La Commissione europea apre uno spazio di flessibilità fiscale per gli investimenti energetici nell’ambito delle deroghe al Patto di stabilità già previste per la difesa.
L’annuncio è arrivato oggi, 3 giugno, con il pacchetto di primavera del Semestre europeo, segnando una risposta positiva (seppur limitata e condizionata) alle richieste avanzate nelle scorse settimane dal governo italiano.
L’esecutivo europeo consentirà agli Stati membri di utilizzare una quota aggiuntiva di margine fiscale per finanziare investimenti legati alla sicurezza energetica e alla transizione, escludendo però misure di sostegno generalizzato ai consumi o ai combustibili fossili.
Il principio che guida l’iniziativa sarebbe quindi quello più volte ribadito dalla Commissione: privilegiare gli investimenti strutturali rispetto ai sussidi.
La proposta prevede una flessibilità pari allo 0,3% del Pil all’anno nel triennio 2026-2028, con un tetto complessivo dello 0,6%. Per l’Italia, sulla base dei dati economici più recenti, ciò si tradurrebbe in circa 6,8 miliardi di euro l’anno, fino a un massimo di poco superiore ai 13 miliardi nell’arco del periodo considerato.
La distribuzione delle risorse potrebbe variare da anno a anno, purché venga rispettato il limite complessivo previsto.
Secondo un documento di raccomandazioni indirizzato al nostro Paese (link in basso), Roma dovrebbe “affrontare gli alti prezzi dell’elettricità causati dalla dipendenza strutturale dal gas accelerando lo sviluppo dell’energia rinnovabile e dello storage, implementando pienamente le riforme del permitting a livello locale e riequilibrando la tassazione energetica alleggerendola sull’elettricità, in particolare per le imprese”.
L’accesso al margine aggiuntivo è però subordinato all’attivazione della cosiddetta “National Escape Clause” per la difesa, la clausola nazionale di salvaguardia che consente di derogare temporaneamente ai vincoli di bilancio per spese considerate strategiche.
Solo all’interno di questo quadro gli Stati potrebbero chiedere di includere anche investimenti energetici. La procedura ricalcherebbe quella già prevista per la difesa: richiesta formale dello Stato membro, proposta della Commissione e approvazione finale da parte del Consiglio Ue.
Gli interventi ammissibili
Per il settore energetico, l’aspetto più rilevante riguarda la tipologia di interventi che Bruxelles considera compatibili con la deroga. Tra gli investimenti ritenuti ammissibili figurano il rafforzamento delle reti elettriche, i sistemi di accumulo, le misure di efficienza energetica, il sostegno alla capacità produttiva delle tecnologie pulite e gli incentivi all’acquisto di batterie, pannelli fotovoltaici e veicoli elettrici.
Sono invece esclusi gli interventi assimilabili a sussidi generalizzati e “misure di sostegno che sovvenzionano l’uso dei combustibili fossili, come ad esempio riduzioni mirate delle accise”. Lo ha ricordato il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, secondo cui l’attuale situazione energetica rappresenta uno shock dell’offerta che non può essere affrontato semplicemente stimolando la domanda.
La posizione di Bruxelles riflette anche le perplessità emerse in seno al Consiglio Ue. Le maggiori resistenze sarebbero arrivate da diversi governi nazionali contrari all’ipotesi di utilizzare margini di bilancio aggiuntivi per finanziare l’acquisto di carburanti fossili.
Per questo motivo la soluzione individuata sembra orientata a vincolare la flessibilità a investimenti coerenti con gli obiettivi energetici e climatici dell’Unione.
Nelle ultime settimane il governo italiano ha lavorato a una proposta in grado di ottenere il consenso europeo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva chiesto di estendere al settore energetico la flessibilità già riconosciuta per la difesa, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha condotto il negoziato con la Commissione e con gli altri partner europei.
Lo stesso Giorgetti si è detto “soddisfatto” perché “la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Il ministro si riserva di “fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo”.
I prossimi passi
L’apertura della Commissione rappresenta solo un primo passaggio. Dopo la presentazione della proposta saranno necessari ulteriori step istituzionali, a partire dal Consiglio europeo di giugno.
Inoltre, Bruxelles non prevede di imporre un’attivazione coordinata dello strumento, lasciando ai singoli Stati la scelta se ricorrere o meno alla clausola.
L’Italia è considerata tra i Paesi maggiormente interessati a utilizzare questa possibilità (si veda Dipendenza fossile e bollette record: Italia maglia nera in Europa), mentre altri Stati membri risultano meno esposti agli shock energetici o più avanzati nel percorso di transizione.
- Relazione sull’Italia (pdf)
(Articolo aggiornato alle 16.30 del 3 giugno per dar conto dell’annuncio ufficiale da parte della Commissione europea e della pubblicazione del report relativo all’Italia)



























