Production Gap Report 2025: sempre più fuori strada su fossili e clima

Il rapporto dello Stockholm Environment Institute. Intanto da Trump pressioni sulla Banca Mondiale per finanziare il gas.

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A dieci anni dall’Accordo di Parigi, i governi continuano a programmare livelli di produzione di carbone, petrolio e gas ben oltre i limiti compatibili con gli obiettivi climatici globali. Intanto, gli Usa di Trump premono sulla Banca Mondiale affinché torni a finanziare progetti di fonti fossili.

La stima sugli impegni degli Stati e la loro compatibilità con i target climatici arriva dal nuovo Production Gap Report 2025, pubblicato oggi da Stockholm Environment Institute, Climate Analytics e International Institute for Sustainable Development (documento in fondo).

Impegni inadeguati

Secondo il rapporto, entro il 2030 i piani nazionali prevedono una produzione di combustibili fossili superiore del 120% rispetto a uno scenario in linea con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media entro +1,5 gradi centigradi, e del 77% oltre la traiettoria compatibile con un aumento di 2 gradi.

In due anni il gap è dunque cresciuto: nel 2023 il divario era rispettivamente del 110% e del 69%.

Il documento sottolinea come, nonostante le nuove promesse avanzate nell’ambito dell’Accordo di Parigi e il “Consenso di Dubai” della Cop 28 – che impegna i Paesi a una graduale uscita dai combustibili fossili e dai sussidi inefficienti – i governi stiano di fatto aumentando i programmi di estrazione, in particolare di carbone fino al 2035 e di gas fino al 2050.

Il rapporto analizza le strategie di 20 grandi produttori, responsabili di circa l’80% dell’output globale di fonti fossili, tra cui Australia, Brasile, Canada, Cina, India, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti e alcuni Paesi europei.

Come si vede dalla tabella sotto, diciassette su venti prevedono di aumentare la produzione di almeno una fonte fossile da qui al 2030 e in undici casi le proiezioni sono persino più alte di quelle del 2023. Tra i peggiori vediamo Usa e Russia.

La spinta Usa sulla Banca Mondiale

A rendere più fosca la situazione è la svolta impressa dall’amministrazione Trump, che ha portato gli States ad abbandonare i negoziati mondiali sul clima ed ergersi a paladini di carbone, gas e petrolio.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, infatti, la Casa Bianca sta esercitando una forte pressione perché la Banca Mondiale e altre istituzioni multilaterali di sviluppo tornino a finanziare progetti fossili, in particolare nel gas.

In una riunione del board lo scorso giugno, i funzionari di Washington hanno sostenuto la necessità di riaprire il credito a nuove esplorazioni e infrastrutture legate al gas naturale.

Il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga ha ammesso che non c’è consenso sul tema e che la questione richiederà ulteriori discussioni, ma la posizione americana è chiara: un approccio “all-of-the-above” che include fossili accanto alle rinnovabili, con l’obiettivo dichiarato di rispondere alle esigenze energetiche dei Paesi in via di sviluppo.

Se accolta, questa pressione segnerebbe un’inversione di rotta rispetto all’impegno assunto negli ultimi anni dalle banche multilaterali di sostenere soprattutto il clima e la transizione. Nel 2019 la stessa Banca Mondiale aveva escluso il finanziamento di progetti di esplorazione e produzione di petrolio e gas, salvo eccezioni limitate per i Paesi più poveri.

Ora invece si parla di un ritorno al passato, con il rischio di moltiplicare nuovi investimenti in infrastrutture destinate a trasformarsi in stranded asset e di rallentare ulteriormente la decarbonizzazione nei Paesi emergenti.

Insomma, gli obiettivi climatici sembrano sempre più a rischio. Se da un lato i governi annunciano impegni ambiziosi, dall’altro aumentano la produzione fossile e spingono le grandi istituzioni finanziarie a sostenerla.

Nel caso degli Usa poi, non ci si limita nemmeno più all’allargamento del divario tra retorica e realtà che vediamo negli altri Paesi: la superpotenza è ormai apertamente contraria ad agire per limitare i danni che causerà il cambiamento climatico, coerentemente con la posizione del movimento Maga, secondo cui il global warming sarebbe una bufala.

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