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La Spagna punta sulle rinnovabili: chiuderà tutte le centrali nucleari entro il 2035

Il governo spagnolo conferma il phase out dell'energia atomica e rilancia un piano per le rinnovabili nel Paese.

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Entro undici anni in Spagna non ci sarà più alcuna centrale nucleare attiva, mentre sono in arrivo nuove misure in favore delle rinnovabili, tra cui agevolazioni per l’autoconsumo e aste con criteri non di prezzo.

Lo ha deciso ieri, 27 dicembre, il Consiglio dei ministri di Madrid, approvando un piano generale per la gestione dei rifiuti radioattivi che prevede l’abbandono graduale – da qui al 2035 – dell’energia nucleare, che attualmente pesa per circa il 20% del mix elettrico spagnolo.

Le misure su Fer e oneri

Nel tradizionale discorso di fine anno, il premier Pedro Sánchez ha anche annunciato l’estensione fino a 8 anni del periodo di elaborazione e presentazione dei nuovi progetti per fonti green, oltre all’introduzione di misure aggiuntive a favore dell’autoconsumo e un sistema di aste Fer non più incentrato sul prezzo.

Con le nuove disposizioni, il 30% del punteggio dei progetti si baserà su criteri come il contributo al valore aggiunto della produzione europea, alla resilienza del sistema e alla sostenibilità ambientale. Le aste avranno inoltre una considerazione maggiore per l’innovazione e l’impatto socioeconomico delle iniziative.

Rilevanti anche le conferme sugli oneri delle tariffe elettriche, che rimarranno per tutto il prossimo anno più bassi di circa il 55% rispetto ai livelli record del 2021.

Contestualmente saranno preservate per almeno altri sei mesi misure come il divieto di interruzione per morosità delle forniture di elettricità, gas e acqua, nate a tutela dei consumatori vulnerabili. Con la stessa scadenza è stata confermata anche la riduzione dell’80% delle tariffe di trasporto per gli energivori.

L’abbandono del nucleare

Tornando al provvedimento che riguarda l’energia atomica, tema che ha a lungo diviso il Paese, la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento degli impianti (la cui chiusura inizierà nel 2027) costerà circa 20,2 miliardi di euro.

Somma che corrisponde alle spese previste nella gestione dei rifiuti per il periodo compreso tra il 2024 e il 2100 e che sarà pagata – ha affermato il governo di Madrid – da un fondo sostenuto dagli stessi gestori delle centrali.

Attualmente in Spagna ci sono sette reattori operativi, distribuiti in cinque centrali nucleari, che soddisfano circa il 20% del fabbisogno elettrico spagnolo. Due sono in funzione nello stabilimento Almaraz di Cáceres e in quello di Ascó (Tarragona). Gli altri tre impianti in esercizio sono a Cofrentes (Valencia), Vandellós (Tarragona) e Trillo (Guadalajara).

Si tratta di impianti messi in funzione nella seconda metà degli anni Ottanta e pensati per restare attivi per 40 anni. Ci sono anche due impianti in fase di smantellamento: José Cabrera e Santa María de Garoña.

Per lungo tempo le sorti delle centrali nucleari spagnole sono rimaste subordinate all’esito politico delle ultime elezioni di luglio. In campagna elettorale il Partito Popolare (PP) conservatore, ora all’opposizione, aveva chiesto una proroga allo smantellamento degli impianti.

Secondo diversi analisti mantenere i reattori accesi avrebbe però scoraggiato gli investimenti nelle energie rinnovabili. La lobby di difesa dell’atomo “Foro Nuclear” ha stimato che sarebbero serviti 4 miliardi di euro in venti anni solo per mantenere in funzione gli impianti.

Secondo Maria del Mar Rubio Varas, economista energetica dell’Università Pubblica di Navarra citata dall’agenzia Euractiv, il nucleare difficilmente avrebbe potuto competere con le energie rinnovabili in termini di prezzo a causa dei suoi costi elevati.

Anche uno dei principali gruppi di pressione economici spagnoli, “Circulo de Empresarios”, una lobby di 230 leader aziendali e top manager, chiedeva di tenere in vita le centrali.

Puntare sulle rinnovabili

Il nuovo governo di Pedro Sánchez ha deciso diversamente, scegliendo di concentrare sulle rinnovabili gli sforzi che altri avrebbero destinato all’atomo. E decidendo di puntare su un settore che nel Paese sta già prosperando.

Secondo un report di Ember, ad aprile 2023 la Spagna aveva prodotto quasi la metà (46%) della sua elettricità grazie ad eolico e fotovoltaico. In particolare in quel mese quest’ultimo aveva fatto registrare il record assoluto di generazione, 4,2 TWh, pari 22% della produzione complessiva mensile.

Nel nuovo Pniec varato da Madrid alla fine di giugno per opera dell’allora governo dimissionario Sánchez-bis il Paese aveva annunciato inoltre l’intenzione di raggiungere 76 GW cumulativi di FV a fine 2030.

Contando che al momento del varo la potenza solare installata ammontava a circa 21 GW, secondo i dati del gestore della rete, Red Eléctrica Españaquesto implicava che la Spagna avrebbe dovuto realizzare in media quasi 7 GW di impianti fotovoltaici ogni anno in otto anni, come ha fatto nel 2022.

L’approvazione del piano sul nucleare traccia una direzione dalla quale difficilmente si tornerà indietro, dopo aver finalmente ha chiarito la questione spinosa della destinazione delle scorie più pericolose, essenziale per poter procedere alla chiusura degli impianti nel Paese.

Le tappe per chiudere con l’atomo

Per arrivare al completo phase out del nucleare, questo è il programma per il fermo delle centrali: Almaraz I (2027), Almaraz II (2028), Ascó I e Cofrentes (2030), Ascó II (2032), Vandellós e Trillo (2035).

Secondo il piano presentato dal governo, le scorie ad attività molto bassa, bassa e media verranno stoccate a El Cabril, in un magazzino situato nella provincia di Córdoba, che verrà ampliato per l’occasione.

Il problema riguarda quelle ad alta attività, che dovranno essere conservate in sette depositi temporanei, di cui cinque ancora da costruire vicino alle centrali che al momento sono ancora attive e due accanto a quelle di Santa María de Garoña e José Cabrera.

Il governo di Madrid prevede anche di individuare entro massimo 50 anni un sito in cui le scorie nucleari potranno essere depositate in via definitiva.

Inizialmente era stato scelto quello di Villar de Cañas, nella comunità autonoma di Castiglia-La Mancia: successivamente però è stato ritenuto non idoneo e nessuna delle comunità autonome locali si è offerta volontaria per rimpiazzarlo, costringendo l’esecutivo a optare per la soluzione dei sette magazzini temporanei.

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