Per motivi non sempre del tutto chiari, il nuovo mantra energetico — portato avanti soprattutto dai governi di destra e centro-destra — sostiene che senza energia nucleare non si possa vivere, né disporre di energia pulita a sufficienza.
Nel frattempo, una ricerca condotta da Petros Koutrakis, professore di salute ambientale all’Università di Harvard, pubblicata su Nature Communications (link in fondo all’articolo), potrebbe rendere ancora più improbabile l’agognato “Rinascimento Nucleare”.
Per far avverare quel sogno, infatti, bisognerà convincere le popolazioni nei cui pressi dovrà essere realizzata una centrale atomica, in un contesto in cui l’opinione pubblica è già piuttosto scettica sul fatto che il nucleare sia sicuro e innocuo.
Nucleare e studi epidemiologici
Ma cosa ha scoperto il gruppo di Koutrakis? Ha mostrato che le morti per cancro crescono al diminuire della distanza dagli impianti nucleari.
“C’erano stati in passato diversi studi che avevano misurato l’incidenza dei casi di tumore nei pressi delle centrali nucleari, con risultati contrastanti. Noi abbiamo esteso la metodica a tutte le centrali nucleari e a tutti i tipi di tumore”, spiega Koutrakis.
Studi su piccola scala condotti in Francia e Spagna avevano individuato correlazioni fra vicinanza alle centrali e specifici tipi di tumore, mentre per altre ricerche, negli Stati Uniti e in Germania, non è stato così.
Ricerche più estese, concentrate sulle leucemie infantili intorno alle centrali nucleari, avevano dato risultati contraddittori: lo studio KiKK, su 16 impianti tedeschi nel 2007, rivelò un raddoppio dei casi attesi entro i 5 km dalle centrali, con un aumento rilevabile fino a 20 km.
Lo studio francese Geocap del 2012, pur confermando un aumento dei tumori entro i 5 km dalle 19 centrali del paese, aveva ottenuto risultati simili, ma solo per gli anni 2002-2007 e non prima. Risultato negativo, invece, dallo studio svizzero Canupis del 2011 sui 5 impianti del paese.
“Abbiamo così considerato tutte le contee situate fino a 200 km di distanza dalle 70 centrali nucleari Usa e dalle sei canadesi vicine al confine, valutandone l’impatto sui decessi per tumore fra il 2000 e il 2018, usando i dati dei Centers for Disease Control and Prevention. Sono state considerate solo le persone residenti per tutto quel periodo e introdotto anche fattori di correzione per gli stili di vita e ambientali, come temperature, reddito, strutture sanitarie, prevalenza di obesità”.
I risultati sono stati molto chiari: le contee più vicine alle centrali nucleari presentavano tassi di mortalità per cancro più elevati, con circa un 15-20% di rischio maggiore di morte fra le persone tra 45 e 85 anni, proprio quelle che avevano vissuto più a lungo nella zona. L’effetto sui tassi di mortalità calava rapidamente con la distanza, scomparendo dopo i 30 km.
“In totale, abbiamo stimato che vivere vicino a una centrale atomica è responsabile di circa 6.400 morti in più per tumore l’anno, 115mila in tutto il periodo considerato. Attenzione però: anche se le radiazioni sono un noto cancerogeno, non abbiamo dimostrato che ci sia una correlazione diretta fra l’attività della centrale e i tumori, ma solo che chi ci vive vicino muore più spesso di tumore. Per capire il perché serviranno altri studi”, conclude il professore di Harvard.
Questa ricerca aggiunge quindi un’altra ragione per cui tornare al nucleare non sembra un’idea così lungimirante. E non è certo l’unica, né la principale.
Le critiche al filonuclearismo nascente
Mentre si favoleggia di nuovo su un nucleare sicuro, modulare, piccolo e bello, le fonti rinnovabili — accoppiate a un uso sempre più massiccio degli accumuli — stanno dimostrando di poter fare a meno dell’energia baseload, che provenga dai combustibili fossili o dall’atomo (In California le batterie accendono le notti e le albe).
C’è poi il fatto che questo fantomatico “nuovo nucleare” non ha certo risolto nessuno dei difetti che da 70 anni gravano su questa fonte.
