Perché un superbonus fino al 2030 è strategico, se depurato dalle sue imperfezioni

Dopo la mezza marcia indietro dell'Ue sul divieto di vendere o affittare le abitazioni in classe G, facciamo il punto sulla maxi detrazione del 110%.

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Contrordine compagni!”. viene da pensare a Guareschi e la sua satira anni ’50, vedendo la vicenda delle proposte Ue per migliorare l’efficienza delle abitazioni nel continente.

Prima sembrava che la Commissione fosse pronta a usare l’arma atomica del proibire vendita e affitto delle abitazioni in classe energetica G per spingere i proprietari a ristrutturarle.

Dopo il prevedibile fuoco di sbarramento delle associazioni dei proprietari di casa e dei partiti antieuropei, la marcia indietro: nessun divieto, si chiede solo che gli Stati individuino il 15% peggiore delle loro abitazioni, e concentrino su questi gli sforzi per farli riqualificare.

Il problema delle “case colabrodo energetico” resta in effetti molto grave: si calcola che il 40% dei consumi energetici e relative emissioni di CO2 in Europa siano dovuti alle case, e visto che il patrimonio edilizio risale in buona parte a decenni in cui nessuno pensava a isolamento termico ed efficienza energetica, ecco che intervenire lì con decisione sarebbe più che auspicabile.

In questo, per una volta, l’Italia è all’avanguardia: in nessun paese dell’Ue, e, diremo, del pianeta, lo Stato copre il 110% (per invogliare ancora di più) le spese per la riqualificazione energetica delle case.

Peccato che il “Superbonus” sia oggi sotto un fuoco di critiche, che, dopo il suo depotenziamento, minacciano ora di affondarlo. Critiche che non sembrano campate in aria, vedendo l’ultimo rapporto Enea (pdf) sugli interventi realizzati usando questo strumento: per ristrutturare 69.390 unità abitative, appena lo 0,5% del totale, si spenderanno (o meglio, lo Stato non incasserà, consistendo il bonus in detrazioni fiscali spalmate su 10 anni), 22 miliardi di euro.

Ma non basta: un terzo delle abitazioni ristrutturate, usando il 18,8% della spesa totale, sono ville e villette, presumibilmente abitate da persone che spesso i lavori potevano anche pagarseli da soli, mentre i condomini, dove abitano anche persone di reddito più basso, sono solo 10.339, anche se ad essi è andato il 50% della spesa.

Insomma, ha ragione il ministro Daniele Franco a esprimere forti perplessità su questo strumento, che magari per lui, pare di capire, si potrebbe anche abolire dopo il 2022?

“No, non ha affatto ragione”, taglia corto Mimmo Fontana, architetto e responsabile Sud di Legambiente.

“Il Superbonus, con gli altri bonus energetici, può essere uno strumento di straordinarie efficacia, se non fosse che è nato più che altro per scopi diversi da quelli di contenere sprechi energetici, bollette ed emissioni”.

Può essere più chiaro?

“Guardiamo quando è nato, a maggio 2020: si stava appena uscendo da tre mesi di lockdown, con una economia a pezzi. L’idea è stata quella di creare uno strumento keynesiano di estrema generosità, che, per scopi di ‘tutela ambientale’, servisse soprattutto per rimettere al lavoro migliaia di persone e far ripartire il mercato edile. E in questo il superbonus è stato eccezionale: dell’aumento del Pil del 6,5% nel 2020, l’1,8% si stima derivi proprio da quell’incentivo”.

Tuttavia, ha interessato una parte insignificante del patrimonio immobiliare…

“E qui c’è infatti il problema: i dettagli operativi del bonus 110% devono essere stati elaborati in qualche stanza del ministero dello Sviluppo Economico, da gente che non ha mai visto un cantiere edile in vita sua. È infatti pieno di assurdità, a cominciare dalla sua durata. Come si fa a prevedere uno strumento che ha il titanico compito di migliorare il patrimonio edile di un’intera nazione, e farlo durare uno, due, al massimo tre anni? Il superbonus per natura deve essere uno strumento strutturale, che operi almeno fino al 2030, solo così porterà risultati”.

