Il progetto nuclearista della maggioranza di governo italiana punta a rilanciare una filiera industriale e una fonte programmabile a basse emissioni, ma si scontra con obiezioni puntuali su tempi di realizzazione, costi, gestione delle scorie, compatibilità del nucleare con il territorio e scadenze climatiche.
È quanto emerge dalle audizioni tenute da una serie di parti interessate e osservatori, a beneficio delle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera a inizio mese, che il 10 dicembre avrebbe dovuto votare l’indagine conoscitiva relativa alla delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile (N. 2669 – pdf).
La presidenza delle commissioni ha però rinviato il voto sul documento conclusivo dell’indagine perché Alleanza, verdi e sinistra (AVS), con Angelo Bonelli e Francesca Ghirra, ha presentato un testo alternativo con dieci osservazioni molto critiche, in particolare sull’idea che si possano costruire nuove centrali in tempo utile per la decarbonizzazione, definita “una pura illusione”.
Bonelli ha accusato il governo Meloni di usare il nucleare, come prima il gas, per mantenere alte le bollette a vantaggio delle grandi società energetiche e critica anche il bonus energia da 55 euro, ricordando i 70 miliardi di extraprofitti non tassati. Il voto è stato rinviato presumibilmente alla settimana prossima (Ddl nucleare alla Camera: esami che partono, incognite che restano).
La bozza del documento d’indagine conclusivo (link in basso), precedente ai punti di AVS, ha raccolto intanto molte voci in un unico documento. Molto più difficile, se non impossibile, far emergere da tale indagine una conclusione univoca, o almeno una sintesi praticabile, dalle istanze contrapposte in essa raccolte.
Filiera industriale e fonte programmabile
La maggioranza di governo presenta il nucleare come un investimento strategico sulla lunga distanza. Il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, insiste sull’idea che l’Italia sia in “posizione privilegiata” nello sviluppo di reattori avanzati raffreddati a piombo, tecnologie di IV generazione che in prospettiva dovrebbero ridurre la quantità e la durata delle scorie ad alta attività, fino ad attenuare il bisogno di un deposito geologico profondo.
Sul fronte industriale, l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Daniela Gentile, sottolinea che 18 Paesi europei stanno già sviluppando o ampliando programmi nucleari, inclusi i piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors o SMR). L’avanzamento di questi programmi oltreconfine viene letto come un treno da non perdere per l’Italia: se la catena di fornitura europea si consolidasse senza imprese italiane, il nostro Paese potrebbe vedersi escluso da un settore ad alta intensità tecnologica.
La tesi di fondo sposata dal governo e ribadita da diversi sostenitori tra cui la startup Newcleo, è che il nucleare non sia solo una tecnologia di generazione, ma anche un tassello di politica industriale e anche di sicurezza energetica. La ritengono, infatti, una fonte programmabile e “di casa nostra”, da contrapporre a filiere rinnovabili e di accumulo che, secondo Ansaldo Nucleare e diversi esponenti governativi, dipendono oggi in larga parte dalla manifattura asiatica.
Italia presente a valle, ma assente a monte
La filiera italiana, in realtà, esiste, ma riguarda soprattutto componenti e servizi ad alto contenuto ingegneristico a valle della catena del valore, mentre il cuore del ciclo, cioè uranio, arricchimento, parte della tecnologia dei reattori, resta legato a fornitori e infrastrutture estere.
La stessa bozza ricorda che le principali aree di estrazione si trovano in Paesi come Kazakhstan, Namibia, Niger, Russia, oltre ad Australia e Canada, con il rischio di ricreare una nuova dipendenza dalle importazioni, strutturalmente non molto diversa da quella che oggi riguarda gas e petrolio, come evidenziato dal portavoce del Comitato Nucleare e Ragione.
Organizzazioni verdi, tra cui WWF Italia e Kyoto Club, descrivono come severo l’impatto ambientale e sociale dell’estrazione dell’uranio, in particolare in Africa e in Asia, con contaminazione delle acque e dei suoli, conflitti sull’uso del territorio, fino a casi di sfruttamento del lavoro minorile.
Anche lo sviluppo di capacità europea di arricchimento, indicato come possibile risposta industriale da Ansaldo Nucleare e Newcleo, resterebbe comunque una soluzione sovranazionale, non nazionale, e richiederebbe ingenti investimenti e scelte politiche non ancora compiute.
