Le gigantesche manifestazioni dei primi giorni di ottobre in Italia e in altri paesi europei per Gaza mi hanno fatto venire in mente concetti che affrontavamo con passione 3-4 decenni fa riferendoci agli studi di Ilya Prigogine.
Il premio Nobel per la chimica sosteneva che piccole deviazioni casuali dai sistemi in equilibrio termodinamico in sistemi aperti e dissipativi possono essere amplificate fino a portare anche a un cambio di stato del sistema stesso. Tali fluttuazioni, lontane dall’equilibrio, sono cruciali per la nascita di sistemi termodinamicamente aperti che si organizzano spontaneamente verso un nuovo ordine e una maggiore organizzazione del sistema.
La fluttuazione nel nostro caso è stata la Flottilla. Anzi, in particolare il momento visto in televisione dell’abbordaggio in acque internazionali da parte dei soldati israeliani armati.
L’orrore, la rabbia era già nei cuori di chi vedeva tutte le sere i bombardamenti su Gaza, gli spostamenti di gente stremata, i piccoli che morivano di fame.
Ma l’attacco alla Flottilla è stata la fluttuazione che ha determinato la discesa in piazza di centinaia di migliaia, di milioni, di persone, per più giorni, nei grandi centri ma anche in piccole città. Una marea umana ha invaso le strade innanzitutto in Italia e in numerose città europee.
La Cina si appresta a guidare la battaglia climatica
Un’altra scossa sta venendo dalla Cina. Il 23 settembre 2025, durante il suo primo discorso al 80° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, il presidente Donald Trump ha dedicato una parte significativa del suo intervento – durato quasi un’ora – a criticare aspramente il cambiamento climatico e le energie rinnovabili.
Un discorso che ha segnato un netto distacco dalla diplomazia climatica internazionale degli ultimi 30-40 anni. Trump ha descritto il clima come “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo” e ha attaccato le rinnovabili come un “scherzo patetico”, sostenendo che non funzionano, sono troppo costose e indeboliscono le economie.
Gli ha risposto con chiarezza, sempre all’Onu, il presidente cinese Xi Jinping: “La transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione”.
Tra gli obbiettivi annunciati da Xi Jinping c’è quello di ridurre entro il 2035 le emissioni nette di gas serra dal 7% al 10% rispetto ai livelli di picco e di ampliare la potenza eolica e solare a oltre sei volte i livelli del 2020, impegnandosi a portare il totale a 3.600 GW.
In realtà, si tratta di obbiettivi molto cauti. Il taglio al 2035 è decisamente al di sotto di quanto necessario e il boom dell’energia pulita in Cina è sulla buona strada per ottenere riduzioni molto più significative di quanto indicato da Xi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, le emissioni potrebbero infatti ridursi almeno del 30% entro il 2035.
Va comunque detto che il Dragone non è nuovo a darsi obiettivi poco ambiziosi per poi superarli sostanzialmente. Secondo Andreas Sieber, direttore per le politiche e le campagne di 350.org, “il nuovo obiettivo climatico della Cina è al tempo stesso deludente e trasformativo”.
Alla fine, ha ragione il famoso periodico statunitense di musica, politica e cultura di massa Rolling Stone, che ha titolato: “Crisi climatica, la Cina sta lasciando nella polvere gli Usa sul fronte delle energie pulite”.
Secondo Ember, la Cina ha infatti aggiunto 256 GW di nuova potenza solare nella prima metà di quest’anno, oltre il doppio della quantità installata nella prima metà del 2024, che a sua volta aveva segnato un nuovo record.
Ma il reale parametro da analizzare riguarda l’evoluzione delle emissioni di anidride carbonica del comparto energetico cinese. E queste sono diminuite del 3% nella prima metà del 2025.
E focalizzandoci su una delle tecnologie più interessanti per la decarbonizzazione, i sistemi di accumulo, nel 2024 la Cina ha installato 37 GW/91 GWh di batterie, più della somma di Stati Uniti ed Europa, e nella prima metà del 2025 la capacità è cresciuta del 69% rispetto all’anno precedente.
Per fare dei confronti, basta dire che nel primo semestre del 2025 la Cina ha installato 12 volte più potenza solare rispetto agli Usa.
Ma non si tratta solo dei risultati interni. La Cina produce infatti l’80% dei pannelli solari del mondo, il 60% delle turbine eoliche globali, il 70% dei veicoli elettrici del pianeta e il 75% delle batterie del mondo, il tutto a un costo inferiore rispetto all’Occidente.
Non è solo una questione di volumi, ma anche di innovazione: oggi le aziende cinesi depositano circa il 75% dei brevetti mondiali nel settore dell’energia pulita, contro il 5% del 2000.
Insomma, possiamo affermare che si sta assistendo al passaggio di consegne della leadership sul cambiamento climatico dall’Europa alla Cina.
A che punto è la lotta al riscaldamento globale?
Ma a che punto siamo, globalmente, nella crisi climatica, di cui si parla sempre di meno?
Attualmente, il riscaldamento è di circa 1,6 °C sopra i livelli pre-industriali. E, a meno di riduzioni drastiche e improbabili, nel 2050 si potrebbe arrivare a un incremento di 2-3 °C.
Non a caso, il Production Gap Report 2025 preparato dallo Stockholm Environment Institute, rileva che, 10 anni dopo l’Accordo di Parigi, i governi prevedono di produrre nel 2030 un volume di combustibili fossili più che doppio rispetto a quanto sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 °C.
Sembrerebbe dunque che la battaglia sia persa, ma non si considera il fatto che siamo in presenza in diversi paesi di dinamiche di tipo esponenziale sul fronte delle rinnovabili, delle batterie e della mobilità elettrica, come si può notare dal grafico.
Questo contesto aiuterà a superare i voltafaccia di Trump, le incertezze di alcuni governi, le difficoltà che si incontrano in alcuni territori. E più che parlare solo dei successi della Cina, è importante sottolineare alcuni segnali che si stanno manifestando in giro per il mondo.
Il Pakistan, dove vivono 251 milioni di abitanti, ha assistito a una delle transizioni più rapide e inaspettate verso le fonti rinnovabili, trainata in gran parte dall’installazione di pannelli solari sui tetti da parte di abitazioni e aziende. In pochi anni, la rete elettrica del Paese è passata da un contributo trascurabile del solare a un 20% di tutta l’elettricità prodotta, previsto entro il 2026.
E pensiamo al prossimo risveglio dell’Africa, dove sole e vento sono assolutamente marginali malgrado il loro enorme potenziale, che fa ritenere che anche in quel continente nei prossimi 10 anni si vedranno risultati molto significativi. Importantissimi per lo sviluppo economico di quei paesi, per la loro qualità della vita e per le ricadute occupazionali.
Articolo tratto dall’editoriale della rivista bimestrale QualEnergia n.4/2025, di prossima pubblicazione.



