Ma già dopo un anno è già costato un occhio della testa, per il poco che ha permesso di fare…

“Ma non è vero: si considera solo quanto lo Stato non incasserà nei prossimi 10 anni, ma non quanto incasserà subito, per tasse, contributi e consumi delle tante persone e aziende tornate al lavoro. Senza considerare poi la riduzione dei costi diretti e indiretti dell’energia importata e inquinante, che le abitazioni ristrutturate non useranno più”.

Però i prezzi sul mercato del materiale edile sono schizzati alle stelle, e si calcolano già un miliardo di euro in truffe e irregolarità…

“Se fai uno strumento simile e comunichi che durerà pochissimo, è chiaro che ci si gettano tutti a pesce, ingolfando il mercato: i prodotti necessari diventano introvabili e i loro prezzi vanno in alto; da questo dipende buona parte della spesa eccessiva registrata. Quanto alle truffe, molte dipendono da errori nelle norme: per esempio, il massimale per un cappotto in un condominio è 30.000 euro ad appartamento, quando ne basterebbero circa 10mila; chiaro che c’è, chi facendo il furbo, ne fattura 30mila e con la differenza fa in nero altri lavori non previsti”.

Anche la breve durata del bonus aiuta le truffe?

“Certo, si fosse programmato un certo numeri di interventi ogni anno, ma su un più lungo periodo, si sarebbero pianificate anche strutture di controllo più adatte ed efficienti. Inoltre, con un orizzonte più lungo anche le industrie avrebbero avuto interesse a rinforzare le loro linee produttive, con un ulteriore miglioramento di economie e occupazione, evitando anche carenza di materiali e la loro speculazione. Ma il problema della durata non è l’unico”.

Cos’altro andrebbe corretto?

“Il regolamento, fatto applicare con eccessiva rigidità da Enea, contiene delle assurdità: per esempio gli interventi più performanti da un punto di vista energetico, sono assimilati come normativa al ricostruire da capo la casa, il che spinge molti a fare solo il minimo indispensabile per passare le due classi richieste. Si fa poi una guerra incomprensibile a interventi utili, come l’uso di sistemi di ventilazione controllata che eviterebbero condense e muffe nelle case ben isolate. Ma la più clamorosa è che il superbonus non si applica a case che non abbiano un impianto di riscaldamento fisso, come è il caso in gran parte delle abitazioni più povere del sud: si esclude così dagli interventi proprio chi beneficerebbe maggiormente da una riduzione delle bollette”.

A proposito di ingiustizie, c’è chi denuncia la sproporzione delle villette negli interventi.

“Non è detto che chi abita in una casa mono o bifamiliare sia per forza ricco, e chi vive in un condominio sia povero. Bisogna considerare reddito e stile di vita, non solo il tipo di abitazione”.

Ma non sarebbe stato meglio prevedere un bonus sotto al 100%, così da coinvolgere il proprietario nei controlli sulle spese?

“Esistono già ecobonus con sconti molto alti, al 65% o al 90% per esempio, ma li usano per lo più quelli che già pensavano di fare i lavori; gli altri, in genere, non vogliono spendere neanche con le spese scontate. Solo la copertura totale dell’investimento spinge anche i non interessati a ristrutturare”.

Quindi il Superbonus è uno strumento utile, ma nato storto. E allora cosa dire a chi vorrebbe cancellarlo?

“Cancellarlo sarebbe una follia, vista l’importanza nel sostenere economia e lavoro, nel ridurre emissioni e bollette degli italiani. Il nostro sistema dei bonus è stato lodato anche dalla Presidente Ue Ursula von der Leyen, che probabilmente sta anche pensando di crearne una versione europea. Va però cambiato, programmandolo da qui al 2030, come detto, ma anche riunendo e rivedendo in una norma complessiva tutto l’intricato sistema dei bonus edilizi, coinvolgendo in questo gli esperti del settore e non solo i burocrati del ministero”

Con quale detrazione?

“Bisognerà modulare l’entità del bonus secondo due criteri: più è efficace il progetto e più alto deve essere lo sconto. Inoltre, il bonus si deve abbassare se il proprietario può pagarsi una parte dell’intervento. Una volta che questo sistema di aiuti, accessibile a tutti, sarà in piedi, solo allora potremo stabilire che chi non migliora la performance energetica della casa, entro dieci anni, non potrà più affittarla o venderla”.

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