Obiettivi climatici contro cronoprogrammi reali
Quando questa visione viene confrontata con le scadenze climatiche italiane, la narrazione nucleare regge ancora meno.
Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), ha ricordato che il sistema elettrico italiano dovrà essere sostanzialmente decarbonizzato entro il 2040, osservando che i reattori di nuova generazione oggi evocati dalla maggioranza difficilmente potrebbero entrare in esercizio prima di 15 o 20 anni.
Lo stesso documento conclusivo segnala che i programmi più avanzati nel mondo restano concentrati in paesi come Cina e Russia, mentre in Europa prevale l’estensione della vita degli impianti esistenti rispetto alla costruzione di grandi numeri di nuovi reattori.
I sostenitori del nucleare non contestano direttamente questi tempi, ma li spostano su un altro orizzonte: il nucleare non viene più presentato come risposta immediata alla crisi climatica, bensì come infrastruttura per una fase successiva, nella quale la domanda di elettricità per centri dati, idrogeno verde e nuovi usi industriali potrebbe richiedere ulteriore capacità programmabile.
Opex stabili, ma Capex e tempi incontrollati
Un altro pilastro della posizione pro-nucleare è la promessa di stabilità dei costi operativi di lungo termine.
Nelle audizioni viene ricordato che, una volta costruiti, gli impianti nucleari presentano costi di gestione relativamente bassi e riducono l’esposizione alla volatilità dei combustibili fossili.
Da parte loro, vari economisti non mettono in discussione il profilo dei costi operativi, bensì il ciclo finanziario complessivo. Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni, ricorda che il costo medio dell’energia nucleare è dominato dall’investimento iniziale e dai tempi di costruzione: grossi ritardi e vasti incrementi dei costi di cantiere, come nei casi di Hinkley Point C nel Regno Unito, di Flamanville in Francia e Olkiluoto in Finlandia, si traducono in un forte aumento del rischio finanziario e in tariffe elevate a carico degli utenti per garantire il rientro dell’investimento.
Il paradosso è che la stabilità dei costi di cui parla il fronte favorevole all’atomo si materializza solo a cantiere chiuso e capitale ammortizzato; ma il percorso che porta a quel punto, in Europa, è sempre più lungo e costoso. Le audizioni mostrano quindi una frattura tra la “convenienza teorica” del kWh nucleare e la “convenienza realizzata” quando si includono tempi reali, interessi e rischi di progetto.
Da parte sua, la responsabile energia di Legambiente, Katiuscia Eroe, ha evidenziato che nel 2023 in Europa il costo di generazione dell’elettricità generata da nuove centrali nucleari si attestava intorno a 170 $/MWh, a fronte dei 50 $/MWh del fotovoltaico e dei 60 $/MWh dell’eolico terrestre, in base ai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia.
SMR e fusione nucleare ancora più lontani
A queste criticità si aggiunge l’ancora maggiore incertezza su piccoli reattori modulari e fusione.
Diversi soggetti industriali e una parte del Governo presentano gli SMR come soluzione concreta già nel prossimo decennio e come tassello della transizione energetica; le valutazioni di ricercatori, associazioni ambientaliste e una parte degli economisti ne mettono però in dubbio la reale tempistica, i costi e la capacità di contribuire agli obiettivi climatici 2030-2040.
Nelle audizioni è stato evidenziato che gli SMR non hanno ancora dimostrato una riduzione effettiva dei costi: il vantaggio teorico della modularità si scontra con un ciclo autorizzativo e di certificazione più complesso e con costi per kW che oggi risultano, nei progetti pilota, superiori ai grandi impianti.
Il direttore scientifico del Kyoto Club, Gianni Silvestrini, ha sottolineato che l’unico SMR operativo in Occidente, il modello NuScale negli Usa, è stato sospeso commercialmente perché troppo costoso rispetto alle stime iniziali.
Dal punto di vista scientifico, diverse audizioni hanno evidenziato che la ricerca italiana partecipa a programmi internazionali di alto profilo sulla fusione nucleare, come ITER e EUROfusion, con gruppi di ricerca nelle università e in ENEA.
Tuttavia, la fusione è unanimemente descritta come un orizzonte post-2050. Nessuna ha presentato questa tecnologia come rilevante per la transizione in corso, ma come ambito scientifico da presidiare per non perdere competenze strategiche (Nuovo nucleare in Italia: non prima del 2050 e tante incognite).
Sicurezza ed emissioni: punti a favore
Le audizioni hanno offerto dati solidi a favore del nucleare su due fronti: sicurezza radiologica ed emissioni climalteranti.
