Prosegue il giro di consultazioni alla Camera dei Deputati sul piano del governo per il ritorno del nucleare in Italia.
Dopo che la scorsa settimana erano emerse, tra diversi aspetti considerati, alcune criticità giuridiche sollevate dalla professoressa ordinaria di Diritto amministrativo presso il Politecnico di Milano, Maria Agostina Cabiddu, che aveva evidenziato come il legislatore non possa ignorare l’esito dei referendum del 1987 e del 2011, ora è il turno di aziende e associazioni.
Le ipotesi CfD e Ipcei
Di fronte alle commissioni Ambiente e Attività produttive di Montecitorio, Lorenzo Mottura, direttore “Strategia, sviluppo corporate e innovazione” di Edison, ha sostenuto che andrebbero definiti strumenti diversificati di supporto e riduzione del rischio.
Nello specifico, nella fase di costruzione degli impianti, si suggerisce di optare per finanziamenti agevolati o garanzie per abbattere il costo del capitale e meccanismi di supporto per eventuali extra-costi per la prima serie di impianti, mentre in fase di esercizio propone un meccanismo CfD come per le rinnovabili, per diminuire l’esposizione sul mercato.
Edison, ricordiamo, intende realizzare due Smr, uno entro il 2035 e l’altro entro il 2040, “se ci saranno le condizioni”.
La presidente di Enea, Francesca Mariotti, ha anch’essa parlato di risorse economiche, avanzando invece l’ipotesi di far ricorso agli Ipcei, grandi iniziative industriali e di ricerca sostenute dall’Unione europea per sviluppare filiere strategiche, superando i normali limiti sugli aiuti di Stato.
In tema di incentivi già il ddl spiega come per il nucleare “potranno essere definite e disciplinate eventuali modalità di sostegno”, che affianchino la “fondamentale” iniziativa economica privata, “sia per la ricerca che per la produzione”.
Inoltre, durante un’audizione alla Camera dello scorso 5 febbraio, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, ha dichiarato che dopo aver varato lo strumento di valutazione del costo della produzione di energia da nucleare lo Stato valuterà “se, ed eventualmente di quanto, integrare la tariffa, allo stesso modo di quanto sta facendo con fotovoltaico o l’eolico, per creare il maggior vantaggio possibile al Paese”.
Eni: “Aprire alla fusione”
Giovanbattista Patalano, responsabile dell’attività di sviluppo dei progetti in Europa di Laurentis Energy Partner, ha invece ha sottolineato l’importanza di concentrarsi su tecnologie già disponibili, come quelle di terza generazione (3 e 3+), che “sono già operative in Paesi occidentali con standard di sicurezza tra i più elevati al mondo”, mentre quelle “di quarta generazione o a fusione sono certamente promettenti, ma rimangono soluzioni ancora non industrialmente disponibili”.
Di avviso contrario è l’Eni, che ha chiesto una modifica alla legge delega, invocando alcune integrazioni che incorporino anche la tecnologia della fusione, sulla quale è attivamente impegnata.
“Vanno ricomprese nel ddl tutti gli elementi della filiera, dalla sperimentazione alla localizzazione, fino alla costruzione”, ha spiegato in audizione Francesca Ferrazza, responsabile dell’unità “Magnetic fusion initiatives” dell’azienda.
Eni si sta concentrando in particolare sulla tecnologia a confinamento magnetico, che usa potenti magneti per tenere confinati i gas di deuterio e di trizio, che è considerata la soluzione “più vicina a dimostrare che il processo può generare più energia di quella che consuma” e che ha maggiore possibilità di arrivare al mercato.
Ma con costi che sono “ancora elevati”, non essendoci una filiera sviluppata, per stessa ammissione di Ferrazza, e con tempistiche che in Italia vedrebbero le prime centrali operative “alla fine degli anni 30”, verosimilmente quindi tra circa 15 anni.
Sui depositi per le scorie, infine, rilevante quanto detto da Gianluca Artizzu, ad di Sogin, incaricata del decommissioning degli impianti nucleari: “Il deposito nucleare si farà: noi siamo pronti da 11 anni a partire. Il processo è ben instradato su binari solidi, si sta lavorando alacremente alla commissione Via-Vas, al Mase, all’Isin e alla Sogin”.
Un processo, ha aggiunto, “che porterà con realismo al 2029 all’apertura del cantiere e al 2039 alla consegna del deposito”.
Critiche delle associazioni
Il Coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed Efficienza energetica) ha approfittato della convocazione a Montecitorio per esprimere forti perplessità sulla solidità delle basi economiche, tecnologiche e strategiche dietro la scelta di avviare un nuovo programma nucleare nel nostro Paese.
In particolare è stato evidenziato come il Pniec motivi l’opzione nucleare esclusivamente sulla base di una presunta maggiore economicità dello scenario con nucleare, stimata in circa 17 miliardi di euro rispetto a uno scenario 100% rinnovabile al 2050. Tuttavia, allo stato attuale, questa maggiore convenienza economica “non risulta supportata da dati oggettivi e verificabili”, spiega l’associazione in una nota.
Il Pniec, infatti, fonda questa valutazione principalmente sullo sviluppo degli Smr (Small modular reactor), una tecnologia che oggi non esiste su scala industriale (Nuovo nucleare in Italia: non prima del 2050 e tante incognite). In assenza di dati verificabili i costi di investimento, esercizio, gestione del combustibile e smantellamento non sono valutabili con attendibilità sufficiente.
Anche la rete “100% Rinnovabili Network” ha fatto i conti. Negli Stati Uniti, il progetto NuScale (il più avanzato) presenta stime di produzione dell’energia tra 250 e 354 $/MWh, valori “del tutto fuori mercato”.
Se si considerano gli unici tre Smr in funzione al mondo e l’unico attualmente in costruzione, si osservano notevoli aumenti di prezzo. In Cina, lo Shidao Bay 1 è risultato più costoso del 200% quando è entrato in funzione 16 anni dopo il suo annuncio iniziale, mentre i due piccoli reattori galleggianti russi hanno superato il 300% del costo previsto inizialmente.
Sulla stessa linea anche l’opinione del direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini, anch’egli audito alla Camera. Di fronte ai parlamentari ha evidenziato come invece le fonti rinnovabili, insieme all’efficienza energetica e ai sistemi di accumulo, rappresentino oggi le soluzioni più rapide ed efficaci per accelerare la decarbonizzazione e rafforzare la sicurezza energetica del Paese.
Dov’è la “sicurezza energetica”?
Un ulteriore elemento critico riguarda la sicurezza energetica. IL Coordinamento Free ha richiamato un recente studio del Politecnico di Milano, secondo il quale l’industria italiana avrebbe le competenze per contribuire alla costruzione di una centrale nucleare, ma non disporrebbe delle capacità industriali per produrre il combustibile nucleare necessario al funzionamento.
Questo aspetto entra in contrasto con uno degli obiettivi qualificanti della legge delega, ossia il rafforzamento della sicurezza energetica nazionale, visto che l’Italia rimarrebbe strutturalmente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento del combustibile.
Infine, Free ha sottolineato come il nucleare sia una tecnologia di baseload, adatta cioè a contesti in cui è necessario sostituire grandi quote di produzione elettrica e costante, principalmente prodotte ancora con carbone, come avviene oggi in Paesi come, ad esempio, Cina e India.
Questa impostazione risulta invece “poco coerente” con il sistema elettrico italiano ed europeo, dove la produzione da fonti rinnovabili ha già raggiunto livelli elevati e tali da non aver più bisogno di una generazione di baseload.



























