In Cina le prime quote obbligatorie di rinnovabili per l’industria pesante

Pechino impone soglie suddivise per regione in base all'abbondanza di impianti Fer per i produttori di acciaio, cemento, polisilicio e per i data center.

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Per la prima volta la Cina ha imposto l’obbligo di utilizzare quote prefissate di energia rinnovabile alle aziende energivore.

Un provvedimento, preso dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (il terzo dipartimento esecutivo del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese), che riguarderà i produttori di acciaio, cemento e polisilicio, oltre ai data center.

Gli standard fissati stabiliscono precise percentuali di consumo energetico che i vari settori dovranno ricavare da fonti rinnovabili in ogni provincia del Paese.

In precedenza questi obblighi riguardavano soltanto le aziende produttive impegnate nel settore dell’alluminio elettrolitico. Ora, con una decisione a suo modo “storica”, Pechino ha deciso di estenderli in gran parte dell’industria pesante, che in Cina contribuisce in modo rilevante alle emissioni nazionali.

Questo, specifica la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme in una nota, al fine di attuare la “Legge sull’energia della Repubblica Popolare Cinese”, contribuire al raggiungimento del picco di carbonio e della neutralità carbonica e promuovere lo “sviluppo di alta qualità” delle energie rinnovabili. Le disposizioni prevedono che anche i piani riferiti alle nuove installazioni Fer (e le relative connessioni alla rete) debbano tenere conto delle quote stabilite.

Entrando nei dettagli del provvedimento, i data center di nuova costruzione nei cosiddetti “hub nazionali” dovranno utilizzare almeno l’80% di elettricità proveniente da fonti rinnovabili, mentre gli obiettivi per gli altri settori variano a seconda della provincia, con le percentuali che si dividono in due macro-categorie: idroelettrico e non idroelettrico.

Per il 2025, l’obiettivo medio è del 38% di energie rinnovabili. Il target è ad esempio fissato al 70% per la provincia dello Yunnan, ricca di energia idroelettrica, e al 24,2% per il Fujian. Gli obiettivi non idroelettrici raggiungono il 30% nelle province con alta penetrazione di installazioni eoliche e fotovoltaiche come la Mongolia Interna, il Gansu e il Qinghai, mentre la regione montuosa del Chongqing ha un obiettivo più basso, il 10,8%.

Le autorità specificano che si tratta di limiti “vincolanti” e che ciascuna provincia, regione autonoma e municipalità “sarà valutata” in merito al rispetto dei target. Come parte del piano sono stati pubblicati anche gli obiettivi per il 2026, che, in linea di massima, aumentano di alcuni punti percentuali su base annua.

Un Ets sul modello europeo

La Cina studia anche un modello di scambio di quote di emissione simile al sistema Ets europeo. Al momento è infatti già attivo un meccanismo simile, che però non prevede un limite massimo di quote a disposizione delle imprese. Ma secondo quanto affermano gli analisti di S&P Global il governo cinese sta pensando di introdurlo entro il 2030.

Il meccanismo attuale adotta un approccio basato sull’intensità energetica, che stabilisce la soglia limite di emissioni gratuite consentite per ogni unità di produzione, come un MWh di elettricità a carbone o una tonnellata di acciaio grezzo.

Ogni impianto riceve un tetto di CO₂ per unità generata, ma le emissioni totali possono ancora crescere di pari passo con la produzione.

Lo scorso maggio però il principale organo amministrativo cinese, il Consiglio di Stato, ha pubblicato alcune linee guida generali per il miglioramento dei mercati ambientali del Paese, affermando per la prima volta la necessità di “spostare gradualmente il sistema Ets nazionale da un mercato basato sull’intensità energetica a un mercato basato sul sistema di scambio di quote di emissione“.

S&P Global prevede che entro il 2027 l’Ets cinese coprirà i principali settori industriali ad alta intensità di emissioni ed entro il 2030 dovrebbe basarsi su un limite assoluto, con quote fornite sia liberamente che messe all’asta, così come avviene nell’Unione europea.

La Cina affronta l’overcapacity

Il governo cinese si sta infine attivando per arginare la sovracapacità produttiva che caratterizza il comparto fotovoltaico del Paese (si veda La Cina corre ai ripari sull’overcapacity del fotovoltaico).

A inizio luglio il ministero dell’Industria e dell’Informatica (Miit) ha tenuto il “Quindicesimo simposio sulle imprese manifatturiere”, concentrandosi sulla necessità di accelerare lo sviluppo di componenti di alta qualità per l’intera filiera del fotovoltaico e proponendo di “regolamentare la concorrenza disordinata e a basso prezzo”.

All’evento hanno partecipato importanti colossi come LONGi, Tongwei, GCL, Trina, JA Solar e Sungrow, oltre alla China Photovoltaic Industry Association.

Scopo dell’incontro, riferisce il ministero in una nota, era “guidare le imprese a migliorare la qualità dei prodotti, promuovere il ritiro ordinato della capacità produttiva arretrata e raggiungere uno sviluppo sano e sostenibile”.

Li Lecheng, a capo del Miit, ha affermato che negli ultimi anni l’industria fotovoltaica del Paese ha acquisito un vantaggio competitivo in termini di avanzamento tecnologico. Il responsabile del ministero ha aggiunto però che le imprese dovrebbero limitare il fenomeno dell’overcapacity; per questo motivo verrà rafforzata ulteriormente la governance del settore, attraverso nuove linee guida.

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