Con i nuovi sospetti su FCA è l’alba di un altro dieselgate?

Perquisite sedi di Fiat-Chrysler in Italia, Germania e Svizzera, su richiesta della procura tedesca e grazie al coordinamento di Eurojust. Nel mirino c'è l'uso di dispositivi illegali su oltre 200.000 veicoli.

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Potrebbe comparire un nuovo dieselgate all’orizzonte, dopo quello scoppiato nel 2015 a carico di Volkswagen e tuttora aperto fra multe, risarcimenti e ipotesi di altre cause legali nei paesi Ue.

Stavolta al centro del mirino c’è Fiat-Chrysler per una sospetta frode in commercio su cui stanno indagando le autorità giudiziarie tedesche, grazie anche al coordinamento di Eurojust (l’agenzia europea per la cooperazione giudiziaria).

Quest’ultima spiega in una nota che la procura di Francoforte sta cercando di fare luce sul possibile utilizzo di software truccati su oltre 200.000 veicoli diesel prodotti da una casa automobilistica internazionale; Eurojust non cita il nome della casa coinvolta, ma si tratta come riportano le agenzie di stampa di FCA, che in un breve comunicato ha poi confermato la presenza degli inquirenti in alcune sue sedi, su richiesta dei magistrati in Germania.

Il sospetto è che FCA abbia installato su migliaia di motori diesel quei “defeat devices” all’origine del primo dieselgate del gruppo Volkswagen: dispositivi illegali che permettono di alterare determinati parametri per il funzionamento dei motori, in modo da falsare i risultati dei test in laboratorio sulle emissioni inquinanti delle vetture, facendo diventare le auto più “pulite” di quanto siano in condizioni reali di guida.

Ecco perché gli inquirenti si sono recati in diversi uffici di FCA tra Germania, Svizzera e Italia.

Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, la Guardia di Finanza è stata a Mirafiori, al Lingotto e al centro ricerche di Orbassano per raccogliere dati e documenti.

Ricordiamo poi che nel 2019 FCA aveva accettato di pagare 800 milioni di dollari per chiudere l’inchiesta americana dell’agenzia per la protezione ambientale (EPA: Environmental Protection Agency): la vicenda era partita nel 2017 con l’accusa di aver montato sui motori diesel dispositivi non conformi per alterare i test.

Per quanto riguarda Volkswagen, invece, ricordiamo che lo scorso maggio una sentenza della Corte federale di giustizia di Karlsruhe ha stabilito che chi ha comprato automobili truccate, le può restituire e chiedere al colosso di Wolsburg il rimborso del prezzo d’acquisto del veicolo (tenendo conto della perdita di valore in base ai km percorsi fino a quel momento).

A finire sotto accusa nel dieselgate, spiegava una nota della Corte federale, erano state le procedure utilizzate da Volkswagen per falsificare i risultati dei test sui banchi di prova del Nuovo ciclo di guida europeo (NEDC: New European Driving Cycle).

In sostanza, durante le prove, il software modificava la modalità per il ricircolo dei gas di scarico in modo da abbassare le emissioni di ossido di azoto rispetto ai valori standard in condizioni reali di guida; così l’auto riusciva a rispettare le norme europee sui valori-limite di emissioni.

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