Due milioni di tonnellate di Gnl l’anno per vent’anni, con prime consegne previste entro il 2030 e scadenza attorno al 2050.
È l’accordo firmato il 16 luglio 2025 da Eni con Venture Global per acquistare gas liquefatto dal progetto CP2, in costruzione in Louisiana: il primo contratto di lungo periodo di Eni con un fornitore Usa.
La denuncia di Recommon
ReCommon lo mette sotto esame in un dossier preparato per l’assemblea Eni di maggio (pdf in basso) e individua rischi contrattuali, finanziari, climatici, ambientali e regolatori, mentre contesta soprattutto la scarsa trasparenza sulle protezioni previste nel contratto.
Il precedente più delicato è Calcasieu Pass, primo terminale di Venture Global. Secondo il report, la società ha prolungato per oltre 19 mesi il commissioning, vendendo carichi sul mercato spot anziché consegnarli ai clienti dei contratti di lungo periodo e sostenendo che non fosse ancora scattato l’obbligo di fornitura.
Ne sono nati arbitrati con BP, Shell e Repsol, con pretese iniziali quantificate dalla stampa in circa 7 miliardi di dollari. BP ha ottenuto nell’ottobre 2025 una decisione favorevole sulla responsabilità, mentre Repsol ha perso la propria istanza nel gennaio 2026.
Già nel febbraio 2025 il ceo di TotalEnergies Patrick Pouyanné aveva escluso accordi con Venture Global, richiamando la condotta della società nelle controversie con Shell e BP.
Il report richiama poi la situazione finanziaria di Venture Global. Sui dati 2024 calcola un rapporto debito/Ebitda adjusted di circa 14 volte, con 29,3 miliardi di dollari di debito e 2,1 miliardi di Ebitda. Al momento della redazione del dossier, il titolo, collocato a 25 dollari nell’Ipo di gennaio 2025, aveva perso oltre metà del valore di quotazione.
Sul fronte ambientale, secondo i documenti richiamati da ReCommon, Calcasieu Pass registrò oltre 2.000 deviazioni dai limiti del permesso atmosferico nel primo anno e operò in violazione del permesso per 286 dei primi 343 giorni. Un secondo ordine di compliance del maggio 2025 documenta, secondo il dossier, più di 130 ulteriori violazioni relative al 2023 e 2024.
Quanto al progetto CP2, alla firma dell’accordo di compravendita (o SPA) era già pendente un ricorso alla Corte d’Appello del Distretto di Columbia. Un secondo fu depositato cinque giorni dopo e nell’agosto 2025 ne seguì un altro sul permesso Clean Air Act. ReCommon segnala inoltre l’esposizione della costa della Louisiana agli uragani e alla subsidenza.
L’incoerenza climatica della partecipata pubblica
Sul fronte climatico, ReCommon contesta a Eni di non aver quantificato le emissioni Scope 3 aggiuntive legate al contratto né spiegato su quali basi scientifiche e modellistiche ritenga l’accordo coerente con il proprio obiettivo Net Zero 2050.
Il dossier sottolinea inoltre che le forniture da CP2 arriverebbero proprio fino a circa il 2050 e richiama lo scenario Net Zero della Iea, secondo cui la domanda di Gnl potrebbe essere soddisfatta dagli impianti di liquefazione già operativi: da qui la valutazione di ReCommon sul rischio di stranded asset per nuova capacità come CP2.
Eni, ricordiamo per l’ennesima volta, non è una società come le altre: il 33,09% del capitale è pubblico (2,17% direttamente dal Mef e il 30,92% da Cassa Depositi e Prestiti). Il Mef è il soggetto che ne esercita il controllo di fatto, tanto che nel maggio 2026 sei dei nove consiglieri sono stati eletti dalla lista presentata dal ministero.
Questo da solo, ovviamente, non fa di Eni un’amministrazione pubblica e non impone alla società un generico obbligo giuridico di perseguire l’interesse nazionale, ma il controllo pubblico rende però legittimo interrogare il Governo sulla coerenza fra strategie di lungo periodo della partecipata e gli obiettivi climatici (e di sicurezza energetica) che l’Italia è tenuta a perseguire.
Le risposte di Eni
Alle domande preassembleari di ReCommon, Eni ha risposto che i rischi sono stati “valutati e gestiti contrattualmente”. Su ritardi e mancata conclusione del terminale ha aggiunto che “possibili scenari sono stati analizzati e gestiti attraverso specifiche clausole contrattuali”.
Per ReCommon non basta: Eni non indica se siano previste lettere di credito, garanzie finanziarie o altri meccanismi di protezione, né quantifica l’eventuale impatto di ritardi. Sul precedente di Calcasieu Pass osserva inoltre che “il terminale di riferimento dello SPA (cioè del contratto, ndr) è CP2 e non Calcasieu Pass”.
Anche sulle emissioni Scope 3 e sulla coerenza dell’accordo con il Net Zero 2050, segnala il report, Eni non fornisce una quantificazione specifica.
Sui profili ambientali, comunitari e sui ricorsi rimanda invece alle analisi della FERC, l’autorità federale Usa che autorizza e regola, tra l’altro, le infrastrutture energetiche interstatali e i terminali Gnl; ReCommon rileva che non viene chiarito se la società abbia svolto una valutazione indipendente (QualEnergia.it ha inviato il dossier all’ufficio stampa Eni chiedendo un commento sulle contestazioni di ReCommon e sulle garanzie previste nell’accordo con Venture Global. Al momento della pubblicazione non abbiamo ricevuto risposta).
Gnl Usa verso i due terzi degli acquisti europei
La durata del contratto porta le forniture fino a circa il 2050, anno del target Net Zero di Eni sulle emissioni Scope 1, 2 e 3. ReCommon richiama lo scenario Net Zero della Iea, secondo cui la domanda aggregata di Gnl può essere soddisfatta dagli impianti di liquefazione già operativi, e ne ricava un rischio di stranded asset per nuova capacità come CP2.
L’accordo arriva mentre l’Europa si lega sempre più al Gnl statunitense. Come abbiamo raccontato a maggio, nel primo trimestre 2026 il 63% del gas liquefatto importato in Europa è arrivato dagli Usa e, secondo Ieefa, la quota dovrebbe raggiungere i due terzi sull’intero anno. Per l’Italia era già al 55%.
Gli Stati Uniti sono inoltre sulla traiettoria per superare nel 2026 la Norvegia come primo fornitore complessivo di gas dell’Ue. Allo stesso tempo Ieefa prevede che tra 2025 e 2030 la domanda europea di Gnl possa diminuire di circa il 23%, mentre la capacità di rigassificazione potrebbe aumentare del 24%.
- Il dossier Recommon (pdf)


























