Mosca resta al centro della filiera nucleare europea

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Nel 2024 l’Ue ha importato 438 tonnellate di combustibile da Mosca. Nessuna sanzione sul nucleare, mentre gli Stati Uniti hanno vietato l’uranio russo.

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L’Europa continua a dipendere in misura rilevante dall’ecosistema nucleare russo, soprattutto per i servizi legati alla filiera del combustibile: conversione, arricchimento e fabbricazione degli elementi per i reattori di progettazione sovietica.

È quanto emerge dal rapporto “The World Nuclear Industry Status Report 2025″, compilato da analisti indipendenti e coordinato da Mycle Schneider Consulting.

Il punto più delicato è rappresentato dai reattori Vodo-Vodianoï Energuetitcheski Reaktor (reattori ad acqua in pressione, VVER), diffusi in Europa centrale e orientale, progettati per funzionare con combustibile russo. Nei Paesi dell’Unione europea più Ucraina ce ne sono complessivamente 34, tutti, storicamente, riforniti da TVEL, la divisione combustibili della società statale russa Rosatom.

Nel 2024, le importazioni di elementi di combustibile dalla Russia sono scese a 438 tonnellate, rispetto alle 573 del 2023, e in aumento rispetto alle 314 del 2022 (Il nucleare mondiale rallenta, le rinnovabili corrono).

Il calo dell’anno scorso non riflette una diminuzione strutturale dalla dipendenza, ma piuttosto una fase di assestamento: dopo gli acquisti eccezionali del 2023 per creare scorte di sicurezza, le aziende europee stanno iniziando a testare forniture alternative. Tuttavia, finché la sostituzione completa del combustibile non sarà certificata per ogni reattore, la continuità operativa resta legata, almeno in parte, alla filiera russa.

A Bruxelles, la Commissione europea ha presentato una “tabella di marcia per la fine delle importazioni energetiche dalla Russia”, ma il nucleare continua a rimanere escluso da qualsiasi pacchetto di sanzioni.

Diverso il caso degli Stati Uniti, che nel maggio 2024 hanno vietato l’importazione di uranio russo, pur lasciando alcune deroghe temporanee fino al 2028 per evitare carenze di offerta.

Una catena di fornitura difficile da sostituire

Il peso della Russia nella filiera globale del combustibile nucleare resta notevole. Secondo l’Associazione Mondiale Nucleare (WNA), nel 2022, Mosca deteneva circa il 20% della capacità mondiale di conversione dell’uranio e il 44% della capacità di arricchimento. In altre parole, quasi la metà del materiale fissile disponibile a livello globale passava attraverso impianti russi.

Negli ultimi due anni, l’Unione europea ha ridotto le sue importazioni da Mosca, ma non ha ancora eliminato del tutto questa dipendenza. Secondo l’Agenzia di approvvigionamento dell’Euratom (ESA), la quota russa nel mercato europeo nel 2024 restava compresa tra il 16% e il 24%, a seconda della fase della catena del combustibile: uranio naturale, conversione o arricchimento, come mostra l’illustrazione, tratta dal rapporto, con unità espresse in migliaia di tonnellate di uranio (ktU) e migliaia di tonnellate di unità di lavoro di separazione (ktSWU).

La Separative Work Unit (SWU) o unità di lavoro di separazione è la misura utilizzata per quantificare il lavoro necessario ad arricchire l’uranio naturale.

Da notare che, secondo la stessa ESA, anche senza il contributo russo, la capacità industriale europea di conversione e arricchimento sarebbe teoricamente sufficiente a soddisfare la domanda interna, ma con un margine di sicurezza ridotto

La perdita dei flussi provenienti da Mosca lascerebbe infatti un deficit compreso tra 3.500 e 8.000 SWU. Per compensare questo divario, i produttori occidentali Urenco e Orano hanno avviato piani di espansione per circa 4.300 SWU, con l’obiettivo di rendere l’Europa meno vulnerabile entro la fine del decennio.

Reattori VVER e diversificazione dei fornitori

La questione dei reattori VVER è il cuore del problema. Cinque Paesi dell’Unione: Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria e Slovacchia, possiedono 19 reattori di questo tipo, ai quali se ne aggiungono 15 in Ucraina.

Queste centrali forniscono tra il 40% e il 60% della produzione elettrica nazionale nei rispettivi Paesi, e finora hanno utilizzato esclusivamente combustibile progettato da TVEL.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, tutti gli operatori europei e ucraini hanno avviato accordi di diversificazione. Il principale nuovo fornitore è la statunitense Westinghouse, che ha adattato il proprio design alle specifiche dei reattori VVER. La sostituzione, tuttavia, non è immediata: ogni passaggio richiede test, certificazioni e approvazioni regolatorie per garantire la compatibilità con le caratteristiche di sicurezza e di rendimento dei reattori.

