Perché il nucleare non è una soluzione alla crisi climatica

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Si torna a parlare di nucleare, ma chi lo vuole veramente? Alcuni fatti ci raccontano di un'industria in profonda e irreversibile crisi. Un articolo di Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

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A oltre dieci anni dal referendum che nel 2011 per la seconda volta chiuse la prospettiva nucleare, la ripresa del dibattito sull’atomo in Italia è (nuovamente) legata a un’origine francese: la pressione per far classificare l’energia nucleare nella Tassonomia europea tra le tecnologie “verdi” e, dunque, renderla appetibile a investimenti privati “sostenibili”.

L’interesse di qualcuno in Italia è aggiungere anche il gas, per quella che pare una strategia “combinata” di lobby.

Ma vediamo alcuni fatti che dimostrano perché l’energia nucleare non è più una soluzione alle crisi energetica e climatica.

I costi lievitati dei reattori EPR in Europa

Il “memorandum” tra Berlusconi e Sarkozy del 2008, com’è noto, prevedeva la costruzione di 4 reattori EPR. All’epoca del memorandum c’erano due soli EPR in costruzione, uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamanville. Sono ancora in costruzione.

L’azienda proprietaria della tecnologia, Areva, impegnata nella costruzione in Finlandia è fallita. Il costo del reattore finlandese è stimato in circa 4 volte superiore al costo di progetto.

È andata peggio a Flamanville, il cui cantiere è gestito da EDF, i cui costi di costruzione sono lievitati fino a 19 miliardi di euro, tenendo conto anche dei costi finanziari come valutati dalla Corte Des Compts nel 2020. (CdC, La filière EPR)

Il mancato rinascimento nucleare degli Usa

Non è andata meglio nemmeno negli USA. A vent’anni dal “rinascimento nucleare” lanciato da George W. Bush nel 2001, nessun reattore di generazione III+ è entrato in funzione.

Dei quattro reattori AP1000 in costruzione, due sono stati cancellati e due proseguono a costi esorbitanti: dai circa 9 miliardi di dollari iniziali si è già passati a una stima di 27 miliardi di dollari. L’azienda proprietaria della tecnologia, la nippo-americana Toshiba-Westinghouse, è fallita nel 2017.

L’atomo “garantito” dei britannici

Il governo UK, per convincere la francese EDF (proprietaria dei siti nucleari britannici), a costruire due EPR a Hinkley Point ha siglato nel 2012 un contratto che prevede un “prezzo garantito” (strike price) di ritiro dell’elettricità dai reattori per 35 anni, indicizzato all’inflazione. Ai valori attuali questo prezzo è di 106 £/MWh pari a una cifra tra il doppio e il triplo del prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità registrato negli anni scorsi in quel Paese.

EDF aveva coinvolto, nel consorzio del cantiere dei due reattori, anche i cinesi della CNG al 33,5%. Data la nuova situazione geopolitica, il governo UK ha recentemente chiesto a EDF di estromettere la controparte cinese.

Allora… allunghiamogli la vita

Sia negli USA che in Francia, per ovviare al sostanziale blocco della costruzione degli impianti – dovuto tutto a cause intrinseche all’industria, e dove non c’è stato nessun referendum e nessun movimento tale da poter rallentare i cantieri – si è puntato ad allungare la vita utile dei vecchi reattori ben oltre le previsioni di progetto.

Molti reattori negli USA hanno avuto un’estensione a 60 anni, e la stessa cosa sta accadendo in Francia. Ben 16 reattori a meno di 200 km dal confine italiano dovrebbero essere autorizzati ad andare oltre i 40 anni e questo senza che il governo francese voglia applicare le convenzioni europee (Aarhus e Espoo) che prevedono una nuova VIA e il coinvolgimento dei Paesi confinanti. Come Greenpeace abbiamo sollecitato l’allora ministro dell’ambiente a chiedere l’applicazione delle convenzioni al governo francese, che però non ritiene di dover coinvolgere l’Italia.

