Nel dibattito in corso alle Commissioni VIII e X della Camera sul ddl delega nucleare entra in gioco anche il Gse, con una memoria (link in basso) che non affronta nel merito la scelta politica sul possibile ritorno dell’atomo, ma ne traccia un perimetro tecnico-operativo.
Questi lavori parlamentari, che vanno avanti da giorni, rientrano in quello che oggi (13 febbraio) il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto ha definito un “dovere” da parte delle istituzioni di “dare all’Italia un piano giuridico per fare le dovute valutazioni”.
Questo perché “noi oggi consumiamo circa 310 TWh all’anno di energia elettrica”, ha detto il ministro a margine di un evento del dipartimento per le Politiche del mare in corso a Cagliari, e “tutti gli indicatori ci portano a stimare che tra 15-20 anni la domanda supererà i 500 TWh“.
Un gap da colmare, nei piani del governo, con il nucleare, visto che Pichetto ha affermato di “non vedere questo Paese come una di quelle realtà coperte da pale eoliche e fotovoltaico”, aggiungendo che “non ci arriveremo mai”.
CfD per il sostegno ai nuovi impianti
Tornando alla memoria del Gse, si sostiene che il nucleare – qualora attivato – potrebbe essere sostenuto attraverso strumenti analoghi a quelli già impiegati per le fonti rinnovabili, con un ruolo centrale per i Contratti per differenza (CfD) e per gli accordi di lungo termine (Ppa), ai quali “potrebbe essere associata la previsione di un servizio di garanzia di ultima istanza da parte dello Stato”.
Un atto che presta il fianco alle richieste mosse nei giorni scorsi da aziende come Edison, interessata a costruire due Smr (Small Modular Reactor, piccoli reattori modulari); la società aveva sollecitato l’introduzione di finanziamenti agevolati o garanzie per abbattere il costo del capitale e contratti per differenza nella fase di esercizio degli impianti (Nucleare, in Parlamento arriva la lista della spesa).
Il documento Gse poi evidenzia come i CfD siano già oggi lo strumento di riferimento a livello europeo per sostenere sia le rinnovabili sia, in prospettiva, il nucleare di nuova generazione. Il richiamo è all’art. 19 quinquies del Regolamento UE 2024/1747, che individua i CfD come modalità ideale di supporto ai prezzi per nuovi impianti rinnovabili e nucleari.
Il Gse sottolinea di aver maturato un’esperienza significativa nella gestione di regimi basati su contratti per differenza (dai decreti Fer 1 e Fer 2 fino all’Energy release) e lascia intendere che tali competenze potrebbero essere replicate per il nucleare sostenibile, soprattutto in un’ottica di stabilizzazione dei ricavi di lungo periodo e bancabilità dei progetti ad alta intensità di capitale.
Il CfD è visto quindi come uno strumento “neutro” dal punto di vista tecnologico, applicabile anche a reattori modulari o altre soluzioni avanzate.
PPA e garanzie di ultima istanza
Accanto ai contratti per differenza, la memoria valorizza il ruolo dei Power purchase agreement (Ppa) come strumento complementare per garantire stabilità dei prezzi e copertura dal rischio di volatilità.
Un passaggio particolarmente rilevante riguarda la possibilità di associare ai Ppa un servizio di garanzia di ultima istanza pubblica, volto a coprire il “rischio di inadempimento della controparte”.
L’estensione di questo schema al nucleare, in particolare per aggregati di consumatori industriali, configurerebbe un sistema ibrido in cui il mercato (Ppa) fornisce il segnale di prezzo, il CfD stabilizza i ricavi e la garanzia pubblica riduce il rischio controparte.
Una combinazione che potrebbe risultare particolarmente rilevante per progetti Smr dedicati a poli industriali energivori.
In questo senso la memoria richiama inoltre gli accordi tripartiti introdotti dalla Commissione europea nell’Action for Affordable Energy, che coinvolgono settore pubblico, produttori di energia decarbonizzata e industrie ad alto consumo energetico.
Ipotesi estensione delle Garanzie d’origine
Spunta poi l’ipotesi di includere l’energia nucleare tra le fonti idonee ai fini delle green conditionalities previste per le imprese energivore.
Il passaggio chiave è l’eventuale estensione delle Garanzie d’origine anche all’atomo. Ciò consentirebbe alle imprese di utilizzare energia nucleare per soddisfare la quota “carbon free” richiesta e integrare diverse fonti pulite nelle strategie di decarbonizzazione industriale, non tenendo però conto del fatto che la filiera dell’atomo sia particolarmente emissiva (L’energia nucleare è davvero carbon-free?).
Autoconsumo a distanza
Tra le configurazioni ipotizzate figura anche l’autoconsumo “a distanza”, che permetterebbe di condividere virtualmente l’energia prodotta da impianti nucleari con clienti finali situati altrove.
In tal caso, il beneficio consisterebbe secondo il Gse nel rimborso di alcune componenti tariffarie sull’energia autoconsumata (trasporto e distribuzione), replicando schemi già noti nel mondo Fer.
Infine, il Gestore dichiara la propria disponibilità a mettere a disposizione le competenze maturate con la piattaforma per le aree idonee, nata per supportare l’individuazione di siti per impianti rinnovabili, come possibile base informativa anche per la localizzazione degli impianti nucleari.
L’idea è di sfruttare strumenti digitali e banche dati già esistenti per ridurre i tempi autorizzativi, aumentare trasparenza e interoperabilità e supportare le amministrazioni territoriali nella pianificazione.
Tra le tante criticità legate al ritorno del nucleare in Italia, infatti, c’è anche il fenomeno Nimby, che spinge le comunità locali ad opporsi fortemente alla costruzione di centrali o siti di stoccaggio delle scorie in prossimità delle proprie abitazioni.
I prossimi passi
Le commissioni VIII e X della Camera concluderanno le audizioni sul ddl la prossima settimana.
Agli inizi di marzo, poi, il presidente della commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli (Lega) e i deputati Christian Di Sanzo (Pd) e Luca Squeri (Fi) andranno in Canada per osservare da vicino il progetto BWRX-300 di General Electric Hitachi in Ontario, che dovrebbe diventare il primo Smr operativo in occidente, con l’inizio della produzione atteso alla fine del 2030.
La sorte toccata agli altri tre Smr in funzione, soprattutto dal punto di vista dei costi, non rappresenta un esempio incoraggiante. In Cina, lo Shidao Bay 1 è risultato più costoso del 200% quando è entrato in funzione 16 anni dopo il suo annuncio iniziale, mentre i due piccoli reattori galleggianti russi (Akademik Lomonosov 1 e 2) hanno superato il 300% del costo previsto inizialmente.
- Memoria Gse (pdf)



