Nel 2024 e 2025, i primi elementi di combustibile alternativi sono entrati in servizio nei reattori bulgari di Kozloduy e in quelli cechi di Temelín, mentre la Finlandia ha programmato carichi di prova per i suoi reattori di Loviisa.

Alcuni operatori mantengono intanto contratti di fornitura con Rosatom per garantire continuità e creare scorte di emergenza. È un equilibrio temporaneo tra autonomia e prudenza, necessario finché la produzione europea non sarà in grado di coprire pienamente il fabbisogno, secondo il rapporto, scaricabile dal link in fondo a questo articolo.

Il caso Lingen e il progetto europeo SAVE

Per accelerare la sostituzione del combustibile russo, la società francese Framatome ha tentato di riconvertire il proprio stabilimento tedesco di Lingen, in Bassa Sassonia, per produrre elementi destinati ai reattori VVER. Il progetto, sviluppato inizialmente in collaborazione con TVEL nel 2021, ha però incontrato forti opposizioni politiche e ambientali.

Nel 2024, oltre undicimila cittadini e associazioni hanno presentato osservazioni durante la consultazione pubblica, e il ministero regionale dell’Ambiente non ha ancora autorizzato l’avvio della produzione.

Framatome ha proseguito con l’installazione di alcuni macchinari in un sito separato, ma la decisione finale resta sospesa. La questione non riguarda solo la Germania: senza la capacità produttiva di Lingen, la società francese rischia di non poter rispettare alcuni contratti già firmati con Repubblica Ceca e Bulgaria.

Parallelamente, Framatome guida anche il programma europeo SAVE o Safe and Alternative VVER European Fuel (Combustibile europeo VVER sicuro e alternativo), finanziato dall’Ue e attivo dal 2024 al 2028. Il progetto coinvolge 17 partner industriali e di ricerca di diversi Paesi europei e dell’Ucraina, con l’obiettivo di sviluppare entro la fine del decennio un combustibile interamente europeo per i reattori VVER.

Una dipendenza reciproca

Il rapporto osserva che la dipendenza non è unidirezionale. Rosatom, pur mantenendo un ruolo dominante, continua a utilizzare componenti, servizi e tecnologie provenienti da fornitori occidentali, in particolare nei sistemi di strumentazione e controllo.

Questo intreccio industriale ha finora protetto l’azienda russa dalle sanzioni europee, poiché la sostituzione immediata di tali componenti sarebbe complessa e costosa.

Anche i progetti internazionali di Rosatom, come quelli in Turchia, India o Bangladesh, hanno continuato ad avanzare, sebbene con ritardi e difficoltà dovuti alle restrizioni commerciali. L’unica cancellazione significativa è quella della centrale finlandese di Hanhikivi-1, decisa dal committente dopo l’invasione dell’Ucraina.

Sul piano politico, l’Unione europea ha approvato diciassette pacchetti di sanzioni contro la Russia, ma nessuno ha finora incluso il nucleare. Secondo la “roadmap” della Commissione, un eventuale intervento futuro potrebbe concentrarsi sui nuovi contratti, lasciando intatti quelli in essere per non compromettere la sicurezza di approvvigionamento.

Alcuni Stati membri, come l’Ungheria e la Slovacchia, hanno già dichiarato che non intendono rinunciare rapidamente ai legami con Rosatom, che fornisce combustibile e servizi di manutenzione alle loro centrali.

Rischi e prospettive per l’Europa

Nel breve periodo, il rischio principale per l’Europa riguarda la continuità operativa dei reattori VVER, che dipendono ancora da forniture o licenze di tecnologia russe. Per ridurre la vulnerabilità, diversi Paesi hanno scelto di accumulare scorte di combustibile e di mantenere contratti paralleli con fornitori russi e occidentali.

Nel medio periodo, gli ampliamenti annunciati da Urenco e Orano dovrebbero ridurre la quota russa nel mercato dell’arricchimento. Tuttavia, questi piani richiederanno anni per andare a regime e implicano investimenti consistenti.

Se le nuove capacità produttive e i progetti di combustibile europeo raggiungeranno gli obiettivi previsti, la dipendenza potrà scendere in modo significativo entro il prossimo decennio.

Nel lungo periodo, la vera indipendenza passa per una filiera completa, dal minerale di uranio fino alla fabbricazione degli elementi di combustibile. La traiettoria descritta nel rapporto mostra che l’Europa ha avviato il processo di diversificazione, ma che le interdipendenze con la Russia nel settore nucleare restano profonde e politicamente divisive.

È un equilibrio instabile, in cui la sicurezza energetica si intreccia con la diplomazia e con la necessità di mantenere, almeno temporaneamente, una cooperazione tecnica con Mosca.

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