Allora… li facciamo piccoli

È riemersa in questi mesi un’iniziativa per lo sviluppo dei mini-reattori modulari (Small Modular Reactors). Si tratta di tecnologia del tutto convenzionale, ma progettata in scala ridotta rispetto ai reattori di grande taglia (EPR ha una taglia di 1650 MWe, AP1000 di 1100 MWe) con l’idea di poterne fare una produzione seriale e modulare e tagliare i costi.

Si tratta di un progetto del tutto controintuitivo: i primi reattori della storia sono stati costruiti per la propulsione navale militare e poi tutta la storia della tecnologia è stata nel senso di ampliare la taglia della potenza per ridurre i costi con l’economia di scala. Che oggi si possa pretendere di fare il percorso inverso è piuttosto bislacco.

Nessuno dei problemi fondamentali del nucleare è risolto dalle diverse opzioni in campo per gli SMR. Sulle tecnologie nucleari di IV generazione segnalo l’ottima sintesi fatta da GB Zorzoli di recente su QualEnergia.it (Nucleare di nuova generazione? Ci si lavora da 20 anni e non ci sono tempistiche).

Lo stretto legame tra nucleare civile e militare

In realtà, come mostra l’analisi di Johnsone e Stirling dell’Università del Sussex, la spinta verso gli SMR è proprio di origine militare e riguarda anche il riammodernamento delle flotte (sottomarini, portaerei) a propulsione nucleare.

Secondo i ricercatori inglesi, infatti, a finanziare il riammodernamento delle flotte militari ci sono i consumatori di elettricità sulle cui bollette vengono scaricati i costi del nucleare civile la cui esistenza è indispensabile anche a garantire le catene di approvvigionamento della filiera militare.

Se c’è una grande ritrosia ad ammettere questo legame in UK, dove è impegnata in prima fila la Rolls Royce, questo non è vero in Francia dove il Presidente Macron ha espressamente detto che senza nucleare civile non c’è quello militare e viceversa (Le Monde, 21 dicembre 2020).

Dove mettiamo le scorie?

Dopo che nel 2012 il Governo Obama dichiarava fallito il progetto di deposito geologico per i rifiuti nucleari americani di Yucca Mountain, la gestione a lungo termine dei rifiuti nucleari americani è andata in stallo.

La Corte d’Appello del Distretto di Columbia, sotto la cui giurisdizione ricade il Congresso, chiese al regolatore nucleare (NRC) cosa fare dei rifiuti nucleari più pericolosi. Nel 2014 la NRC rispose alle richieste della Corte che il combustibile nucleare irraggiato – dall’epoca di Carter si sospese il ritrattamento – può stare indefinitivamente presso gli impianti, anche dopo la loro disattivazione, in attesa che si trovi un nuovo deposito geologico.

La Presidenza Trump non ha modificato questa situazione. Ancora oggi, dopo 70 anni di sviluppo nucleare, il Paese che ha inventato la tecnologia non ha una soluzione credibile per il tema delle scorie nucleari più pericolose.

Il vero competitor: rinnovabili + accumulo

Sul piano strettamente energetico le fonti rinnovabili hanno ormai vinto la gara della competitività. E lo sviluppo delle batterie industriali – e di altre tecnologie per lo stoccaggio dell’elettricità che si affiancano ai tradizionali pompaggi idroelettrici esistenti – ha già mostrato significativi passi avanti.

È di pochi mesi fa la notizia di un contratto di acquisto a lungo termine in California relativo a un impianto solare accoppiato a batterie industriali a un prezzo complessivo dell’impianto di 40 $/MWh. Una parte delle tecnologie utilizzate (quelle al litio) sono le stesse impiegate per le auto elettriche e, dunque, c’è anche una (parziale) sovrapposizione di filiere strategiche per la decarbonizzazione.

Una rete adatta alle rinnovabili dovrà dunque avere grandi capacità di accumulo sia a breve termine che, in prospettiva, stagionale. Su questo lo sviluppo della filiera dell’idrogeno verde potrà avere un ruolo, mentre per il nucleare non si vede alcuna possibilità di rientrare. Tranne in quei Paesi dove c’è una “causa di forza maggiore”, quella militare.

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