Andrea Malizia, docente all’Università di Roma Tor Vergata, cita le reti istituzionali di monitoraggio della radioattività ambientale in Europa, mostrando come i livelli di dose misurati in prossimità di impianti nucleari non risultino superiori a quelli di aree prive di centrali, rimanendo entro i limiti previsti dalla normativa italiana.
Sul versante climatico, Walter Ambrosini, professore di impianti nucleari all’Università di Pisa, mette a confronto l’intensità di emissioni di gas serra per kWh in vari Paesi europei: la Francia, grazie al suo parco nucleare, mostra valori mediamente più bassi e una minore variabilità rispetto a Germania e Italia, dove le emissioni aumentano nelle ore in cui le rinnovabili non coprono la domanda e occorre ricorrere a carbone o gas, in assenza di batterie di rete.
La narrativa nucleare non risolve scorie e territori
Sulle scorie, gli scenari più ottimistici richiamati da sostenitori del nucleare come Newcleo, tendono a spostare il baricentro sulla promessa delle tecnologie future: i reattori avanzati potrebbero “bruciare” parte del materiale ad alta attività, riducendo tempi e volumi da collocare in depositi di lungo termine.
Gli interventi critici, invece, insistono sui vincoli fisici e territoriali. Angelo Tartaglia, già professore al Politecnico di Torino, ha ricordato che i prodotti della fissione comprendono decine di isotopi, con emivite molto diverse; anche nelle ipotesi più ottimistiche di trattamento e trasmutazione, si parla comunque di secoli di gestione, non di anni.
Armaroli aggiunge un elemento tutto italiano: circa il 95% del territorio nazionale è esposto a rischio idrogeologico; a questo si sommano vulnerabilità sismiche e vincoli paesaggistici, oltre all’esigenza idrica di impianti che utilizzano l’acqua per il raffreddamento. Il problema non è solo “dove mettere un reattore”, ma dove posizionare depositi di rifiuti radioattivi in un Paese che fatica ancora a individuare un sito per il deposito nazionale delle scorie esistenti.
Una (difficile) sintesi: ricerca, filiera e trasparenza senza scorciatoie
Dentro questo quadro, l’unico terreno su cui sembra possibile un compromesso allargato a tutte le forze politiche, per quanto improbabile, è quello della ricerca e del ruolo industriale senza scorciatoie comunicative.
Le audizioni mostrano che in Italia esistono competenze elevate nell’ingegneria nucleare avanzata, nelle università, negli enti pubblici e in alcune imprese specializzate, già oggi coinvolte in progetti internazionali di IV generazione e fusione.
Per il sistema Paese, sostenere queste filiere di ricerca e sviluppo può avere senso anche da una prospettiva critica verso l’installazione di nuove centrali: significa partecipare all’evoluzione tecnologica, mantenere competenze e posti di lavoro qualificati, contribuire alla definizione di standard di sicurezza più severi, senza forzare la mano su tempi e modi di ritorno al nucleare in Italia, che rimane molto difficile.
Questa prospettiva è coerente sia con le posizioni di aziende favorevoli come Ansaldo Nucleare e Newcleo, che con quelle dei critici, che pur contestando la fattibilità industriale immediata, hanno riconosciuto la solidità delle competenze italiane nella ricerca e nella progettazione.
Le evidenze raccolte suggeriscono, però, che confondere la legittima ambizione di restare presenti nei programmi scientifici e industriali internazionali sul nucleare e la scelta politica di impegnare il Paese in un programma di nuove centrali rischia di essere fuorviante.
Presentare la ricerca e l’interesse nei segmenti a valle della filiera come anticamera inevitabile di nuovi impianti in Italia non è una strategia pragmatica e lungimirante per l’Italia, in un contesto territoriale fragile e con scadenze climatiche ormai ravvicinate.
Un approccio più coerente con le analisi di ricercatori, economisti e tecnici dovrebbe invece riconoscere che la via più responsabile passa per il rafforzamento delle rinnovabili, dell’efficienza energetica, dei sistemi di accumulo e delle reti, mantenendo sul nucleare un impegno di lungo periodo concentrato soprattutto su ricerca, innovazione e cooperazione internazionale, senza promettere ciò che il tempo, i costi e il territorio italiano non consentono di realizzare efficacemente.
- L’indagine conoscitiva (pdf)



