Il prezzo della sua energia è del tutto fuori mercato se comparato alle rinnovabili, anche dotate di accumuli, con i primi progetti di “piccolo nucleare” o SMR che si sono subito bloccati di fronte allo scoglio del previsto costo del chilowattora.
Come sempre, la costruzione di nuovi impianti nucleari continua a essere afflitta da ritardi e sforamenti incredibili di budget.
In tempi di incertezze geopolitiche, dazi e ricatti energetici, parlare di nucleare come fonte “suprema” è ridicolo per nazioni come l’Italia, che non hanno miniere di uranio né la costosissima industria necessaria per produrre il combustibile e trattare le scorie. Chi entra ora nel nucleare, piccolo o grande che sia, resterà dipendente dall’estero.
Il problema dello smaltimento delle scorie — che il piccolo nucleare produrrà, a parità di output energetico, in quantità persino maggiore del grande — non è risolto: i rifiuti nucleari continuano a essere lasciati accanto alle centrali o in depositi superficiali, in attesa dei mitici “depositi geologici”, che finora ha realizzato solo la Finlandia. Che ci entri l’Italia, paese che non riesce nemmeno a costruire un deposito di superficie per le scorie già esistenti, è paradossale.
Il nucleare continua a essere una fonte insicura: per decenni ci hanno raccontato la storia del rischio di incidente grave “uno ogni diecimila anni”, e invece abbiamo assistito a diversi episodi gravi solo negli ultimi cinquanta, di cui due catastrofici (Undici anni dal disastro di Fukushima: una storia di errori umani, inganni e corruzione).
Certo, i morti non sono quelli causati da un terremoto, ma dopo un terremoto si ricostruisce. Dopo una catastrofe nucleare le aree vengono abbandonate per decenni e la decontaminazione ha costi astronomici.
Sappiamo ormai che le centrali nucleari — e ancor più quelle piccole e meno difendibili — sono perfetti bersagli per attacchi bellici e terroristici, incrementando esponenzialmente paura e danni.
Infine, sdoganare il nucleare come fonte “facile e salvifica” aumenterà le occasioni di proliferazione atomica a scopi bellici, nei tanti paesi che hanno ancora conti aperti da risolvere con i vicini o pretese egemoniche. Non sono scenari fantapolitici: basta osservare cosa sta accadendo intorno all’Iran a causa del suo “nucleare civile”.
Vogliamo davvero moltiplicare i reattori e tutti i rischi connessi, piazzandoli in zone densamente abitate e affidandoli ad aziende private?
Questa tecnologia energetica è così problematica che le ragioni per cui continui a essere tanto agognata da una parte della politica e del mondo economico restano difficili da comprendere, e a volte opache.
Il nucleare incarna il “mito di Prometeo”, che strappa il fuoco agli Dei? Forse è il caso di aggiornare la narrazione: per noi è molto più affascinante il fotovoltaico che, fermo e silenzioso, converte la luce in elettricità, in confronto a giganteschi bollitori scaldati dall’uranio.
È più probabile che per i politici c’entri quel brivido virile di essere o diventare una “superpotenza” nucleare.
Ad affascinare alcuni grandi gruppi imprenditoriali, invece, è l’inevitabile pioggia di miliardi (pubblici) destinati a sostenere una filiera che non riuscirerebbe a stare in piedi da sola, soprattutto in un mercato dominato da un solare reso stabile dagli accumulatori e sempre più economico (Audizioni sul nucleare: tempi, costi e tecnologie non tornano).
Non va trascurato poi l’effetto che il ritorno del filonuclearismo fuori tempo massimo sia collegato alle indicazioni, neanche troppo nascoste, dei veri burattinai delle politiche energetiche in Italia e in tante parti del mondo: i produttori di combustibili fossili, che spingerebbero qualsiasi alternativa alle rinnovabili pur di rallentare la loro continua diffusione.
Il “filonuclearismo”, insomma, aveva anche senso 40 anni fa, quando non c’erano chiare alternative per liberarci dalla dipendenza dai fossili e proteggere ambiente e clima, se non quella fonte così piena di difetti e problemi. Oggi, di fronte ai progressi delle fonti rinnovabili, ogni razionalità “filonucleare” dovrebbe essere evaporata, eppure non è così.
- Lo studio: “National analysis of cancer mortality and proximity to nuclear power plants in the United States“



























