapidamente gli investimenti in fonti rinnovabili.

Resta un divario enorme tra “quello che bisognerebbe fare” e “quello che si sta facendo” per ridurre le emissioni di gas-serra, come denunciato nei mesi scorsi dal Production Gap Report delle Nazioni Unite, dove si spiega che i Paesi di tutto il mondo hanno pianificato di incrementare, anziché diminuire, la produzione globale di petrolio, gas e carbone al 2030.

Come uscire da questa situazione?

Secondo il World Economic Forum, la strada è una sola: bisogna accettare e abbracciare il concetto di una transizione “disordinata” verso un futuro a zero emissioni nette di CO2, cercando di anticipare i cambiamenti e adattandosi a essi il più in fretta possibile.

In altre parole, bisogna guidare la transizione, e non subirla passivamente. Chi rimarrà fermo più a lungo, infatti, correrà maggiori rischi di essere travolto e di fallire, come già successo alle aziende che hanno ritardato la corsa verso la transizione digitale.

La transizione energetica, con ogni probabilità, sarà caotica e dirompente, ma questa non deve essere una scusa per non agire. Al contrario, agire in modo tempestivo potrà rendere la transizione proprio meno caotica e meno dirompente, attenuando gli impatti sociali.

Resta da vedere se ci sarà la volontà politica di accelerare la rivoluzione industriale green. Ciò comporterà inevitabilmente dei costi, che però saranno ampiamente compensati dai benefici.

Ad esempio, nel 2050 le fonti rinnovabili potranno impiegare più di 42 milioni di persone nel mondo, contro 11 milioni nel 2018 (dati Irena), grazie anche alle politiche per la riqualificazione professionale dei lavoratori delle industrie fossili, destinate queste ultime a perdere occupati.

Il sistema economico mondiale, ricorda il World Economic Forum, potrebbe perdere fino al 18% del Pil nei prossimi 30 anni, se non saranno prese misure adeguate per combattere il cambiamento climatico (fonte Swiss Re Institute).

Anche da un punto di vista finanziario, quindi, sottovalutare la crisi climatica è un rischio enorme.

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