Emissioni auto, i costruttori sul piede di guerra contro la Ue

L'Acea chiede di ammorbidire ancora gli obiettivi per la riduzione della CO2. Ciò ritarderebbe l'uscita di modelli elettrici e costerebbe fino a 74 miliardi di euro aggiuntivi di importazioni petrolifere al 2035, secondo le organizzazioni ambientaliste.

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Nel pieno di una crisi energetica causata dal conflitto in Medio Oriente, con i prezzi dei carburanti alle stelle, mentre sempre più governi parlano di “elettrificazione” per ridurre la dipendenza dal petrolio, l’associazione dei costruttori auto europei (Acea) vuole annacquare ancora di più gli obiettivi sulle emissioni dei veicoli.

Le richieste, se accolte da Bruxelles, potrebbero costare fino a 74 miliardi di euro aggiuntivi per le importazioni di oro nero nel periodo 2026-2035, come evidenzia il grafico seguente, assumendo un prezzo del barile pari a 82 euro (valore medio nel 2021-2025)

La stima arriva dall’organizzazione indipendente Transport & Environment (TE), che cita un documento riservato trasmesso lo scorso marzo dall’Acea ai ministri dell’Ambiente dell’Ue. Le case automobilistiche europee, si spiega, chiedono di rimodulare l’obiettivo per la riduzione delle emissioni di CO2 al 2030 su un orizzonte di cinque anni.

Il riferimento normativo è la proposta di modifica del regolamento 2023/851 sugli standard di emissione di CO2 per i veicoli, pubblicata lo scorso dicembre dalla Commissione europea per assecondare le pressioni di governi e costruttori verso una maggiore flessibilità e abbandonare la scelta del “tutto elettrico” post 2035.

Come abbiamo scritto, il nostro Paese è sempre stato in prima linea a spingere in questa direzione, puntando verso una maggiore diffusione di soluzioni alternative come biocombustibili e carburanti sintetici di origine rinnovabile, cosiddetti e-fuel.

La Commissione, tra le altre cose, ha proposto che ciascun fabbricante di auto debba rispettare i propri obblighi di riduzione nel periodo 2030-2032, riguardo ai nuovi veicoli immatricolati, calcolando la media delle emissioni di CO2 sull’intero triennio. In questo modo, potrà bilanciare eventuali emissioni annue in eccesso riducendole di più negli anni successivi.

L’Acea vorrebbe estendere il calcolo su un periodo più lungo, di cinque anni (2028-2032), al fine di rendere ancora più flessibili le scelte produttive.

Le conseguenze

Come scrive TE, se le richieste di Acea fossero accettate, “alle case auto sarebbe consentito vendere molti meno veicoli elettrici a batteria e molti più motori a combustione inquinanti, rispetto alla normativa attuale”.

Di conseguenza, le vetture elettriche potrebbero rimanere ferme alla quota di mercato odierna del 21% fino al 2030, anziché raggiungere il 57% previsto con la normativa vigente. Anche con la proposta di revisione di Bruxelles, le elettriche arriverebbero quasi al 50% del mercato, ben più di quanto accadrebbe verosimilmente con le modifiche chieste dall’Acea (grafico sotto).

Secondo Andrea Boraschi, direttore di TE Italia, “le case automobilistiche vogliono confermare la dipendenza europea dal petrolio proprio quando milioni di cittadini pagano la benzina fino a 2 euro al litro”. Le richieste dei carmaker, se accolte, “ritarderanno l’arrivo di veicoli elettrici più accessibili in termini di prezzo, ciò di cui i cittadini europei hanno realmente bisogno”, aggiunge Boraschi.

Al contrario, l’Acea ritiene che “l’attuale proposta legislativa non è sufficiente a fornire un approccio più pragmatico e a mantenere la mobilità a basse emissioni senza il rischio di incorrere in potenziali sanzioni multimiliardarie, o di dover pagare crediti regolamentari ai concorrenti invece di reinvestire nella transizione”.

Le altre richieste

Nella proposta di modifica dello scorso dicembre al regolamento sulle auto, Bruxelles ha accantonato il target di azzerare le emissioni delle nuove vetture vendute dal 2035. Di fatto, era un bando contro la commercializzazione di motori benzina/diesel (anche nelle versioni ibride), dal momento che solo i modelli 100% elettrici sarebbero in grado di rispettare la normativa originaria.

Invece, le case automobilistiche dovranno ridurre del 90% le emissioni medie allo scarico dei veicoli complessivamente immatricolati dopo il 2035.

Di conseguenza, i costruttori potranno continuare a vendere auto con differenti tecnologie, comprese quelle endotermiche, oltre alle ibride e alle vetture dotate di range extender, un piccolo motore a benzina che ricarica la batteria per estendere l’autonomia elettrica.

Ci sono però delle condizioni.

Quel 10% di emissioni residue, infatti, dovrà essere compensato dal 2035 tramite l’ottenimento di crediti correlati all’utilizzo:

  • di biocombustibili e carburanti sintetici di origine rinnovabile (e-fuel) fino a un massimo del 3%, con un limite dell’1% per determinati tipi di biofuel e biogas, tra cui ad esempio quelli derivati da oli di cottura usati;
  • di acciaio “green” a basse emissioni di CO2 prodotto nell’Ue fino a un massimo del 7%.

Pure questi obiettivi modificati sono insufficienti, secondo l’Acea.

Il documento visto da TE, infatti, propone di fissare un obiettivo “incondizionato” di riduzione al 90% e di modificare la compensazione del 10% “in modo da consentirne il pieno utilizzo”, tramite:

  • un contributo fisso del 5% per i carburanti alternativi, indipendentemente dalla loro natura secondo l’attuale definizione della direttiva Red e con eliminazione di tutti i sotto limiti;
  • il restante 5% di contributo su base volontaria per tutti i materiali a basse emissioni di CO2 (non solo l’acciaio).

In sostanza, con queste modifiche, il taglio reale delle emissioni si fermerebbe all’80% circa.

Secondo i calcoli di TE, i cambiamenti potrebbero fermare le vendite di auto elettriche al 52% del totale al 2035, appena più della metà di quanto previsto nella versione iniziale del regolamento comunitario.

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